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La fatica di leggere
di Nick Hornby

I libri giusti: una libera scelta oppure un condizionamento sociale?

La Repubblica del 21/10/2006


All'inizio della mia carriera di scrittore ho recensito molta narrativa, ma dovevo fingere, come è prerogativa dei recensori, di avere letto i libri fuori dal tempo, dallo spazio e dal mio carattere: in altre parole, dovevo fingere di non averli letti mentre ero stanco e nervoso, o bevuto; di non invidiare gli autori, di non avere una mia agenda di impegni, né gusti estetici o problemi personali; di non aver già letto altre recensioni della stessa opera, di ignorare chi fossero gli amici e i nemici dell'autore, di non avere in corso trattative per piazzare un mio libro allo stesso editore, di non essere stato invitato a pranzo da un'addetta stampa dagli occhi di cerbiatta. Soprattutto, dovevo fingere di non aver scritto la recensione perché mi servivano urgentemente duecento sterline. Essere pagato per leggere un libro e per poi scriverne crea una dinamica tale da compromettere il recensore secondo ogni modalità possibile, nessuna delle quali gli è di aiuto. Perciò questa rubrica sarebbe stata diversa. Sì, d'accordo, anche qui mi avrebbero pagato, ma per scrivere di qualcosa che avrei fatto comunque, cioè leggere libri che già volevo leggere. E qualora avessi sentito che l'umore, il morale, i livelli di concentrazione, il clima o le vicende familiari avrebbero influito sul mio rapporto con un libro, avrei potuto e dovuto ammetterlo.

Tuttavia, manco a dirlo, la consapevolezza di dover scrivere qualcosa per il Believer alla fine di ogni mese ha profondamente mutato le mie abitudini di lettore. Tanto per cominciare, credo proprio di avere letto più libri di quanto avrei fatto altrimenti. Ho idea che prima mi concedevo intervalli più lunghi fra un libro e l'altro, diciamo un paio di giorni, durante i quali mi portavo appresso una copia del New Yorker o di Mojo, mentre ora mi affretto a passare al libro successivo per paura di non avere materia sufficiente su cui scrivere (o di sembrare scarso, ignorante e indegno della vetrina concessami da una pubblicazione prestigiosa come il Believer). Vere vittime di questo nuovo corso sono state le riviste (anche se l'Economist si è salvato, forse per rimpiazzare i giornali che non sto leggendo).

E tuttavia è stata la natura specifica del Believer a dare uno scossone al mio modo di leggere, spero per sempre. La rivista (nata cinque mesi prima della mia rubrica) è una chiesa aperta, e scrittori di ogni genere (nonché artisti, registi e altri tipi creativi) sono liberi di salire sul pulpito e fare la loro predica, ma rispettando un comandamento: NON STRONCARE. Per come l'ho capita io, i fondatori dell'impresa volevano un posto, un angolino di mondo in cui gli scrittori potessero essere certi di non venire presi a sberle: e come ? ahinoi ? prevedibile, tale ambizione è stata sbeffeggiata senza pietà, soprattutto da quei critici i cui figli patirebbero la fame se i loro genitori non coprissero di ingiurie gli autori di quei libri che non gli sono piaciuti molto.

Ho compreso e condiviso la posizione della rivista, che mi è sembrata ammirevole e ineccepibile, fino a quando non mi è toccato scrivere di libri che non mi erano piaciuti molto. Le prime due volte ci sono state serie discussioni con i direttori del giornale, convinti che avessi superato il limite e che dovessi riscrivere i passaggi offensivi in un tono più conciliante o nascondere i libri e gli scrittori offensivi sotto l'anonimato. A me non importava un fico secco della cosa, che anzi mi dava modo di prendere spietatamente in giro le ambizioni del Believer (per la cronaca: i Polysyllabic Spree non esistono. Ho come referenti Vendela Vida e Andrew Leland, rispettivamente direttore e direttore esecutivo, ai quali non manca il senso dell'umorismo e non sono evangelici. Credo addirittura che guardino la televisione).

Peraltro, il codice etico del Believer mi ha fatto pensare a cosa leggo e perché leggo. Non volevo continuare a riscrivere le pagine offensive della mia rubrica, né tanto meno servirmi di formule come "scrittore innominabile" o "romanzo anonimo".

Che fare, allora? La mia soluzione è stata tentare di scegliere libri che prevedevo di mio gradimento. Non sono sicuro che l'idea sia paurosamente ovvia come sembra. Spesso leggiamo libri che pensiamo di dover leggere o che avremmo già dovuto aver letto, o che altri ritengono che noi dovremmo leggere (incontro a ogni piè sospinto persone che hanno un loro elenco mentale, e a volte anche materiale, dei libri che pensano di dovere aver letto quando compiranno quarant'anni o cinquanta, o quando moriranno; sono sicuro di non essere l'unico che procede lungo le pagine di un romanzo baciato dagli elogi generali fra raschi di gola e alzate di sopracciglia: sgomento, ma in realtà piuttosto compiaciuto, che tanta gente abbia preso fischi per fiaschi. Di conseguenza, il primo alimento a venire tagliato dalla mia dieta di lettore è stato la narrativa contemporanea "alta". Che a me sembra la categoria più a rischio — almeno per me, dati i miei gusti.

Non nutro un particolare interesse per il linguaggio. Meglio, nutro interesse per quello che del linguaggio può servirmi, e ogni giorno trascorro ore cercando di far sì che la mia prosa sia la più semplice possibile. Ma non ambisco a creare una prosa che attiri più attenzione su di sé che sul mondo che descrive, né certamente ho la pazienza di leggerla (e temo di non essere il solo: tendenzialmente questo genere di scrittura è più ammirato dai critici che da chi compra i libri, se valgono come prova le liste dei best seller: i romanzi che hanno raggiunto un pubblico di massa nell'ultima decina di anni di solito richiedono ai loro lettori di guardare i personaggi attraverso una lastra di vetro relativamente trasparente). Non voglio asserire che i libri che mi piacciono siano "meglio" dei romanzi scritti in modo più opaco: sto solo mettendo in chiaro i miei gusti e i miei limiti come lettore. In parole povere: a leggere certi libri mi annoio, e quando mi annoio tendo a diventare irritabile. Eliminare la noia dalla mia vita di lettore si è dimostrato sorprendentemente facile.

E la noia, ammettiamolo, è un problema che molti di noi hanno finito per associare ai libri. Anche per questo preferiamo alla lettura quasi qualsiasi altra cosa; pochissimi di noi prendono in mano un libro dopo aver messo a letto i bambini, cenato e lavato i piatti. È più probabile che ripieghiamo sulla televisione. Certe sere preferiremmo fare lo sforzo di salire in macchina e andare al cinema o aspettare un autobus che ci porti nelle vicinanze In parte perché leggere ci sembra più impegnativo che guardare la tele, e di solito è così, per quanto se si decide di guardare una serie Hbo, come I Soprano o The Wire, sia una bella lotta, perché in questi telefilm l'intreccio, il ritmo e la complessità del dialogo necessitano di attenzione come molta della migliore narrativa.

Mi sembra che uno dei problemi sia l'aver stabilito che i libri debbano costare fatica, altrimenti non ci servono a nulla. Recentemente ho parlato con due amici, entrambi impegnati nella lettura di una lunghissima biografia politica comparsa in molte classifiche dei libri del 2005. Ma stavano annaspando. Entrambi gli amici hanno dei figli, tre ciascuno, guarda caso, e svolgono stressanti professioni a tempo pieno. Così ogni sera, nei pochi minuti concessi alla lettura prima del sonno, si avventavano coraggiosi su alcuni paragrafi dei primissimi anni di un grande personaggio del XX secolo. Procedendo di questo passo avrebbero impiegato molti, molti mesi prima di finire la biografia, forse anche decenni (uno dei due mi ha detto di averla piantata lì per un paio di settimane, e quando l'aveva ripresa si era accorto con entusiasmo che il segnalibro era molto più avanti di quanto sperava. Poi aveva capito che uno dei suoi figli aveva fatto cadere il volume e rimesso il segnalibro al posto sbagliato. Disperazione). La verità, naturalmente, è che nessuno dei due finirà mai questo libro, almeno, non in questa fase della loro vita. Nel frattempo, però, avranno consolidato la convinzione che leggere un libro sia sinonimo di fatica improba.

Non sto cercando di dire che l'opera in sé fosse la causa di questo sconforto. Posso immaginare altre persone che se la sarebbero bevuta d'un fiato, come posso altresì immaginare che i miei due amici si sarebbero bevuti d'un fiato dei libri che altri avrebbero trovato altrettanto punitivi. Mi sembra chiaro, però, che la combinazione tra opera e lettori in questo momento della loro vita non sia felice. Se si desidera che la lettura sopravviva come attività di svago, e alcune statistiche dimostrano come la cosa non sia affatto scontata, allora dobbiamo fare pubblicità alle gioie che ci regala, più che ai suoi (dubbi) benefici. Non vorrei mai dover dissuadere qualcuno dalla lettura di un libro. Ma vi prego, se state leggendo un libro che vi sfinisce, lasciate perdere e leggete qualcos'altro, come quando mettete mano al telecomando se non vi piace un programma televisivo. La vostra incapacità di godervi un romanzo reputatissimo non significa che siate ottusi; anzi, potreste scoprire di preferire Graham Greene, o Stephen Hawking, o Iris Murdoch, o Ian Rankin, o Charles Dickens, o Stephen King, fate voi. Non importa. So soltanto che ricaverete ben poco da un libro che vi fa piangere per la pena di leggerlo. Non ve lo ricorderete e non imparerete niente; e, la prossima volta, con ogni probabilità sceglierete di guardare il Grande Fratello invece di leggere un libro.

«Se leggere è un esercizio per la mente, la Gran Bretagna deve ribollire di energia intellettuale» ha sentenziato sarcastico un rubricista del Guardian. «Le stazioni dei treni hanno librerie zeppe di parole sufficienti a tenere impegnato per settimane anche il più muscoloso dei cervelli. In effetti, le carrozze traboccano di gente che esercita l'intelletto per tutta la durata del viaggio. Eppure, chissà perché, il fatto che milioni di individui divorino ogni giorno migliaia di parole da Hello, il Sun, Il codice da Vinci, Nuts e così via non ci infonde la speranza che il nostro cervello medio scoppi di salute. Non conta soltanto leggere, conta quello che leggete». Questi discorsi, intrisi di un sussiego ahimè molto comune nei nostri giornali "di qualità", devono fare perdere le staffe a bibliotecari scolastici, editori e operatori delle campagne di alfabetizzazione. In Gran Bretagna, oltre dodici milioni di adulti hanno gusti letterari pari a quelli di un ragazzino di tredici anni, anche meno, eppure qualche giornalista fichetto insiste a volerci spiegare che se non si legge qualcosa di importante, tanto vale non farlo del tutto.

Ma cosa è importante? E di chi sono i libri che ci renderanno più intelligenti? Di certo non miei. Ma la merce giusta chi ce l'ha? Ian McEwan? Julian Barnes? Jane Austen, Zadie Smith, E.M. Forster? Hardy? Dickens? I lettori di Dickens passati alla storia perché aspettavano notizie della Piccola Neil sul lungomare di New York, speravano forse di venire eruditi? Naturalmente Dickens è "alta letteratura", in quanto i suoi libri sono stati scritti tanti anni fa. Ma la sua opera non è sopravvissuta perché ci fa pensare, ma perché ci emoziona e ci fa ridere, e uno non sta nella pelle dalla voglia di sapere cosa ne sarà dei suoi personaggi. Ho qui sulla scrivania un romanzo di James Lee Burke. un thriller della serie di Dave Robicheaux. che presenta in copertina commenti sperticati della Literary Review of Books, del Guardian e dell'Independent on Sunday. quindi è possibile che qualche critico di un quotidiano di qualità lo approvi... È automatico che mi si riveli utile a esercitare la materia grigia? Quanto accresce le proprie competenze un fisico nucleare che legge un libro sulla fisica nucleare? Si diventa più cervelloni leggendo Uomini e topi, la bellissima e semplicissima novella di Steinbeck? O lo splendido Un vero bugiardo di Tobias Wolff, o Jim il fortunato, o Il buio oltre la siepe? Nella creazione di tutti questi libri è confluita un'intelligenza enorme, così come in quella dell'iPod: ma l'intelligenza non è trasferibile. Se c'è, è lì per uno scopo.

E però non si sgarra. Sembra un comandamento scolpito nella pietra: o i libri costano fatica, o sono una perdita di tempo. E così ci sfianchiamo impantanandoci in romanzi seriosi, e a volte seriamente tediosi, o in enormi biografie di politici; alla fin fine i libri sembrano poco più che un dovere, e Pop Idol comincia a esercitare sempre più fascino. Mollateli, ve ne prego.

E, vi prego, piantatela di snobbare quelli che stanno leggendo un libro — Il codice da Vinci, per esempio — perché gli piace. Prima di tutto, nessuno di noi sa quanta fatica rappresenti per quel particolare lettore. Potrebbe essere il suo primo romanzo di lunghezza canonica che legge da adulto; potrebbe essere il testo che finalmente svela lo scopo e la gioia della lettura a qualcuno che fino a quel momento era rimasto perplesso nel vedere l'attrattiva che esercitano i libri sugli altri. E comunque, leggere per diletto è una cosa che dovremmo fare tutti. Non intendo che tutti dovremmo leggere romanzi rosa o thriller (però se è questo che volete leggere, per me va benissimo, perché... Ascoltate, vi confesserò una cosa che nessuno vi dirà mai: se non leggete i classici o il romanzo che ha vinto l'ultimo Booker Prize, non vi succederà niente di male; e soprattutto. se li leggete non vi succederà niente di straordinario); voglio dire soltanto che voltare le pagine non dovrebbe essere come arrancare in un denso pantano. Lo scopo primario dei libri è che noi li leggiamo: e se scoprite di non farcela, può darsi che la colpa non sia della vostra inadeguatezza. A volte i "buoni" libri sono un incubo.

Il brutto della guerra culturale che, dopo tanti anni, sembra ancora in corso, è che divide i libri in due campi: quelli spazzatura e quelli che vale la pena di leggere. Tra chi si guadagna da vivere parlando di libri, nessuno sembra capace di veicolare il messaggio che non funziona così; che i libri "buoni" possono essere altrettanto gustosi di quelli "spazzatura". E allora perché darsene cura, se poi non fa nessuna differenza? Perché così abbiamo maggiore scelta. Perché non siete obbligati a leggere storie di complotti o romantiche tribolazioni di donne trentenni per godere di un piacevole intrattenimento. Potreste scoprirvi ammaliati da Stalingrado di Antony Beevor, o da Dio di illusioni di Donna Tartt, o da Grandi speranze di Dickens. Leggete di tutto, purché non vediate l'ora di riprendere in mano il vostro libro.

Io leggo per un sacco di motivi. Generalmente tendo a frequentare lettori e ho paura che, se smettessi di leggere, loro non vorrebbero più frequentare me (sono gente interessante e sanno un sacco di cose interessanti, ne sentirei la mancanza). Sono anche uno scrittore e ho bisogno di leggere per ispirarmi e per istruirmi e perché voglio migliorare, e solo i libri possono insegnarmi come. A volte, certo, leggo per scoprire delle cose: a mano a mano che invecchio, sento sempre di più il peso della mia ignoranza. Voglio sapere com'è essere questa o quella persona, vivere in un posto o in un altro. Amo quei dettagli sui meccanismi del cuore e della mente umana che solo la narrativa ci può illustrare, i film non si avvicinano abbastanza. Ma credo che il motivo più importante sia questo.

Quando avevo nove anni, trascorsi alcuni mesi infelici nel coro di una chiesa (idea non mia, di mia madre). E due o tre volte alla settimana dovevo starmene lì seduto ad ascoltare il sermone del vicario, un vecchio trombone insopportabile. Mi sembrava che non finisse mai e a volte temevo che mi avrebbe ammazzato, che sarei letteralmente morto di noia. L'unica divagazione disponibile era il libro degli inni, e a volte finivo per leggerlo. In precedenza non avevo mai trovato davvero necessari né i libri nei fumetti; anche se mi era sempre piaciuto leggere, non avevo mai capito che fosse così indispensabile per la mia salute mentale. Da allora non sono mai, dico mai, andato in nessun posto senza un libro o una rivista. Eppure mi è servito tutto questo tempo per capire che la lettura non deve essere per forza noiosa, checché ne dicano i recensori e i commentatori di cultura; e per insegnarmelo ci sono voluti proprio i Polysyllabic Spree.

Per favore, vi prego: mollatelo lì. Non lo finirete mai. Iniziatene un altro.

(Traduzione di Massimo Bocchiola)

© Nick Hornby 2006

© 2006 Ugo Guanda Editore Spa

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