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Il record- difficile da battere - della più lunga crisi della pagina bianca spetta a Henry Roth. Nel 1934, a 28 anni, lo scrittore "importato in America dalla Galizia come un pacco postale" (parole sue, aveva diciotto mesi quando i genitori emigrarono) pubblicò Chiamalo sonno
Gran successo di critica. Poi silenzio per oltre mezzo secolo. Fino al 1995, quando uscì il primo volume dell'autobiografia, Alla mercé di una brutale corrente.
Colpa di Joyce, spiegò: l'irlandese era troppo bravo e virtuoso, il confronto metteva la tremarella. 
Per consolarsi, scomparve e si dedicò ai mestieri che di solito i romanzieri fanno prima dei tempi duri.

Blocchi tanto devastanti non si registrano da tempo. Joyce non fa più paura, i romanzieri sono usciti dalla sua nefasta influenza prendendo atto che la letteratura non è uno sport competitivo. 
Le storie si possono ancora raccontare, senza troppo effetti speciali.
Al massimo c'è la crisi da secondo libro, quando il primo è riuscito particolarmente bene. 
Oppure - come confessa Paolo Maurensig - capitano le crisi per mancanza di nicotina: eliminate le sigarette, per cinque anni se ne erano andate anche le idee. 
Restano gli intoppi passeggeri, che ogni scrittore impara a combattare senza farsi prendere dal panico. 
Edoardo Albinati si ingrippa in caso di tristezza o di cerchio alla testa da dopo sbronza. 
A Cristina Comencini bastano dieci minuti di sonno, per tornare come nuova.
Eraldo Baldini si blocca al massimo per un giorno, e ha imparato a non innervosirsi. 
Anche per Amitav Gosh e la Tracy Chevalier, diventata miliardaria con La ragazza dall'orecchino di perla, gli intoppi si risolvono nel tempo di una passeggiata. Silvia Ballestra si alaza dal tavolo e si fa uno shampoo. 
Parte del merito spetta ai computer: un conto è lavorare con la macchina per scrivere, che costringe alle correzioni con il bianchetto, o a ribattere da capo le pagine venute male. 
Il computer, che consente di girare le frasi tutte le volte che vogliamo, mette meno ansia.
"Scrivo una frase e la giro - dice Philip Roth - poi ne scrivo un'altra, e la giro. Poi vado a pranzo, torno, le rileggo e le giro tutte e due. Poi le cancello e ricomincio da capo".
Confessano un certo nervosismo David Leavitt e Luciana Littizzetto, quando il tempo stringe e si avvicina il momento di consegnare. 
Jonathan Coe della Banda dei Brocchi parla di terrore: lo vince cucinando per gli amici.
Serena Vitale confessa di essere scoppiata in lacrime, dopo aver cercato per tre mesi l'aggettivo giusto, e avre riscritto trenta volte un racconto. 
Stefano Benni, quando prima  o poi la crisi arriva, temporeggia: "Metto da parte le pagine e le lascio frollare per qualche mese".

Per Dario Voltolini il momento peggiore è l'inizio: "Ci pensi e ci ripensi, come prima di fare un tuffo. Poi ti butti".
La Joanne Harris di Chocolat e di Vino, patate  e mele rosse allenta la tensione guardando vecchi western. Ma poi confessa la verità: "Esco e vado a comparmi un paio di scarpe". Quando la scarpiera è piena di tacchi alti, una ragazza si sente subito meglio. Decisamente femminile anche la strategia di Laura Pariani (l'ultimo suo libro si intitola Patagonia Blues): non lavoro mai su una sola storia. Quando non so più come andare avanti la tradisco con un'altra".

Zadie Smith, attesa dai critici con i fucili puntati, dopo l'anticipo miliardario ottenuto per Denti bianchi, ha scritto tre romanzi conservando ritmi da studentessa: "Un giorno lavoro, poi per altri due guardo la televisione".
Tra i fortunati che non conoscono  blocchi si fa avanti Loriano Macchiavelli da Bologna, inventore del poliziotto Sarti Antonio. "A me viene facile. Già alle medie scrivevo raccontini porno da vendere ai compagni". Tale e quale al giovane Stephen King, che dopo aver visto un film intitolato Il pozzo e il pendolo - e non avendo mai sentito parlare di Poe - ne ricavò un racconto e lo stampò con il ciclostile. 

Emmanuel Carrére, che l'anno scorso ha diretto un film dal suo romanzo Baffi (ribattezzato per le sale italiane l'amore sospetto, com Vincent Lindon e Emmanuelle Devos) è fortunato a metà. 
Quando l'interruttore scatta scrive di getto. Quando l'interruttore sta in posizione "off" non c'è nulla da fare. 
Accantonati i romanzi, scrive sceneggiature oppure articoli per i giornali. Piccolo particolare, non trascurabile: il tasto della sua ispirazione rimane spento il 90 per cento del tempo.
Reparto professionisti. Come Geroges Simenon, che di romanzi ne ha scritti almeno trecento, per non parlare dei racconti (sarebbero più facili da contare, se non avesse usato tanti pseudonimi).

Scriveva un libro in due settimane, e gli avanzava il tempo per portarsi a letto una donna diversa ogni sera. Fino al momento in cui andò all'ufficio passaporti, e chiese all'impiegato di cancellare la parola "scrittore" e di sostituirla con "pensionato". 
Da quel momento, si limitò a dettare l'ultima delle sue tante autobiografie. Fanno parte della stessa categoria l'irlandese Jospeh O'Connor: "Guardo l'estratto conto della banca e le ultime bollette arrivate. Non c'è niente di meglio per farti tornare al lavoro".
E anche l'anglopakistano Hanif Kureisi: "Una volta mi bloccavo, anche spesso. Con tre figli a carico non me lo posso più permettere".
"Oddio, oggi devo scrivere!" dice Susanna Tamaro quando si annoia, e teme di annoiare anche il lettore. Ma la sua musa si fa viva, puntualmente, un anno prima di ogni nuovo libro. 
Le mette voglia di ricamare. Segue acuisto di tovagliette e matassine, lasciate a metà per mettersi finalmente a tavolino.

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