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Cultura: dire, essere, fare





Cos'è la cultura? Bella domanda. "L'insieme della tradizione e del sapere scientifico, letterario e artistico di un popolo o dell'umanità intera", recita il Garzanti della lingua italiana.
Purtroppo, però, la cultura spesso viene confusa con un nozionismo arido, di impronta pappagallesca, che ha poco a che vedere con il sapere. 
Soprattutto, la cultura, quella vera, non può essere ingabbiata, confinata negli spazi rettilinei contrassegnati da etichette di pronto consumo. 
Nel mondo tutto è simbolo e segno, la realtà fenomenica è attraversata da “corrispondenze d’amorosi sensi” che tracciano percorsi a volte inediti per chi cerca, al di là di facili famiglie ideologiche, di intendere la cultura come un fatto di coscienza, non di appartenenza intellettuale. 
E a volte la coscienza spinge l’essere a non fermarsi davanti alle apparenze: la cultura, quella vera, è sempre in movimento; cerca, collega, trasforma.



Parliamo di letteratura, ad esempio. La cultura letteraria non è un solo modo di vedere e intendere il mondo, che sia quello di certi modelli metropolitani che fanno della scrittura un’anarchia, un luogo di trasgressione in cui la parola diventa gergo, battuta, stridore, costruito a volte su avventure stilistiche che viaggiano negli iperspazi della letteratura, oppure quello di espressioni timide, linde, inamidate, rispettose dei codici narrativi che schivano ogni sperimentalismo. Infatti la vera cultura letteraria dovrebbe infilarsi in ogni geografia narrativa. 

Il mondo non è unilaterale, non è una retta tesa verso l’infinito. È pieno di crocicchi, dossi, tornanti. Chi ha l’ardire comunicare contenuti culturali non può arroccarsi in presunzioni cattedratiche che escludono ogni possibile modo diverso di intendere e scrivere. 

È naturale amare di più una certa scrittura, una teoria di autori che ci corrispondono, risuonano con la nostra ricerca politica, estetica e filosofica del mondo, combaciano esattamente con le parole che avremmo voluto trovare, ma evitare le altre letterature significa affogare l’intelligenza versatile che fa dell’incontro inatteso un nuovo punto di fuga per la prospettiva del mondo. Bisogna cercare di penetrare nella realtà grattandone la superficie, annusando con confidenziale piacere le cose del mondo alla ricerca di un senso, o della sua assenza. Cercare, comunque. 


L’intellettuale vero si sporca le mani con la realtà
. Lo sapeva bene Pasolini, che ficcava il naso dappertutto, e che forse è anche morto per questo; lo sapeva perché in lui bruciava la fiamma di quella “disperata vitalità” che rendeva indispensabile l’interrogazione costante su un mondo che non poteva rimanere chiuso in un salotto privato o televisivo, a differenza di quanto accade oggi. Quella fiamma ostinata, corrosiva, si contrapponeva ai fuochi fatui delle intelligenze distaccate dalla realtà, illanguidite da letture frequentate per costruire certezze scalfibili ma mai esposte al tarlo del dubbio. 

Un intellettuale scomodo, dicono tutti, oggi. Eppure ogni intellettuale vero dovrebbe essere scomodo, scomodissimo. Non si può non essere scomodi se non ci accontenta dei teoremi facili di un sistema socio-culturale che tende a livellare l’intelligenza mettendo ogni cosa al suo posto. 
Se per caso nella vita la coscienza culturale emette anche un solo, inatteso vagìto, diventa capricciosa, piena di perché che affollano
la mente con la stessa ravvicinata cadenza di quando eravamo bambini e facevamo domande su tutto. Allora i libri riescono finalmente a svolgere la loro funzione senza diventare i vicari tiepidi di esistenze prive di esperienza, che delegano alle parole di altri il compito di coprire il vuoto che le affonda. 

Già, è più facile usare le parole e i pensieri degli altri – e qui torna in concetto di nozionismo arido – farli diventare propri per mascherare l’incapacità di generale altre parole, altri pensieri. I nostri. Che saranno sempre debitori a chi ci ha preceduto e ci ha guidato senza esserne tuttavia la copia pedissequa. 

In Will Hunting – Genio ribelle Robin Williams è uno psichiatra che cerca una breccia nelle sofisticate difese mentali di Matt Damon, ragazzino precoce, onnisciente, che risolve acrobatiche formule di matematica, consuma librerie, cita a memoria i filosofi di ogni tradizione ma non riesce a trovare il coraggio di un confronto reale con il mondo che lo circonda, non riesce a sconfinare in un contatto epidermico con la vita affinché la sua umanità trovi senso e compiutezza. 
A un certo punto però Will Hunting va in crisi.
 E ci va quando è costretto a interrogarsi su sé stesso. Lo psichiatra colpisce la sua corazza mettendolo davanti all’evidenza del confortante “dialogo con i morti” che non possono interagire. Chi sono i morti? Sono gli autori classici che Will ama leggere e menzionare, e che diventano un sudario che occulta la vulnerabilità a cui si esporrebbe attraverso un legame concreto con gli altri. In altre parole, a cui si esporrebbe se vivesse la vita.

 I libri non devono essere scudo e corazza, ma lancia e scalpello. Il “dialogo con i morti” diventa tale solo se siamo noi a permetterlo. Siamo noi a decidere se far vivere Shakespeare o Calvino, Platone o Checov. 
Loro vivono tutte le volte che li integriamo nella nostra esistenza senza farli diventare un museo, un biglietto per un territorio cartaceo con cui rimpiazzare l’ambiguità di un mondo multiforme, polivalente, che richiede la nostra partecipazione (che non necessariamente corrisponde a un attivismo esagitato, intendiamoci). 

Del mondo dobbiamo fare la nostra personale esperienza diretta. Come hanno fatto Pasolini e tanti altri. Virgina Woolf prima di essere una scrittrice era una donna che impattava con la porosità di un mondo che la scalfiva ma che allo stesso tempo le donava anche la sua stessa ragione di essere; non a caso per lei la letteratura era una conseguenza della vita, non la vita stessa. 



I libri servono a stimolare la coscienza, ad arricchire una sensazione, un pensiero, non a sostituirlo. Leggere è una delle avventure più belle del mondo se si usano i libri in modo sapiente, senza fuggire dalla vita come accade a tanti, che si rifugiano nelle parole altrui per scivolare in un’alienazione sottile scambiata per vocazione quando si decide di farne un mestiere.

Lo scandalo vero non sfiora nemmeno figure come quella di Pasolini. Appartiene invece a chi non osa, a chi si accontenta del suo piccolo giardino culturale approvato dai suoi compagni, e preferisce evitare il contatto a volte ruvido, impietoso, con una realtà che comprende i libri ma che non può esaurirsi in una biblioteca. 


La cultura letteraria non è tanto quella libresca quanto quella maturata dopo l’incontro con un libro, e con quello che decidiamo di farne. E poi, ovviamente, con cultura non si intendono solo i libri ma anche l’informazione e la formazione continua sui significati che ci circondano.
 La cultura – nel suo significato più esteso- essere un grimaldello che ci permette di forzare le porte chiuse. È uno strumento da usare per aprire la mente, non per costringerla in spazi asfittici.
Quando siamo giovani, ancora sensibili alle seduzioni dell’idealismo, ci è facile credere che la cultura serva ad allargare i nostri orizzonti. 

In seguito scopriamo invece che rischia spesso di chiuderli, narcotizzando la mente, imprigionandola nella gabbia di un sapere predefinito, condizionato da ciò che altri hanno deciso per noi. E, come un gorilla in una gabbia davanti alla porta spalancata, che gli restituirebbe quegli spazi che una cattività prolungata gli hanno fatto dimenticare, cupi e diffidenti, osserviamo la terrificante possibilità di essere liberi, disturbati da quella finestra sull’indefinito che corrompe la deliziosa recinzione delle certezze in cui abbiamo infilato tutto il nostro “sapere”. 

Altri, invece, cercano di evitare le gabbie perché pensano ancora, come quando si trovavano sulla soglia dell’adolescenza, che la cultura debba veramente aprire, allargare, agevolare la compenetrazione di fattori diversi. Certi che si tratti di un’esperienza profonda, complessa, che invoca la collaborazione di mente e cuore affinché possa fiorire una partecipazione vitale ai processi dell’esistenza.


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