torna alla home


formazione link editoriale iscriviti alla newsletter Concorsi eventi le novità contattaci! I servizi offerti da Studio Stylos chi siamo interviste recensioni letterature

                                                         Studio Stylos ©



                                  SPECIALE FALLACI





                                                                                              


Una rassegna stampa monografica in occasione della morte di Oriana Fallaci, giornalista e scrittrice controversa,  discussa, amata oppure odiata.

Ricordi di giornalisti e colleghi in cui emerge il ritratto di una donna difficile, dal carattere forte e aggressivo ma allo stesso tempo di straordinario talento.

Una donna che ha avuto un solo, grande amore: la Storia.

 

 

 

 

 

La passione come forza ma sull’Islam aveva torto

di Franco Cardini, il Tempo, 16 settembre 2006-09-17

 


Oriana Fallaci. Questo non è un coccodrillo. Da tempo molti giornali me ne avevano chiesti. Da tempo mi ero rifiutato di scriverne. Mi sembrava di malaugurio: ma soprattutto, sentivo lo scrivere di lei prima della sua fine come se essa non fosse più tra noi una specie di tradimento. A me stesso prima che a lei.

 

Non posso dire di essere stato un amico di Oriana Fallaci. Potrei dirlo nel senso che ho avuto alcuni contatti con lei: ci siamo visti rare volte  e per poco tempo, ci siamo scritti, ci siamo telefonati.

Avevo soprattutto due persone che molto mi legavano a Oriana. Anzitutto sua sorella, Paola Fallaci, eccellente giornalista che per un po’ di tempo mi ha contattato spesso, per questioni di carattere storico o di costume.

Amabilissima, intelligente, sensibilissima professionista.

E poi il grande Tiziano Terzani.

Dovrei aggiungere che a Oriana mi legava in un certo senso anche Giovanni Sartori: anch’egli un amico “che ho per la verità purtroppo conosciuto e frequentato poco, nonostante lui ed io si sia, come del resto Oriana, fiorentini.

 

Una volta chiesi a Sartori se vedesse la sua vicina di casa tanto celebre. Mi rispose che non si frequentavano un granchè. Intuii che c’era qualcosa che non andava. C’è sempre qualcosa che non va, tra noi fiorentini.

È una storia vecchia, risale forse al tempo in cui ci si odiava tra guelfi e  ghibellini.

Non saprei dirlo.

 

Oriana Fallaci è stata una straordinaria scrittrice, una grande interprete del nostro tempo.

Credo sia riduttivo parlare di lei come una grande giornalista. I giornalisti, in fondo, sono un po’ come certi medici analisti: hanno il dovere di restituire la realtà, la verità, come essa è davvero. Un dovere peraltro arduo: qualcuno ha detto che è impossibile parlare delle cose come davvero sono.

Le cose sono sempre come ci sembrano, come appaiono: e non ci sono due persone che le vedano nello stesso modo. Forse nemmeno la stessa persona, in tempi diversi della sua esistenza. 

 

 

Oriana Fallaci ha parlato del suo grande secolo, che essa amava e odiava: il Novecento.

Ha parlato dei suoi grandi amori: quello scomparso nel turbine della repressione dittatoriale greca, e poi ancora la sua città natale Firenze, la sua città d’adozione New York, quello che lei amava chiamare l’ “Occidente”.

 

Non ho veramente mai capito cosa sia l’Occidente. Credo non l’avesse capito nemmeno lei; che non lo sappia nessuno.

Forse, l’Occidente è anzitutto questo: una paradossale contraddizione tra la bontà dei suoi sentimenti (i sacrosanti diritti dell’uomo) e la realtà della sua volontà di potenza: la sua voglia di fare, di costruire, di conquistare.

 

Una contraddizione dalla quale è difficile uscire indenni.

 

L’Oriana Fallaci cara alla sinistra, quella che negli ultimi anni era sembrata svanire, era una feroce nemica di tutte le fedi e di tutte le idee dogmatiche; era scapigliata, individualista, libertaria.

Era certo una donna “di sinistra” con tutto il carico storico che tale espressione indica.

In seguito, abbiamo visto questa donna anarchica diventar quasi una donna “di destra”, difendere se non proprio la chiesa cattolica per lo meno la memoria delle sue radici cristiane, ergersi contro tutto quello che essa riteneva il vero nuovo pericolo per tutto l’Occidente.

 

Non ho amato né apprezzato mai i libri che  Oriana Fallaci ha dedicato alla questione islamica. Li ritengo storicamente e culturalmente sbagliati, civicamente poco responsabili.

 

Ma oggi credo tutto ciò sia irrilevante. Non è questo ciò che ci resterà di Oriana Fallaci.

 

De lei ci resterà la grande passione, la straordinaria capacità di descrivere fatti e persone, ricorrendo magari alla forza della fantasia laddove la realtà le sembrava poco incisiva, poco profonda.

Ha saputo combattere contro la dittatura dei colonnelli in Grecia come contro quella dei fondamentalisti nel mondo islamico. Forse per questo si è allontanata dalla verità.

Ma noi, Oriana, non t’abbiamo mai chiesto la verità.

Ti abbiamo chiesto la bellezza delle tue pagine scolpite con una forza talora degna d Michelangelo; ti abbiamo chiesto la tua passione di donna capace di trasferire sulla carta tutto il tuo amore e tutto il tuo odio.

 

 

Un’inviata di guerra che faticava come un soldato

di Bernardo Valli, la Repubblica, 16 settembre 2006

 

Era furiosa. Jaruselski doveva assolutamente figurare nella sua raccolta di interviste a personaggi famosi. Era l’uomo del momento e andava affiancato allo scià di Persia, al generale Giap, a Robert kennedy e a tanti altri.

A tratti il fiato di Oriana diventato vapore sembrava colto dal singhiozzo e si frantumava in tante nuvolette, che erano le sue concitate parole disperse nella gelida aria polacca.

Poi, di botto, il flusso sonoro si interruppe.

Ci fu un breve silenzio, solenne in quel paesaggio bianco, seguito da una domanda che non aspettava una risposta: “Lo sai? Lo sai che sono più brava di Hemingway?”.

 

Non le dissi, compiacente, che lo sapevo; né cercai di capire, con il dovuto tatto, se parlasse sul serio.  Ma era raro che Oriana scherzasse. Era più incline alla provocazione. Non amava le mezze misure.

 

Voleva suscitare emozioni forti. Raccogliere consensi incondizionati o rifiuti decisi. Con lei potevi essere amico o nemico. Nero o bianco. Il grigio non le piaceva. L’infastidiva.

Dunque in quell’inverno dell’81 presi alla lettera Oriana Fallaci. Lei si vedeva, perlomeno al momento, “più brava di Hemingway”.  Non osai naturalmente contraddirla.

 

Non era facile trattare con Oriana. A Saigon, negli ultimi anni Sessanta, Egisto Corradi ed io ci appostammo nell’ingresso dell’Hotel Continental e dopo averla vista uscire andavamo nella direzione opposta.

La sua compagnia era impegnativa. Una mattina non potei non seguirla a Taynin, verso il confine cambogiano, dove era in corso una grande operazione tesa a interrompere “la pista di Ho Chi Min”, sepolta sotto la foresta.

Partecipammo al rancio di una truppa appena uscita da una risaia dove era stata decimata dai viet cong, ma che mostrava con orgoglio una decina di prigionieri.

E così, tra un volo in elicottero e un rancio di fortuna, tra una visita a un reparto intento a contare morti e feriti e una riunione di ufficiali assiepati intorno a carte geografiche, trascorremmo tre interminabili giorni, ospiti del generale Cao Ky.

Oriana sembrava appagata.

 

Riempì di annotazioni il suo taccuino. Al ritorno aveva la faccia segnata dalla fatica, ma lo sguardo sveglio come alla partenza. In quanto  me, uscendo dall’Hotel Continental avevo pensato di rientrare a Saigon al più tardi per l’ora d cena. Era per evitare gli imprevisti che (con Egisto Corradi). Prendevo la direzione opposta a quella di Oriana.

 

Quella era la giovane Fallaci. In Viet Nam, in Cambogia, in Libano faticava come un soldataccio.

Mentre seguivamo la guerra del Bangladesh (nei primissimi anni Settanta) il mio nome fu estratto a sorte con quello di altri quattro cronisti, scelti per partecipare alla presa di Dacca insieme  all’esercito indiano.

Oriana mi offrì un migliaio di dollari per prendere il mio posto. Prima mi dichiarai offeso della proposta, poi le dissi che il baratto era impossibile anche perché, se io avessi ceduto, lei avrebbe cominciato la corrispondenza dalla capitale del Bangladesh appena espugnata scrivendo: “Il biglietto per Dacca mi è costato mille dollari. L’ho comperato da un collega fannullone e squattrinato, alla partenza da Calcutta…”. Lei scoppiò in una risata. Era l’incipit che sognava.

 

Amava saltare da un elicottero all’altro, sguazzare nel fango, sudare anzi friggere sotto un elmetto arroventato o rinchiusa in un autoblindo.

Ho visto raramente qualcuno lavorare con tanta passione e trasferire questa passione nei propri scritti e riuscire a imprimere su ogni frase tante sequenze di immagini significative.

Oriana non dimenticava un  solo istante che per essere letta da molti si deve stupire e quindi accendere fantasie e ferire suscettibilità, sia pure senza perdere mai di vista i bersagli reali, quelli che contano.

 

La cronaca impressionista, ricavata da una profonda e sofferta immersione nei fatti era la sua specialità. Da qui è venuto il suo straordinario successo.

Uno dei rari, rarissimi successi di chi scrive in grado di gareggiare con quello delle immagini televisive.

I camerieri del piano terra dell’Hotel Imperial, a Nuova Delhi, dove Oriana aveva alloggiava nel Natale ‘71, mentre scriveva un articolo per l’Europeo, erano terrorizzati da quella cliente che in camicia da notte scriveva a macchina da due giorni, ordinando a ripetizione tazze di tè e di caffè, e scacciando con urla isteriche chi osava disturbarla, nella camera cosparsa di fogli accartocciati.

 

C’era  una vicenda nella vita della Fallaci che segnava un prima e un dopo. Ed era Il Viet Nam. A lungo, per lei, la differenza era “fra chi c’era stato e chi non c’era stato”.

 

Non importava per chi uno avesse tenuto, per il Nord o per il Sud.

L’importante era che uno avesse fatto o non avesse fatto quell’esperienza.

Per i giornalisti che non hanno vissuto quegli anni in Asia può sembrare un curioso criterio di giudizio.

Può apparire una sindrome del reduce di pessimo gusto. Insomma un atteggiamento fuori moda.

Lo stesso vale per i tanti che avendo passato solo qualche giorno o settimana in Estremo Oriente hanno poi millantato avventure mirabolanti, e si sono sentiti esclusi, snobbati, dai veri corrispondenti.

Ma è un fatto che quest’ultimi, i veri corrispondenti dal Viet Nam. Come la Fallaci, si sono a lungo considerati un’aristocrazia del giornalismo.

 

Trattandosi di una generazione ormai (quasi) scomparsa, è di rigore il passato.

Non è facile percorrere il viale del tramonto.

Nel ’91, quando non si conosceva il giorno in cui strenne cominciata la guerra del Golfo, quella promossa da Bush senior, Oriana tempestava di telefonate amici e colleghi.

Se eri a Gerusalemme, anche tu nell’attesa dell’offensiva americana, venivi duramente rimproverato: “Cosa c…ci stai a fare lì se non sai nulla?”.

Potevi essere svegliato di primo mattino: “Quando ricomincia la riconquista del Kuwait? È meglio stare in Arabia saudita o in qualche emirato del c…?”.

La grande armata si mosse infine in direzione del Kuwait per fermarsi alle porte di Bagdad. E la Fallaci si precipitò in  prima linea. Dove però non c’era la guerra.

Perché quella del Golfo fu soprattutto, per gli americani e per i loro alleati, un’operazione logistica.

 

A sessantadue anni l’Oriana si trovò su un fronte senza storie. Dove il racconto ricco di immagini, colte dal vivo, era impossibile.

Molti, tra i giornalisti accorsi nell’Arabia Saudita, non furono neanche ammessi alle conferenze stampa. Erano migliaia e non c’erano abbastanza seggiole per tutti. Per la veterana del Viet Nam fu una grande delusione.

La Washington Post descrisse l’anziana giornalista che pronunciava invano il suo magico nome per raggiungere luoghi e persone inaccessibili ai mortali.

Oriana Fallaci era celebre a New York, non era un nome noto soltanto nelle redazioni della stampa popolare, ma anche nelle biblioteche universitarie, e tra gli esperti politici.

 

C’erano almeno un paio di dipartimenti del giornalismo (ad esempio la Michigan State University) che usavano le sue interviste, registrazioni e testi a fronte, come modello.

Valeva la pena descrivere il Sunset boulevard di una celebre corrispondente di guerra,

 

Quando Oriana si considerava “più brava di hemingway” era l’autore di libri venduti a milioni di copie nel mondo, dal Giappone all’Argentina.

 

Il suo romanzato amore per Panagulis, eroe della resistenza greca al regime dei colonnelli, descritto in Un uomo, e la Lettera a un bambino mai nato le avevano procurato una notorietà mai conosciuta da un giornalista italiano.

Gli articoli che scriveva per l’Europeo venivano venduti in almeno trenta paesi.

Le sue interviste con personaggi celebri (che con gli anni compresero Kissinger, Khomeini, Golda Meir, Gheddafi, Deng Xiaoping…) contribuivano al successo.

 

Quella con Khomeini fece scalpore, prché Oriana disse di essersi strappato il chador in segno di protesta davanti al grande  ayatollah.

 

Lei stessa raccontò poi che se l’era tolto perché faceva  caldo.

Facevano effetto nelle sue interviste le domande spesso impertinenti, sfacciate, provocatorie ai potenti sulla Terra.

 

Chiamò sul serio “tiranno” Khomeini durante l’incontro? Penso che le domande pubblicate fossero qualche volta diverse, di quelle formulate nella realtà, a viva voce.

Esse dovevano dare l’impressione di un confronto alla pari.

Oriana non poteva non sorprendere, quindi scriveva il contrario di quello che ci si aspettava.

Quelle interviste sono spesso risultate dei ritratti molto intensi, efficaci.

E comunque non pochi tra gli intervistati ci tenevano a figurare nella galleria di Oriana Fallaci.

Kissinger fu un’eccezione, poiché definì l’intervista con lei “la più disastrosa” mai avuta con la stampa. Ma non smentì il testo.

 

Un  giorno, durante l’assedio di Beirut da parte dell’esercito israeliano (1982) ho assistito a una  scena curiosa.

Eravamo all’Hotel Alexandra, sul quale passavano puntualmente fischiando i tipi dell’artiglieria di Tsahal destinati ai feddayn palestinesi di Arafat.

Oriana aveva dovuto cambiare camera perché la sua era stata sconvolta da un forte spostamento d’aria.

Ma non era quello che la preoccupava. Era alla ricerca di Ariel Sharon, allora ministro della difesa israeliano, e non riusciva a trovarlo.

Era il nuovo uomo del momento da aggiungere alla sua raccolta di interviste celebri.

 

Stava spiegandomi, nella hall dell’albergo, la sua caccia a Sharon, quando un giornalista giapponese la riconobbe. Come capita spesso i giornalisti giapponesi erano tanti e in gruppo. La circondarono di domande e tenendo i microfoni e inquadrandola con le telecamere.

La scoperta della fallaci fece dimenticare per un’ora la guerra in Libano.

 

Dall’esperienza libanese ha poi ricavato il suo libro più ambizioso, Insiallah, in cui affronta tutte le discipline, dalla filosofia alla matematica, dalla storia alla letteratura.

I protagonisti sono gli ufficiali e i soldati del corpo di spedizione italiana in Libano, ai tempi delle sfortunate forze multinazionali mandate invano laggiù (1982 - 1983), all’altra estremità del Mediterraneo, affinché riportassero la pace a Beirut.

Quella vicenda ha ispirato a Oriana una “piccola Iliade”.

 

C’era da aspettarselo che sarebbe un giorno esplosa in un’opera epica. Era chiaramente scritto nel suo oroscopo. Lo esigeva la sua confinata vanità.

 

Le pagine del giornale le andavano strette, e le capitava sempre di più di straripare da quegli spazi angusti.

Dopo quel tentativo la grande cronista, abile nelle pennellate forti, è precipitata nell’invettiva.

 

Il passaggio dai fatti alle idee non le è riuscito.

Il suo rudimentale odio per l’Islam, espresso in La rabbia e l’orgoglio, ha avuto uno straordinario successo editoriale.

Ma il successo aveva cambiato natura. Quando esplosero le polemiche su quel pamphlet sollecitò, con l’orgoglio che non le è mai mancato, l’appoggio di alcuni amici e colleghi. Ma non lo chiedeva la cronista di un tempo.  Era un’altra persona. Anche se con la stessa voglia: stupire.

 

Adesso, ricordandola, è meglio fare un grande passo a ritroso nel tempo.

 

 

 

 

 

La rabbia e il rimpianto

di Furio Colombo, L’Unità, 16 settembre 2006-09-17

 

 

Tornano, come in una luce stroboscopia, flash di memoria. Oriana Fallaci, ragazza bella, sfacciata, incredibilmente simpatica, in una strada di New York (stranamente ricordo  ancora il luogo, di fronte al consolato di Svezia, 64° strada e Park Avenue) che si presenta da sola e si unisce all’istante a un viaggio a Washington.

Andiamo a  visitare il senatore Kennedy e il senatore Goldwater, ujna colomba e un falco, un liberal e un conservatore, due grandi personaggi che, per giunta, sono amici fra loro.

Osservandola lavorare impari subito grinta, insolenza, bravura e coraggio.

Le è sempre a rovescio rispetto al percorso comune, diventa all’istante l’antagonista dei suoi intervistati ma anche, curiosamente, la confidente che si fa dire più cose, anche cose mai dette a nessuno.

 

Avviene così la sua celebre intervista a Henry Kissinger, segretario di Stato. Oriana Fallaci era già celebre a Washington, scriveva per il settimanale Newsweek, era immensamente ammirata dai lettori e molto temuta dai personaggi a cui si presentava.

Per anni, finché ho vissuto in America e ho avuto l’occasione di ascoltare Henry Kissinger, mi sono sentito raccontare da capo, come un incubo, quella intervista. In due pagine la giornalista italiana aveva svelato più fatti, progetti, ricordi e pensieri del potente e prestigioso personaggio Kissinger, di quanto abbia mai fatto, prima o dopo di lei, qualunque giornalista americano.

 

In un altro momento della stanza della memoria, siamo a Hong Kong, all’Hotel Mandarin tra un Vietnam e l’altro, Oriana Fallaci entra di corsa nell’ascensore già affollato e mi chiede sottovoce “un posto per piangere”.

Era appena arrivata, vestita da guerra, stava indicando i bagagli e mostrando il passaporto quando il portiere, in quel luogo a lei familiare, le ha passato il telefono.

“E’ morto lo zio di Bruno”, mi ha detto. Le ho dato le chiavi della mia stanza, si è seduta e ha pianto per un’ora. Poi se ne è andata a ricominciare il lavoro.

Chi è stato amico di Oriana Fallaci sa tutto dello zio Bruno, il personaggio che ha legato la scrittrice quasi bambina alla Resistenza, e, subito dopo, l’adolescente ambiziosa e “unstoppable” (non fermabile diceva di lei Ray Graham, la leggendaria proprietaria del Washington Post) nel mestiere del giornalismo.

Prima e dopo c’è la Grecia, poi ancora la Cina, il Vietnam, l’America che c’è sempre nella sua vita. 

L’America è un ufficio nell’edificio Rizzoli (57a strada ovest) e una casa due piani nella 61a

Strada. A pochi passi abita Ugo Stille.

Cento metri più avanti in quegli anni – per molti anni – abito io.

Ci sono solo tre posti dove Oriana Fallaci andrebbe, a quel tempo, la sera.

Il Ristorante San Domenico, la sua piccola cucina con terrazza su un giardino interno, e casa mia.

Ci sono solo due coppie di amici che vede per una settimana di seguito, con cui parla del suo lavoro e mostra i fogli altrimenti inaccessibile dei libri, dei suoi libri. Sono Francesco Rosi e sua moglie Giancarla. Sono Alice Oxman e io.

 

Ci sono due frontiere misteriose e invalicabili – o almeno invalicate – nella vita di Oriana Fallaci, lei che le frontiere fisiche le ha attraversate tutte.

Una è stata tracciata dopo l’immenso successo giornalistico, quando ha deciso di essere soltanto una scrittrice e ha voluto essere definita sempre e solo con la seconda parola, “scrittrice”.

Il successo dei libri è stato almeno altrettanto grande e qui si colloca il primo valico impenetrabile.

Ha chiuso fuori quasi tutta la vita che veniva prima, tranne l’estrema vivacità dei ricordi che ti faceva sembrare una sera con lei come l’essere andato al cinema.

E quel misto di cattiveria implacabile (toscana) e di fairness, o messa in prospettiva delle persone e delle cose (americana) con cui ti raccontava la sua vita e il mondo come il grande spettacolo che aveva vissuto in esclusiva.

Molti pensano che la seconda frontiera, quella dell’isolamento quasi assoluto, interrotto solo da un paio di interviste pubbliche, coincida con l’insediamento del male.

Non è vero.

 

Con il suo piglio insolente e coraggioso Oriana Fallaci ha trattato il suo male come un qualunque nemico, ce lo narrava come si narrano le frasi di una battaglia, e anche le dispute sulla cura  (non amava il piglio invasivo e “macho” di certi medici americani) erano episodi e materiali del nostro conversare continuo.

Ma in un modo o nell’altro la barriera è calata.

So dire quando (1995) ma non so dire perché.

C’è un “giorno dopo” in cui il telefono non risponde più e non avviene più alcun contatto, nonostante le lettere lasciate sotto la porta.

Inizia così il lungo decennio (l’ultimo) di cui non so nulla tranne i tre libri che le hanno dato un successo e una notorietà immensa e hanno spaccato intorno a lei il mondo, anche il suo.

 

Prendo un tratto del suo carattere, l’insolenza, per dire: peccato, gli ultimi libri hanno oscurato un personaggio molto più grande della vita italiana e della vita americana.

Peccato, perché il marchio di fabbrica di ogni cosa detta e scritta e fatta dalla Fallaci era un atto di sfida al conformismo e al potere, era una rivolta nella rivolta, un atto di estrema originalità.

 

Il suo Vietnam non era stare con gli americani o con i vietnamiti. Era la ragazza che affronta il generale e dice senza mezzi termini quel che pensa.

Al generale Giap e al generale Westmoreland con lei toccava la stessa sorte: di essere implacabilmente esplorati e descritti e svelati, ma non amati, meno che mai seguiti.

E mi sembra ingiusto che in questi ultimi anni si sia dimenticata la Oriana Fallaci di Insciallah, un documentario-romanzo in cui la vera guerra avviene fra stupidi e intelligenti, fra disonesti e puliti, fra spie e soldati, fra persone per bene e venduti, non fra Occidente e Oriente, non lungo una linea di demarcazione della guerra santa.

 

E in cui salvezza e perdizione non dipendono da alcun credo e da alcun Dio ma da un po’ di abilità, un po’ di fortuna e da molto coraggio.

Oriana Fallaci mi diceva di avere armato le mie recensioni di Insciallah (che potremmo chimare “la prima guerra del Libano”) più di molte altre.

 

Finché ci siamo incontrati (quasi ogni sera) non abbiamo mai smesso di parlarne, perché era bello quel suo mondo in cui buoni e cattivi non sono razze, non sono religioni e non sono milizie del bene e del male.

 

Oggi ricordo quel libro e la sua autrice e la grande amicizia che ci ha uniti fino a quel misterioso punto di silenzio. Il resto è storia. E, adesso, memoria e rimpianto.

 

 

 

L’invettiva totale dell’orchessa

di Pietrangelo Buttafuoco, speciale Panorama del 17 settembre 2006

 

Ebbe estrema genialità di non mtttersi con Silvio Berlusconi. Ha fatto salva così la sua faccia da gruppettara. E in termini di celebrità in compagni gliel’avrebbero fatta pagare. La sua storia, la sua solitudine di primadonna non le avrebbe consentito il condominio, seppure solo degli umori e degli sbotti, con l’unico padrone di casa della destra in Italia.

 

Ma se c’è stato un simbolo, ragione  e passione di una destra in Italia, Oriana Fallaci ne resterà l’emblema: il simbolo appunto di quella desra che altro non è che una malattia senile della sinistra.

 

Sono infatti tutti di sinistra quelli di destra, lei la prima. Sono di sinistra i Marcello Pera, i Paolo Guzzanti e i Mgadi Allam.

È così di sinistra la destra che il capofila dei teocon italiani, Christian Rocca, dal Foglio la celebra in  nome dell’antifascismo, della democrazia e del libertarismo fabbricando però il fronte politico con Forza Italia, con Alleanza Nazionale e con la Lega, non certo col nascente partito democratico.

 

Perfino Daniela Santanché è a destra perché è di sinistra; la destra di Berlusconi, Geroge Bush, e dell’esportazione della democrazia garantisce la libertà di fare ancora più cinico   il nostro Occidente (cito benedetto XVI, non il Muftì) e Oriana Fallaci allora, signora simile a dinamite nel bel mezzo del guado conformista italiano, si porta dietro la parabola della ragazza che fu un mito per la sinistra per declinare adesso tra i comizi scritti che tanto piacciono ai pensionati. Che c’entra lei con Renato Farina?

 

Anche la sinistra invecchia e tutta quella libertà di  fottersene del Battistero di Firenze, quel tanto fottersene da non prendersi l’occasione di farsi confessata e comunicata (almeno “cristiana rinata” come Bush) nei giorni dell’autunno diventa l’occasione di una crociata.

Contro i Saraceni, come se i Mori avessero fatto del battistero un pisciazzaro.

Ovviamente esagerazione, anzi propaganda, ancora meglio invettiva, un genere giornalistico che più o meno consiste nel prendere un avversario, tenerlo fermo e picchiarlo.

Un genere che non costruisce dei Montanelli, piuttosto delle Fallaci.

 

E la signora che fu un asso dell’invettiva, Dio ce ne scampi fu grandissima, irascibile tiranna, vanitosa, fichissima, maniaca fino all’ossessione.

Ma dell’invettiva.

Controllava ogni riga in un giornale, figurarsi nei suoi giornali.

O nei giornali dove faceva capolino con lettere o interviste fiume. Se solo potessero parlare i direttori, i caporedattori che l’hanno avuto addosso in questi anni, potrebbero raccontare delle chilometriche letelfonate, dei fax di riscontro, della titolazione e, soprattutto, della fottutissima foto a corredo.

Minacciava la Rizzoli di lasciarli in mutande un giorno sì e l’altro pure, Ferruccio De Bortoli, il signor direttore di via Solforino, doveva recarsi fino a new York per prendere l’articolo dell’orchessa. Una volta gli mandò un collega e quella, irata come una erinni, gli telegrafò, testualmente: “ È frocio”.

 

Sarebbe ridicolo incensarla adesso, chi scrive venne da lei querelato solo per vaer sipsoto “grazie altrettanto” a un suo “fuck you” (causa da lei persa).

Ma chi scrive può ben dirlo adesso: Oriana fallaci meritava compagnie migliori di quelle che ha avuto in questi ultimi anni, non si passa da Camilla cederna a Mana Charta senza pagare pegno. Si dirà: anche Montanelli andò alla festa dell’Unità. Vero: ma ci andò per disinnescare la guerra civile e non per fomentarla.

 

Chi scrive adora Oriana fallaci, non fosse altro che per un delizioso tormentone cui la sottoponeva Giuliano Ferrara.

Chi scrive era al Foglio, giornale con articoli non firmati.

Ogni volta che le capitava sotto il suo attento occhio un pezzo appunto anonimo ma di suo gusto, chiedeva a Giuliano Ferrara: “Chi ha scritto quest’articolo?”.

E Ferrara, divertito, piano piano le diceva: “But’, But’, Butta’…Buttafuoco”. E giù urla: “Quello strronzooo d’un maiale!”.

 

Sarebbe troppo penosa cosa fare di Oriana Fallaci un monumento, amici iraniani, e persino Igor Man, reporter d’alta letteratura, raccontano di come persino Ruhollah Khomeini fosse ilare dopo ogni loro incontro.

 

Ogni sua intervista era un capitolo della straordinaria avventura di una bellissima ragazza che faceva innamorare in rivoluzionari, i banditi, i tiranni.

Se poi la sinistra invecchiando ha fatto di lei il drago vittorioso della destra (con tanto di banchetti di Alleanza Nazionale per raccogliere firme in suo sostegno affinché andasse ovunque: senatore a vita, presidente della Repubblica), la destra rimbecillita con fallaci ha imparato a urlare un repertorio fino a ieri solo balbettato. Vogliamo dire razzista?

 

Se solo dei mori da lei descritti si facesse una tinta ancora più scura, più da Africa nera insomma, non ci sarebbe da stupirsi a trovarsi in un pomeriggio assolato di impiccagioni in Alabama. Basta fra diventare negro il turco.

Con Fallaci la destra scimmiesca della chiamata alle armi ha perso il  complesso del militarismo, del Cristianesimo e del patriottismo. Dio, patria e famiglia come neppure al tempo del Generalissimo (lui sì, buonanima, che se ne intendeva).

Tutti cristiani, tutti soldati con Bush, tutti patrioti occidentali quando giusto lei, magnifica, aveva fatto commuovere le nostre ragazze coi suoi amori irregolari, le sue bestemmie e il disprezzo per le piccole cose di provincia andandosene negli States.

Si specchiò nella penombra dei suoi grandi occhialini da dark lady per restare inavvicinabile.

 

 

Magari s’è divertita ad avere intorno questo suo chiassoso pubblico di pensionati, lei così piccola, minuta, fasciata di gonna e nervosismo.

Lei tutta conclusa nella sigaretta, tutta battibecco come il suo maestro Curzio Malaparte, l’altro toscano che in letto di morte non seppe dir altro che: “Mi dispiace moire prima di Montanelli”.

Chissà cosa non avrà detto lei, santa anima.

 

 

 

 

 

 

Certo che come litigava lei…

 di Pier Mario Fasanotti, speciale Panorama, 17 settembre 2006

 

 

“Certo che come litigava lei non sapeva litigare nessuno”: la frase, , a caldo e detta con affettuosa nostalgia, è di Ferruccio De Bortoli, alla guida del Corriere della Sera dal 1009 al 2003.

Fu De Bortoli, attualmente direttore del Sole 24 Ore, che pubblicò l’articolo…no, no, non si deve dire così perché Oriana s’impuntava e “ordinava” di chiamarlo “lettera”,  quella rabbia che era poi La Rabba e l’Orgoglio. 

 

Litigi, dunque. Be’, il caratterino ce l’aveva. E sapeva anche essere sgradevole. “Ma con passione”, tiene a dire, assolvendo un atteggiamento ed esaltando un coraggio intellettuale, l’ex direttore del quotidiano di via Solferino, il foglio dove lavorò come caporedattore il mitico zio bruno della giornalista fiorentina.

Muscolosa scrittrice la Fallaci, che però non scordava mai di essere cronista. E come tale pignola fino allo sfinimento. Di quella “lettera”, ricorda De Bortoli, “facemmo ben 16 giri di bozze: lei interveniva, correggeva, s’arrabbiava, verificava. Aveva l’ossessione dei trattini degli a-capo: li odiava, diceva che dovevano essere pochi.

Fu lei a scegliere il carattere corsivo, che, a dirlo francamente, è una bella fatica per chi legge”.

 

De Bortoli confida che a un certo punto fece in modo di non essere più stanato dall’autrice: “Era l’unico modo per fare uscire i giornale, eravamo in ritardo tremendo”.

Attenzione: quando de Bortoli rievoca i litigi, è come se addolcisse alcuni dissensi comportamentali. Poca cosa, in fondo, se si guarda a Oriana come un intellettuale di forte carattere “che se la prendeva con gli indifferenti”, i suoi veri nemici.

Qui sta il punto nodale della Fallaci panflettista: i “suoi testi” osserva De Bortoli “hanno un carattere difensivo. Era il suo paese che voleva proteggere e così facendo prendeva per il bavero i suoi concittadini.

La rabbia e l’orgoglio e le altre opere sono questo, più che una semplice invettiva contro gli altri”.

Non a caso un intellettuale americano disse: “Calli t sermon”. Infatti, quello della Fallaci, sostiene De Bortoli, è uno dei più importanti sermoni laici dell’ultima nostra storia.

 

Azzardiamo: a fine anni Sessanta Pier Paolo Pasolini, a cavallo dei due secoli Oriana Fallaci. Unici intellettuali in grado di scuotere l’opinione pubblica.

“No, non è affatto un azzardo – risponde De Bortoli – Io penso che gli scrittori debbano avere il compito di stupire e provocare. Pasolini scandalizzò il conformismo della sinistra, infatti. E anche lui litigava. Scrisse all’allora direttore Piero ottone una lettera in cui lo apostrofò in modo irripetibile.

I suoi interventi facevano discutere. Parimente, senza Oriana non ci sarebbe stato un grande dibattito. Sapeva spezzare le ipocrite armonie, ribaltare i tavoli. Anche insultando”.

 

De Bortoli la incontrò per la prima volta nel 1997: “Per me era un mito, avevo bene impressa ala foto scattata in Vietnam, quella con l’elmetto. La vidi e fui sorpreso dalla sua fragilità fisica. Era così minuta. Forse era già attaccata dal male che l’ha divorata”.

E a proposito del cancro, inevitabile ricordare un altro giornalista e scrittore che contro quel ragno della morte combattè fino alla fine: Tiziano Terzani.

 

Quando il Corriere s’occupò di Terzani, la Fallaci s’infuriò con De Bortoli: “Due toscani erano. Uno andò all’Est, l’altra all’Ovest. Il primo guardò la morte con sguardo mite, lei personificò il male cavalcandolo dal suo corpo e ci litigò fino alla fine”.

Dopo la sfuriata a causa di Terzani, Oriana telefonò a De Bortoli: “Piombo nel tuo ufficio e ti prendo a botte fino a dammazzarti2.

Rimase in silenzio prima di buttare giù il telefono quando De Bortoli le rispose: “Cara Oriana se tu mi ammazzi passi alla cronaca, se io ammazzo te invece passo alla storia”.

 

De Bortoli, un giorno a New York, spinse sotto la porta del suo appartamento una lettera. La ricevette poi per posta. Mai aperta.

 

Furiosa in modo ariostesco, ma anche dotata di enorme dolcezza, ricorda De Bortoli.

Partendo dalla dolcezza delle  sue colline fiorentine e dalla passione indelebilmente dantesca, lottava contro chi favoriva “quell’Occidente che perde brandelli d’identità”.

Dolcezza, si diceva. Come quando dettava i suoi pezzi al giornale. 2La sua voce…sì, i suoi saggi quasi li recitava. Con vigore e straziante dolcezza”.

 

 

Né callida né opportunista

di Giuliano Ferrara, edizione speciale di Panorama, 17 settembre 2006

 

Il mondo ha bisogno di spiriti forsennati, di gente che scrive col fuoco nella pancia, almeno quanto ha bisogno di intelligenze miti e razionali, fredde e oggettive. Invece ci tocca un diluvio di callidi e di opportunisti, di calcolatori che sbagliano sistematicamente ogni calcolo, di pesci bolliti disposti a tutto tranne a guardare la realtà con i propri occhi, con un po’ di noncuranza o spezzatura verso le idee ricevute.

 

Oriana Fallaci era un campione ineguagliabile della rabbia personale e dell’orgoglio intellettuale, ma l’ultimo colloquio importante, l’ultima intervista con la storia (come lei avrebbe detto) l’ha avuto con un teologo tedesco affilato e di smagliante intelligenza eppure mite e, appunto, freddo e oggettivo, che di mestiere faceva il Papa.

Gli opportunisti non erano il suo pane.

 

Chissà che si saranno detti. Per una volta Oriana è stata discreta, non si è fatta guidare dalla sua splendida e scandalosa furia di vivere, non ha rotto le regole vaticane di riservatezza, non ha messo in scena l’incontro come aveva fatto tante volte.

Penso che questo contengo dipende dal carattere tragico di quella conversazione, che ora è malinconicamente percepibile nella coincidenza tra la morte di Oriana, Cassandra dell’Occidente giudaico e cristiano, e il discorso di Ratsibona di Benedetto XVI.

 

Le cose sono infatti più chiare di come le raccontano i callidi e i pavidi: la predicazione di Oriana Fallaci e l’immenso caso teologico-politico sollevato dal Papa, con conseguenze drammatiche sotto gli occhi di tutti, coincidevano. In questa semplice sostanza.

 

Sostanza., Non si può considerare l’insorgenza islamista nel mondo moderno come una questione da sociologi o da storici ambivalenti, bisogna essere cauti ma anche radicali e in equivoci nel giudicarla.

È una tragedia fatta di un dissidio intorno a Dio, e se in Occidente non si vede all’orizzonte quel Dio che ci può salvare, secondo la filosofia, si vede invece benissimo, basta guardare, il Dio che ci può dannare secondo la teologia cranica ferma al XIV secolo dell’era cristiana, e irriducibile nella sua devozione verso un Dio che chiede Jihad, conversione forzata dell’infedele, spirito e prassi di conquista.

 

Tutto il resto lo sappiamo: una religione universale va rispettata, perfino nello scontro non c’è alternativa al dialogo sempre da promuovere, l’Islam può trovare da qualche parte la forza per incontrare la pace del cuore e una ispirazione umana e razionale che consegni al passato il suo monolitismo, il suo spirito di sottomissione a una religiosità che è anche e insieme strumento di fondazione di una comunità governata da una legge inflessibile e da precetti incompatibili con la libertà e con la ragione umana.

 

Ma sapere il resto non cancella la sostanza, che è quella di una crisi e di una guerra tra civiltà diverse e, per adesso e da molti secoli, tragicamente irriducibili.

 

Non mi va di parlare di Oriana come persona, della sua perfidia e della sua dolcezza, del suo egocentrismo maniacale e della sua devozione alla conversazione e al contatto con gli altri, della sua sorprendente fragilità femminile combinata a una virilità di testa e di cuore che si è definitivamente perduta, e pazienza per la perdita degli ammennicoli della virilità da commedia, guai invece per la fine della virtù e della forza che ne sono elemento irrimpiazzabile sia nei maschi sia nelle femmine.

 

Non mi va di parlare di quella straordinaria persona, in quanto persona, perché la cosa più straordinaria che ha fatto, dopo una strepitosa carriera di giornalista universale, è stata l’abbandono del giornalismo, il ricorso al racconto e alla predica, l’abbraccio totale a un impegno civile così diverso, nelle sue radici fiorentine, colte, ricche di immaginazione visionaria, dall’engagement prevedibile, spurio, rissoso e puerile dei custodi del pensiero politicamente corretto.

 

Verso la fine della sua vita, tramortita dall’11 settembre, questa sfolgorante narcisista si è negata, si è cancellata per mettere in palcoscenico le sue idee, e anche le sue ossessioni e le sue fobie.

 

Ed è stata una grande lezione sulla vanità del giornalismo, sul suo carattere, quando è grande, non meramente professionale, sul suo risvolto di libero esercizio del pensiero e anche delle emozioni.

 

Quanto alla forma, mentre estendeva la portata del suo profetiamo fatto in casa dal grido antislamista all’identità occidentale, alla tecnocoscienza e alle crudeltà convenzionali di una modernità che è solo desiderio e diritto, di errori Oriana ne ha fatti molti.

 

Quanto alla sostanza, ci ha azzeccato alla lettera. Purtroppo e tragicamente, sul fondo delle cose ha visto la loro superficie, la loro verità.

 

E non è poco, anzi è moltissimo, è il moltissimo che ha fatto di questa divina di Manahattan, di questo piccolo e delicato animale appartato e sempre nel fuoco dell’occhio del mondo, una consolazione per milioni di lettori espropriati nella loro identità dalla diligente snobberai del giornalismo corrente, e risarciti dalla magnifica Oriana.

 

 

 

 

 

 

servizi editoriali agenzia letteraria