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Stephen Zweig, Novella degli scacchi




Le ho già accennato che a mio avviso è già di per sé un nonsenso voler giocare a scacchi contro se stesso; ma perfino quest'assurdità avrebbe pur sempre una minima possibilità con una vera scacchiera davanti agli occhi, perché la scacchiera con la sua concretezza permette in fondo una certa distanza, un'estrinsecazione materiale. Davanti a una vera scacchiera con veri pezzi si possono intercalare pause di riflessione, si può sedere in modo puramente fisico ora da una parte, ora dall'altra del tavolo e in tal modo considerare la situazione ora dal punto di vista del nero, ora da quello del bianco.


Ma essendo costretto, com'ero io, a proiettare queste battaglie contro me stesso o, se vuole, con me stesso in uno spazio immaginario, dovevo per forza ritenere chiaramente nella mia coscienza la situazione esistente di volta in volta sulle sessantaquattro case, e calcolare inoltre non solo la situazione del momento, ma anche le possibili mosse ulteriori dei due partners, e quindi - so come suona assurdo tutto ciò - immaginarmi sempre quattro o cinque mosse in anticipo per ognuno dei due miei Io, il bianco e il nero, moltiplicate per due, per tre, no, per sei, per otto, per dodici.

Dovevo - mi perdoni se le chiedo di soffermarsi su questa follia - giocando nello spazio astratto della fantasia, calcolare in anticipo come giocatore bianco quattro o cinque mosse e altrettante come giocatore nero, per combinare in anticipo tuttel e situazioni che potevano svilupparsi, in certo modo con due cervelli, col cervello bianco e col cervello nero (...). Ma dal momento in cui iniziai a giocare contro me stesso, cominciai senza volerlo a provocarmi. Ognuno dei miei due Io, l'Io nero e l'Io bianco, dovevano gareggiare fra loro e ognuno per proprio conto caddero in preda a un'ambizione, un'impazienza di vincere, di avere la meglio; come Io nero tremavo a ogni mossa, nell'incertezza di ciò che avrebbe fatto l'Io bianco. Ognuno dei miei due Io trionfava se l'altro commetteva un errore, e al tempo stesso si amareggiava per la propria incapacità.

(Stefan Zweig, Novella degli scacchi)




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