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Ladro e gentiluomo?

Il mito di Vallanzasca ha caratterizzato un'epoca. Ancora oggi, il "bel René" fa parlare di sé e divide gli animi. Di certo è un uomo che ha pagato, e paga ancora. Ma che è rimasto, oggi, di allora? Ne parliamo con Leonardo Coen, che lo ha conosciuto e raccontato nel suo libro L'Ultima fuga.

di Francesca Pacini


Incontro Leonardo Coen in una calda giornata di fine luglio. L’appuntamento è nel suo studio, una stanza, accogliente, piena di libri di ogni tipo, accatastati uno sull’atro. Tanti, tantissimi libri. Lui è gentilissimo, lo è stato fin dal primo contatto per l’intervista sul suo libro, L’ultima fuga. 

Parto da una frase di Vallanzasca che compare nel tuo libro. “”Non imitatemi. Nessuno sa dissacrare i miti meglio di me”. Che mito è quello di un uomo che ha trascorso due terzi della sua vita in galera?”
Lui in realtà il mito lo ha subìto, lo ha alimentato. Quando facevano le rapine ci teneva molto all’immagine di sé stesso, era sempre sorridente con la gente. Diceva: “Cerchiamo di fare le cose per bene, così non ci facciamo del male”. Era così. Poi c’è stata la latitanza. Da quel momento il suo mito è diventato più oscuro, sanguinario, e lui è rimasto incastrato. Non avrebbe mai voluto diventare il bandito che uccide, poi è successo…E’ stato artefice e vittima del suo mito. Il fatto che lo dica adesso è dovuto alla riabilitazione psicologica che sta compiendo da qualche anno. Si lavora sull’ego, e il suo è un ego grandissimo, smisurato.

Esatto. Volevo arrivare qui. Si dice che tutti abbiamo un vero Sé e un falso Sé. Il flaos Sé era stato in quel caso il mito di sé stesso che aveva sviluppato?
Lui è sempre stato così. Lo conferma anche Antonella, la sua moglie attuale, che era la sua compagnetta di giochi quando erano piccoli. Voleva essere al centro di tutto, essere il capo, mostrarsi, perché probabilmente aveva una situazione familiare molto difficile, un po’ sconclusionata.

Essere Ladro e gentiluomo è un aspetto affascinante di una criminalità “di altri tempi”. E’ possibile essere ladri e gentiluomini ancora oggi?
Innanzitutto uno non esclude l’altro. Anche se uno è gentiluomo, resta sempre un ladro. Del resto abbiamo un Premier che finge di essere un gentiluomo quando in realtà e un mascalzone.

La criminalità di oggi, rispetto a quella di ieri, rispecchia esattamente la nostra società…
Il criminale agisce nell’illegalità. Se ti sequestro, divento un criminale. Ricatto i tuoi affetti, commetto una violenza, pretendo un riscatto. Magari tu mi riconosci e ti sgozzo.
Il criminale agisce in un pianeta che non è quello riconosciuto dalle regole della società
Abbiamo due tipi di criminalità: una nasce come ribellione rispetto alla società, nasce da un’idea che diventa ideologia, poi abbiamo la criminalità che vuole solo far soldi…

Vallanzasca mi ha sempre detto che lui l’opzione politica non l’ha mai sentita. Rubava per vaere soldi, diventare ricco, cambiare la sua qualità sociale.
Ma una certa attenzione alle tematiche sociali ce l’aveva. Nel libro lui racconta di un episodio in cui, quando era a Rebibbia, giocava a pallone, aveva per amici sia gli estremisti di destra che i brigatisti rossi. Cercava di barcamenarsi…Lui voleva solo vivere da gran signore

Il pentimento postumo è affascinante. Mi ha colpito che lui non abbia voluto chiedere scusa ai parenti in quanto inutile…
Sì lui non ha mai sbandierato il suo pentimento. Ma è successo anche che Il figlio del medico ammazzato ha curato la madre di Vallanzasca.
Nella sua logica di bandito se gli sparano addosso lui risponde.
Nella logica criminale (il primo capitolo del libro è agghiacciante, con quell l’omicidio che non era mai stato attribuito a lui CITA NDR) ci sono codici d’onore della male. Ormai, ingabbiato nella sua figura di malavitoso d’onore, di grande bandito, non poteva tirarsi indietro.

Quando tu lo hai incontrato hai notato la differenza tra ciò che avevi immaginato, rispetto alla sua persona, e ciò che invece ti sei trovato realmente davanti?
Innanzitutto non è stato molto facile avvicinarmi a lui, c’è voluto un mese di incontri. Era molto diffidente. Poi ha deciso, piano piano, che potevo essergli utile. E abbiamo cominciato a parlare. Parlare di donne, di vita,d i galera, ecc. Così siamo diventati “amici”, se si può usare questa parola comunque abusata, oggi.
Comunque è un tipo diffidente, chiuso. Ha sessant’anni. Ne ha passati quaranta in galera.

Ha difficoltà a rapportarsi con persone che non sono di quel mondo?
In realtà quando è fuori è molto affabile. In galera, invece, attacca tutto.
Vallanzasca è intelligente. Legge, si informa. Ci sa fare. L’ho visto quando è venuto da Dalai, in casa editrice. Gli ultimi tre giorni stavamo guardando le bozze e in quei tre giorni ha confessato quell’omicidio all’editor Salvatore Vitellino, che è quasi sbiancato quando ha sentito quel racconto.
Quando ha incrociato Dalai, che è un signore molto elegante, distinto, Vallanzasca ha cominciato ad assumere gli stessi atteggiamenti raffinati, disinvolti: sembravano frequentatori degli stessi caffè!
C’è molto trasformismo in lui, è uno Zelig. Se lui fosse stato qui ti avrebbe subito fatto una corte serrata

Quindi continua?
Continua! Imperterrito. Ho visto tante ragazze che lo baciano, lo abbracciano, lo cercano. C’è ancora il fascino del male, dell’ombra, dell’uomo che non ha parlato in galera. E anche il fascino dei valori che sono anche dispersi oggi nella nostra società.
Non è curioso questo? Che per trovare quei “valori” devi andare a recuperare la storia diun criminale per vedere che ci sono lealtà che oggi invece sono state abbattute? 

Si sentiva una vittima sociale?
Sì. Viveva in periferia, con il figlio di una madre che aveva un marito con un’altra famiglia. Poi mandano il figlio dalla prima moglie. L’infanzia ha inciso molto sul suo destino.

“la banalità del male”. Il male può essere banale?
Mai. Sono banali le persone che lo fanno. Usiamo comunque il male come continuo strumento di oppressione. La violenza è non dare lavoro, impedire ai giovani di emanciparsi, è l’indifferenza…ci sono in galera persone che hanno commesso piccoli reati e altri, che hanno commesso grandi crimini, sono a piede libero. Lei prendeva lo spunto dasl fatto che in unj paese perfetto (quello tedesco) è uscito il nazismo.
Piano piano la banalità avvicina l’uomo al male.
Vallanzasca non avrebbe mai voluto ammazzare. Si vanta di non aver mai colpito per primo, o alle spalle. Paga, lui è dentro. Mentre altri personaggi non lo fanno.
Vallanzasca dice. “Ho il lato ombra sviluppato ma non sono cattivo”
L’assassino uccide in pochi istanti, ma uccide. Questo è il suo alibi. Per un’autoassoluzione. Ma quando rapinava, estorceva… faceva del male.
Voleva fare la bella vita, voleva i soldi.

Anche Pietro Maso voleva fare la bella vita, voleva fare i soldi. Ha ammazzato i genitori, e ora è libero.
Invece Vallanzasca paga. Perché nella logica di questa società ha tenuto la bocca chiusa, non ha fatto la spia. quindi paga il doppio. Paga anche politicamente.
Freud sosteneva che siamo tutti potenziali assassini perché la differenza tra normalità e follia è quantitativa e non qualitativa.
E’ la repressione che ci distrugge.
In questo senso, pensare che persone siano soltanto “buone” è un’illusione. Il mito di Abele e di Caino è il mito dell’uomo. Quanto è colpevole uno, quanto l’altro? Non lo sappiamo. Il male è ambiguo. Il male è in mille cose. Magari è l’assenza, è sprecare sentimenti…
Il male di Vallanzasca era molto visibile. Il male invisibile è più insidioso, ma altrettanto pericoloso…
Assolutamente.

Il criminale in che mondo vive?
Nel mondo in cui vuole ottenere soldi veloci, e facili. Il criminale è violenza, forza bruta. Il criminale opera in dimensioni che non sono nostre. Un mondo parallelo, regole parallele. 

E le donne si innamorano dei criminali…
Beh c’è il fascino del perverso. Scatta qualcosa. Anche la voglia di fama. Pietro Maso è sui giornali, fa notizia, le donne gli scrivono. Si entra nel giro dei “protagonisti”.
Volevo finire con un ritratto umano di Vallanzasca. Cosa hai percepito al di là delle storie, del mito, ecc?
Che persona hai incontrato?
Una persona che sa di essere personaggio. Lui è stato contento del film di Placido, ma anche travolto.
Fa anche fatica a trovare una dimensione sua. Ci sono problematiche psicologiche che deve risolvere.
E’ passato da un mondo a un altro. Si ritrova, oggi, in un mondo completamente cambiato. Sono cambiate le parole, i modi. Lui ha un gergo criminale che lo aiuta a darsi un’identità. Il suo mondo è morto. Per sempre.
Ha una fragilità, a volte. Io provo una simpatia fortissima per lui. E’ vero che vuole essere un altro, liberarsi dal passato, ma il passato lo insegue sempre.

Il film di Placido? Tu scrivi che a lui non interessa Vallanzasca
A Placido piaceva la storia. Vallanzasca ha cercato una sfida e l’ha persa, e si è assunto la responsabilità. Questo, è Vallanzasca. Capisce a un certo punto che il tempo è finito.

Oggi, la criminalità?
Oggi i criminali come lui non hanno più spazio. Oggi ci sono i criminali legali.





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