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I problemi vanno oltre i numeri
di Ferdinando Camon

La Stampa del 21/10/2006

Il curatore dell'antologia Racconti matematici, Claudio Bartocci, come si capisce dalla ferrea introduzione, vede il contatto letteratura-matematica stando nel territorio della matematica (è docente dì Fisica Matematica all'università di Genova), da lì sente l'incontro come un urto (come quello delle placche continentali alla deriva nel mondo in formazione), e osserva: «Le zone critiche in cui soprattutto si concentra l'energia di questo urto sono rappresentate da alcuni problemi fondamentali che più di altri mettono in luce la forza e la debolezza dell'immaginazione». 

Prendendosi i suoi rischi, di questi problemi indica tre macrocategorie: l'infinito, lo spazio, la complessità. Leggendo il libro (seducente e inquietante, molto personale nelle scelte dei 24 autori, tutti del Novecento), ho seguito l'urto stando nel territorio della letteratura, e prendendomi i miei rischi dirò che l'incontro mi pare avvenga nelle zone dove tre macroproblemí scavalcano i confini sia della letteratura che della matematica: Dio, la morte, il dolore.
Ci sono molti cimiteri, in questi racconti (Saramago, Del Giudìce).

Sono cimiteri costruiti da architetti applicando calcoli complessi (i problemi, in Saramago, sono orizzontali, la dimensione, la forma quadrata, i lati, le porte; in Del Giudice sono verticali, ogni tomba sprofonda in un'altra tomba, i morti vi calano a rotazione). L'Infinito è intollerabile: bisogna disfarsi, dice Borges, del Libro Infinito, in cui non riesci mai a trovare la pagina prima e la pagina ultima, perché prima della prima pagina e dopo l'ultima pagina ci sono infinite pagine. Il Libro Infinito è inquietante, non puoi tenerlo in casa, non dormi più. È il libro del diavolo.
Stanislaw Lem colloca nello spazio infinito (albergo infinito, che può ospitare infiniti ospiti, avendo sempre uno spazio libero, spostando continuamente ogni ospite dalla sua stanza a una stanza successiva. Nessuno è mai dov'è. Nello spazio e nel tempo infinito il finito non ha senso (come dìre: il mondo non ha un fine se non ha una fine, e il senso dell'uomo è la morte). 

Nel Caos (pre-mondo) la creazione era una necessità, in Calvino lo scommettitore comincia a vincere quando scommette che l'universo ci sarebbe stato: da allora si va dal possibile al determinato, e se si può scommettere sul futuro vuol dire che la sua prevedibilità lo determina. Nell'infinito si pone il problema del dove siamo, e se non siamo in nessun punto indicabile si pone il problema se siamo (è il rovesciamento del vecchio interrogativo, per cui l'uomo si chiedeva se Dio esiste; qui è Dio a doversi chiedere se l'uomo esiste). Nell'albergo infinito non siamo in nessuna stanza. 
Nel Libro infinito non siamo in nessuna pagina.
Nella Biblioteca Universale (di Kurd Lasswitz) la storia del Terzo Reich è in milioni di volumi, ma ogni volume la racconta in maniera diversa e contraddittoria: nella biblioteca universale è impossibile distinguere il vero dal falso, il sensato dall'insensato (osservazione: la Biblioteca Universale è ciò verso cui andiamo, per cui stiamo lavorando). L'artista di Aldous Huxley, prima di suicidarsi (ma già quell'impresa è un suicidio), vuol raffigurare direttamente «il Puro Numero, ovvero Dio e l'Universo, o comunque piaccia chiamare quella piacevolmente inane concezione della totalità». Il numero dà certezza, con i numeri sai quel che dici, con le parole mai. 

Visti dalla letteratura, gli scrittori che si spostano nell'area della matematica tentano di uscire dall'impotenza; visti dalla matematica, tentano di armarsi di un'altra potenza. Nel significato numerico della Trinità c'è «l'immensa importanza del fatto che sia tre in uno, senza dimenticare l'importanza anche maggiore del suo essere uno in tre». (Nelle Lettere persiane, Montesquieu liquidava la faccenda in ben altro modo: «Gli europei continuano a credere che uno sia uguale a tre»).
Il limite dell'uomo è la morte (una volta si chiamava scacco).

In Saramago il re vuole espellere per sempre la morte dal suo regno, nessuno deve più averla tra i piedi. Via i morti e i cimiteri, tutto finirà dentro un unico vasto cimitero, costruito molto lontano, in forma di quadrato, con una immensa porta al centro di ogni lato, e altre porte minori tra la porta principale e gli angoli. Morti in pace e in guerra, teschi e tibie, scovati sottoterra con appositi strumenti, saran fatti confluire lì. La vita con la vita e la morte con la morte. Ma vista l'alta affluenza di gente al cimitero, di fronte a una porta principale spunta un giorno una tenda che vende bibite. Poi altre tende. Ad ogni lato del cimitero nascono villaggi, e la gente finisce per seppellire i suoi morti dentro il villaggio, sotto le finestre di casa. La morte torna insieme con la vita, ognuno morendo vuol restare dov'era. Anche il re. Gira per il giardino del palazzo, cerca l'angolo giusto, si stende per terra e ordina alla guardia: «Qui». Eppure il Grande Cimitero Unico era perfetto, calcolato in tutte le proporzioni. Il fatto è che non è questione di numeri. Qui Musil dice: «Per non essere catastrofico, il calcolo logistico dei generali non deve oltrepassare la sicura semplicità delle quattro operazioni» (Edgar Allan Poe diceva che lo specchio della vita non sono gli scacchi, troppo complícati, la vita non lo è; è la dama). 

Tutti questi racconti, specialmente Borges, Asimov, Calvino, Huxley, il grande Buzzati, Lasswitz, Del Giudice (bellissimo), Saramago (il migliore), Lem, Wallace (il più divertente), Eco (il cui senso è: dialogo con Pitagora alla pari, e lo incastro), vien voglia di leggerli più volte, anche quelli che già conoscevamo. Ma l'impressione è che i problemi stiano più a monte. Ogni libro è un problema, ma non è il numero delle pagine. Dio è un problema, ma non è se sia un numero o una parola. La morte è un problema, ma non è il cimitero.

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