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Internet supera la frontiera dei cento milioni di siti
di Vittorio Zucconi

Raggiunto un record storico di registrazioni iniziate appena dieci anni fa…

La Repubblica del 02/11/2006


C'è una gran­de nazione nuova nel nostro mondo, un'Atlantide riemersa nella quale abitiamo ormai tut­ti, senza passaporti né docu­menti. È cresciuta in fretta co­me mai nessuna nazione nella storia dell'umanità e ora conta 100 milioni di cittadini, quanti sono divenuti ieri i «siti» del World Wide Web, della rete glo­bale di luoghi virtuali e reali nei quali l'umanità si scambia idee, informazioni, commerci, dana­ro, sogni, infamie e incubi. Quel primo timido collegamento fra due computer tentato negli Sta­ti Uniti nel 1957 da un professo­re con un nome buffo un po' da cartoon dei Simpson, il profes­sor Licklider, è diventato ufficialmente ieri un' idra con 100 milioni di teste. Neppure la rivoluzionaria invenzione della stampa a caratteri mobili, che fissa nelle prime due Bibbie pro­dotte da Johannes Gutenberg nel 1455 addirittura la fine del Medio Evo e l'alba del Rinasci­mento europeo conobbe un'e­splosione paragonabile alla bombaI, alla conflagrazione nucleare di questo nuovo stru­mento di comunicazione e di informazione.

Appena un decennio fa, nel 1995, quando un'organizzazio­ne chiamata netcraft (allittera­zione neppure troppo coperta con parola witchcraft, stregone­ria) cominciò a tenere il conto di quanti «siti» fossero stati aperti lungo i fili di Internet, i website erano 18 mila. Già sembravano molti per una rete perfezionata al Cern, il centro europeo per la ricerca nucleare, dove crearono quei linguaggi e quelle tecnolo­gie che trasformarono i sempli­ci scambi di dati fra calcolatori con il Web, la rete che usiamo oggi, tutto con l'intento di scambiare tra fisici informazioni e scoperte e dati sulle particelle.

Ma quel luogo per chierici della cultura scientifica più ra­refatta si è allargato come una piazza, come una metropoli che ha avvolto il mondo e che cresce con rapidità esponenziale. Ci vollero quasi dieci anni per arri­vare ai 50 milioni di siti nel 2004 e poi appena due anni e mezzo per raggiungere i 100 milioni e non ci sono limiti alla potenzia­le espansione futura. Costi, pro­grammi, potenze inimmaginabili ancora qualche anno fa dei server, i computer che gestisco­no e regolano il traffico, rendo­no possibile a chiunque l'aper­tura di nuovi strumenti di infor­mazione, di vendita, di scam­bio, di comunicazione e di cri­mine, perchè anche Internet, come tutti gli attrezzi nella sto­ria dell'uomo fabbro, possono essere usati secondo la volontà di chi li maneggia, per il male o per il bene

Quel www, appunto l’acronimo di World Wide Web, rete mondiale, che fu tessuto dai geni del Cern europeo sui rami di Internet costruita dagli ameri­cani inizialmente con intenzio­ni militari, parve all'inizio uno strumento perfetto per lo scam­bio di dati fra università e labo­ratori di ricerca, così come i tor­chi di Gutenberg parvero gli attrezzi ideali per diffondere la parola del Signore. Ma non servì molto tempo perché venditori e spacciatori, propagandisti e magnaccia, artisti e truffatori, capissero quale formidabile universo sifosse spalancato. E la città invisibile raggiungesse i 100 milioni di «url» come si dice nel gergo tecnico, di indirizzi, meta dei quali, 54 milioni, sono negli Usa e il resto sparpagliati in Europa, fra Germania, Regno Unito, Franciae, pateticamente lontana, l'Italia.

Nella sua terrorizzante ma­gnificenza, questa città del mondo ha annullato i ponti, i mari, le navi, gli aerei e ha can­cellato la necessità del contatto umano fra venditore e acqui­rente, aprendo Ipotesi entusla Binanti e spaventose, di Bolitudi ne dentro la moltitudine. Nep­pure più la voce, che ancora le­gava il telefono alla nostra fisi­cità umana, è necessaria per co­municare nella città che non esiste. Un computer portatile, una scheda, un collegamento a banda larga sono il passaporto necessario per saltare sopra ogni muro, per divenirne citta­dini. Una città aperta nella qua­le si sta concentrando la nuova ricchezza del mondo, come in­dicano le mappe elettroniche nella sede di Netcraft o di Goo­gle che illuminano le nazioni nelle quali la metropoli del futu­ro si espande. Ovunque, ormai, tranne in un continente che re­sta ostinatamente buio, l'Africa. Escluso anche da questa città futura, divenuta, ieri, città pre­sente.

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