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L’amico dei bei momenti

di Enzo Golino

 

Sapeva raccontare. Sapeva conversare. Sapeva guardare. Per affrontare il meglio e il peggio dell’esistenza. Per inventare con la scrittura fatti e personaggi. Per dare una speciale veste comunicativa ai ricordi che affollavano la memoria nutrita di letture, di incontri non solo eccellenti.

 

E a volte ti accorgevi che la sua esperienza di vita, il suo uso di mondo, subivano fino all’eccesso le trafitture dell’insensatezza estetica, civile, politica inflitte dagli aspetti più volgari della collettività, dalla slealtà o dalla perfidia o dalla inettitudine di un singolo individuo. Giocavamo, ma non troppo, a inventare dietrologie: “C’è un disegno…”, diceva, recitando l’intercalare. O cantando, memore di studi canori. Gli facevo da spalla. L’ho visto soffrire, tra sbandamenti emotivi e consapevole rassegnazione, durante la sua presidenza della Rai, offeso dalla cagnara feroce, ingiustificata di cui fu inerme bersaglio, e che insidiò la sua fragilità esposta e ritrosa. Certo fu messa a dura prova l’idea dell’amicizia che abitava il suo carattere: un bisogno ineludibile, forse alimentato dalla perdita del padre in età giovanile.

 

L’amicizia era per lui una corazza quasi magica, una tensione affettiva talmente assoluta da sorprendere persino qualche amico più caro. A cominciare da me. Ci eravamo incontrati senza conoscerci all’inizio dell’estate del 1961, sul ponte che attraversa il Tevere, in un gruppetto di giovanotti diretto a Piazza  Monte Grappa 5, al Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II. In quelle aule avremmo affrontato la prova scritta (in autunno gli orali, riservati agli ammessi) di un concorso per funzionari televisivi bandito dalla Rai. Gli esami non finiscono mai.

 

Nella cornice dell’assoluto amicale s’inquadra l’amicizia filiale per un grande vecchio come Alberto Moravia, che sapeva tradursi nelle maniere rispettose del comune mestiere di scrittore. Non a caso del Siciliano narratore esordiente si disse un po’ pigramente che aveva connotati moraviani. Gli altri suoi libri fanno scolorire l’etichettatura.

 

Ma ricordo l’emozione di Enzo quando Giovanni Valentini, allora direttore di questo giornale, alla morte di Moravia (26 settembre 1990) gli affidò la rubrica di cinema fino ad allora splendidamente tenuta dall’autore degli “Indifferenti”. Era il segno di una eredità trasmessa da una generazione all’altra, il filo dell’amicizia intrecciato all’impegno professionale.

 

Non ho dubbi che per Attilio Bertolucci e Giorgio Bassani il giovane Siciliano abbia concepito il medesimo sentimento filiale: come nell’attenzione rivolta al magistero culturale di Giacomo Debenedetti, fascinosa icona di docente e saggista. L’amicizia per Siciliano aveva anche l’impronta della fraternità, come nel rapporto con Pier Paolo Pasolini di cui apprezzava il ribellismo corsaro, la natura poetica. Lo sguardo educato all’arte da Roberto Longhi, la capacità di sperimentare senza rinnegare la tradizione.

 

Diversi i piani dell’intesa., ma eguale amicizia fraterna per Cesare Garbali, la cui elegante eccentricità stuzzicava l’interesse di Enzo cimentandone gli umori dialettici.

 

E se un amico, insediato in qualche luogo di committenza, si trasferiva altrove, scatenava irrimediabilmente la sua apprensività producendo insicurezza.

 

Infine, l’aspetto paterno dell’amicizia, a volte mimeticamente trasformato fino a confondere la figura del padre in quella del figlio. Rivedo Enzo sul sedile posteriore del motorino di Francesco, il primogenito che lo sovrastava in altezza, un transfert giocoso e modernizzato del mitico binomio Enea-Anchise. L’amicizia colorata di paternale contagiava la squadra che aveva trovato in lui un laborioso ancoraggio: il giovane poeta di cui aveva scritto l’introduzione all’opera prima; il giovane narratore presentato con il suo avallo all’editore importante, i giovani critici a cui affidava la curatela di opere editate sotto la sua direzione; i giovani redattori di “Nuovi Argomenti”. Nel gergo della tribù si diceva Officina Siciliano.

 

Nel corso del tempo la squadra è cresciuta in ogni senso. Ma non si è fermato il ricambio anagrafico. Oggi, nei fascicoli di “Nuovi Argomenti” e nei cataloghi editoriali capita non di rado di imbattersi in autori generazionali più giovani che debbono qualcosa all’impagabile maestro di bottega, ammalato da mesi ma sempre attivo, morto sulla breccia. Una lezione di stoicismo. Per tutti. Insomma, se i demografi lamentano l’invecchiamento del “sistema Italia”, Siciliano marciava in controtendenza. Allevando giovani che da questo “homo faber” hanno imparato a “fare visione”.

 

Per di più, grazie a un istinto di imprenditorialità pudicamente selvaggia, Enzi riusciva a trasmettere impulsi di giovanile avvenenza anche ai più anziani di lui: Moravia per esempio.

 

Con lui e Dacia Maraini fondò la Compagnia del Porcospino e chiese a Carlo Emilio Gadda per il teatro di Via Belsiana la conversazione a tre voci in radiodramma – “Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo” – già trasmessa dalla Rai. Da me volle una nota per il programma di sala. Accettai, lusingato anche dalq ausi certo incontro con il Gran Lombardo alla prima dello spettacolo. E così fu.

 

Imbarazzato secondo i canoni della sua proverbiale cerimoniosità, l’Ingegnere mi ringraziò, smozzicando però la frase in cui affermavo che con il laccio delle parole aveva strangolato la retorica. Lui, mirabile descrittore dell’assassinata nel “Pasticciaccio”, avvertì l’addebito di un delitto sia pure metaforico mediante strangolamento.  E arrossì, nevroticamente pudico com’era.

Enzo se ne accorse, scoppiando a ridere fugò il nostro disagio.

 

E lo scrittore? C’è ancora da scavare in quella miniera: trasferire in vita le sue carte al Gabinetto Vieusseux, da poco sono iniziati i lavori per il Meridiano Mondadori a cui attende Raffaele manica. Se aveva la letteratura come bussola principale, una costellazione di astri – la musica, l’arte, il cinema – accompagnava la navigazione dei suoi estri, della sua etica, del suo stile.

Alla luce di una solare mediterraneità e all’ombra di una complessa psicologia.

 

Commentando la discussione che Arbasino e io avemmo con lui a proposito di un suo libro, ricordava che la sua “difesa” nei nostri confronti era stata debolissima. Ne spiegò i motivi con l’onestà intellettuale che lo ha sempre distinto e che gli è valsa il rispetto degli antagonismi letterari (non di tutti, purtroppo). Così concluse quella lettera: “Il caotico per me è precedente allo scrivere, e scrivere è esprimersi, capirsi, in qualche misura maturare. Ho in uggia le orchestrazioni wagneriane. Amo Mozart in definitiva. Cosa c’è di più ambiguo e intrigante della tersa logica geometrica di “così fan tutte”? Non a caso “I bei momenti”, protagonista Wolfgang Amadé, è uno dei suoi romanzi più ispirati e Mozart la più luminosa delle sue stelle polari.

L’ultimo regalo mozartiano è il racconto di un sogno recente (9 giugno, La Repubblica, supplemento “Ravenna in muisca”). Il vecchio Haydn, nel giardino della casa di campagna di Enzo, parla con lui di Mozart, divino e per fortuna anche troppo umano. “Di qui la sua vittoria sul tempo”. Una lontana profezia che ha il sapore di un presagio suggellato dall’interrogativo con il quale Siciliano chiude l’articolo: “Come tener conto di quelle sue parole?”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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