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Editoria: è il momento di voltare pagina
di Giancarlo Aresta
Speranze di una nuova fase nella legislazione di un settore strategico per la democrazia
da Il Manifesto del 31/12/2006
Si è concluso, con l’approvazione della legge Finanziaria, un anno molto tormentato per quanto riguarda la legislazione in materia di editoria. La partenza del nuovo governo era stata disastrosa: con i tagli (per 50 milioni di euro annui a partire dal 2007) operati dalla «manovra d’estate» e l’ipotesi, avanzata nel testo iniziale del Decreto fiscale, di cancellare il «diritto soggettivo» ai contributi per i giornali cooperativi, non profit e di partito. Andare avanti su questa strada avrebbe comportato la chiusura di tante testate e un colpo durissimo al pluralismo, già messo a dura prova dai processi di concentrazione in atto da molti anni in questo settore. Il confronto parlamentare è servito a correggere, per aspetti sostanziali, l’impostazione iniziale. È stato cassato l’articolo 26 del Decreto fiscale, ripristinando il «diritto soggettivo»: e questa è la questione essenziale, in quanto dà certezze agli editori siugli importi delle provvidenze. È stato rifinanziato il fondo dell’editoria per circa 110 milioni di euro per il 2007, anche se restano del tutto inadeguate le risorse previste per il 2008 e il 2009 e su questa dotazione graverà il taglio previsto per i ministeri.
È importante che in questa correzione di rotta un contributo positivo sia venuto dal sottosegretario all’editoria, Riky Levi, e dal Dipartimento: questo, infatti, aiuta a creare le premesse per l’apertura di una fase nuova del confronto e dell’azione legislativa. Così come è senza dubbio positivo che per la prima volta i contributi relativi all’anno precedente siano stati erogati nei tempi previsti in legge. Ma non si può dimenticare che sul confronto sulla Finanziaria ha pesato un incomprensibile pregiudizio del Tesoro sull’importanza dei contributi a sostegno del pluralismo dell’informazione, che ha sbarrato la strada a soluzioni più organiche e durature dei problemi del settore. Infatti, a differenza dello spettacolo, dei beni culturali, del cinema e delle Tv e delle radio locali (che pure sono imprese editoriali commerciali e profit), che hanno visto incrementare in modo rilevante le loro dotazioni, sull’editoria ha prevalso pur sempre la logica dei tagli e del risparmio.
È un orientamento grave e francamente immotivato, in quanto le testate autogestite e di partito danno voce a tendenze politiche e culturali, che altrimenti verrebbero cancellate o soffocate, con un prezzo assai alto in una fase di forte omologazione del panorama informativo italiano. Un esito più significativo e di prospettiva è stato reso difficile, probabilmente, anche dalla scelta di rinviare ad una successiva riforma qualsiasi intervento correttivo delle distorsioni che pure sono presenti nei criteri di erogazione dei contributi: le proposte avanzate da Mediacoop, infatti, avrebbero reso possibile una significativa e motivata riduzione di spesa.
Oggi, conclusa una fase che è stata per molti aspetti segnata dal rischio di un esito traumatico e da una prolungata emergenza, si è chiamati a voltare pagina.
Ne è consapevole lo stesso governo che, con Riky Levi, propone una fase di ascolto su un questionario reso pubblico sul sito di Palazzo Chigi, per approdare entro sei mesi a un testo legislativo, che si presenta con l’ambizione di una legge di sistema – come lo è stata in passato solo la Legge 416 del 1981 –, che vorrebbe intervenire sulle condizioni di realizzazione della libertà di stampa, sulla struttura del mercato editoriale, sulla distribuzione, sui limiti alle concentrazioni, sui sostegni allo sviluppo tecnologico, sui nuovi media, sulle misure in favore delle testate cooperative e dei giornali di partito. È importante che, già presentando l’iniziativa, lo stesso Levi abbia sottolineato che la legge «dovrà garantire il pluralismo dell’informazione, assicurando un mercato liberò e aperto, ma nel quale non manchino le voci meno potenti» e impegnarsi «a ridurre la spesa, concentrando le risorse sui soggetti deboli».
Sembra ormai alle spalle una fase in cui prevaleva l’apologia dei «contributi indiretti», dimenticando che i loro beneficiari essenziali, e per importi assai rilevanti, sono le grandi imprese, che anche grazie ad essi in questi anni hanno accumulato ingenti utili, poi in misura significativa ripartiti agli azionisti. Resta il problema, assai complesso, di ripensare una normativa molto delicata, per le implicazioni che ha sulla vita democratica del paese, in un momento difficile, in cui si sentono i primi scricchiolii di quel modello editoriale – teso a surrogare la perdita di copie con il fatturato prodotto dagli allegati, che hanno trasformato le edicole in bazar – e l’editoria a stampa è chiamata a misurarsi con i problemi inediti. Seri problemi posti dal veloce affermarsi – attraverso l’utilizzo di internet e della rete – di un nuovo media, che per di più è portatore di un nuovo modello di comunicazione.
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