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Veronesi spirito ribelle


No: spicca scuro e imperativo, il minaccioso memento sotto forma di tatuaggio sul polso di Sandro veronesi. Il tassativo disegno ricamato sulla pelle dello scrittore in jeans e camicia militare fa tanto papillon evaso dalla Caienna e sfuggito per un pelo alle avanguardie carcerarie. Ma perché questo richiamo all’imperativo categorico della negazione da parte di uno dei maggiori autori italiani, esordiente a trenta anni e che, in breve tempo, è arrivato al traguardo del gran pubblico e del successo?
“Ricordami di dire ogni tanto “no” è un monito per non essere troppo accondiscendente o cedevole alle richieste degli altri. Vuol dire anche non essere ipocrita – spiega lo scrittore che si rammarica per aver detto troppe volte “sì” nei suoi primi quarantasette anni di vita

Il romanziere di Prato, a cui qualche anno fa, per via della folta capigliatura, al ristorante capitolino sottocasa avevano dato il nome di “riccetti”, è tutto il contrario dello yes man. Anche se il categorico tatuaggio si può leggere alla rovescia come On. Veronesi è infatti lo scrittore più schivo, chiuso e restio ai salotti, al gossip e al coté mondano, anche se si è lasciato coinvolgere con il suo Caos calmo (Bompiani) nel caos per nulla calmo del premio letterario più chiacchierato d’Italia.
Il romanziere . che da tre anni ha tagliato i ponti con l’amatissima Prato per stare con i tre figli a cui, quando non scrive, si dedica full time – si è fatto trascinare nell’avventura del premio Strega.
Efficientissimo ragazzo-padre, che si dedica la mattina alla letteratura e il pomeriggio si divide tra piscina, campo di calcio e compiti di scuola, nel suo romanzo, tra i più apprezzati delle ultime stagioni, racconta la propria storia di un padre che, attaccatissimo alla figlia, decide di vivere in macchina sotto la scuola della ragazzina. Un romanzo in cui la critica ha individuato “uno straordinario apologo dell’età contemporanea”.

Veronesi concorre allo strega con un libro Bompiani. Ma lo incontriamo nell’ufficio della Fandango, la casa editrice che lo stesso narratore ha contribuito a creare con Alessandro Baricco. Qualche amico non benevolo, quando ha saputo del trasloco editoriale di veronesi, ha sussurrato: “Ecco la solita volontà di Sandro di mandare tutto all’aria”. Giusto o sbagliato? “Sbagliato. Con Bompiani farò anche un altro libro. Non vedo nessuna contraddizione. Tutti gli impegni sono stati rispettati. Quando la fandango libri è nata sembrava piccola cosa. Ora che è cresciuta, che ha una sua dignità, mi sento anche responsabile per chi mi ha seguito, per quelli che vi lavorano e che mi hanno dato la loro fiducia. Non sono un tipo distruttivo, al contrario.”. lei partecipò anni fa a un’edizione piuttosto chiacchierata del premio gestito dalla fodnazione Bellonci, con Live e con una sua iniziativa che fece gran rumore: mandò una lettera a 400 giurati per chiedere il voto. Faceva sul serio o era una provocazione da enfant terribile?” “Non ricordo bene. Era metà degli anni Novanta, in mezzo ci sono state almeno altre tre mie vite. Volevo comunque fare casino, sapevo di non avere molte possibilità di vittoria: davanti a me c’erano Alessandro Barbero e Antonio Spinosa. E poi anche Pier Paolo Pasolini mandò lettere quando era in gara per lo Strega”.

L’autore dei ragazzi di vita, veronesi lo percepisce oltre che come un maestro quasi come un consanguineo. Infatti, quando approdò a Roma, non ancora scrittore ma architetto disamorato della professione e desideroso di imbarcarsi in un’avventura senza ritorno, quella della letteratura, fu ospite nello studio dello scrittore Vincenzo cerami. Qui erano raccolti molti effetti del poeta assassinato a Ostia. “Per qualche tempo, addirittura, dormii nel letto di Pasolini. Mi sentivo circondato da feticci che portavano la sua impronta.”.

E di Pasolini, Veronesi p considerato l’erede letterario, poiché nei suoi personaggi abita lo spirito ribelle dell’autore de Le ceneri di Gramsci. Personaggi, quelli dello scrittore pratese, che, sia nell’opera di esordio, Per dove parte questo allegro treno, sia negli Sfiorati, sia ne La forza del passato, sono tutti sengnati dalla sindrome libertaria di Papillon o di Steve Mac Queen che impersona sullo schermo l’ergastolano e urla a tutti quelli che lo vogliono morto o galeotto: “Sono ancora vivo, bastardi!”.

Anche il suo Pietro Paladini, il vedovo di 43 anni di Caos calmo, è uno che alla fine grida “sono vivo!”, proprio perché è fuggito dalla prigione degli obblighi e del lavoro?
“Il libro se è stato autobiografico lo è stato in anticipo. Mi succede spesso. Scrivendo prefiguro quello che mi accadrà. Lo so, è strano, ma è così. Ho cominciato a scrivere quel romanzo nel 1998 e solo successivamente mi sono trovato a passare ore e ore sotto le scuole dei miei figli, non proprio come paladini…ma insomma ci si va vicino. Mi è capitato anche altre volte…con Gli sfiorati, per esempio”. Lì si parla di un incesto, di un legame morboso tra fratello e sorella. E allora? “Mi è accaduto di scrivere di un tabù e poi di incontrare una persona con cui era impossibile per me avere un rapporto…di più non posso dire…Ecco, in base a queste esperienze, più che un accumulatore mi posso considerare uno sperperatore. A quarant’anni ho dovuto ricominciare tutto da capo. Sono rimasto senza niente. Avevo tutta la mia vita in un baule. Ho affrontato anche la separazione da mia moglie e dai miei figli. Andavi a cena dai miei amici sposati solo per poter stare con i loro figli, con dei ragazzini. I miei tre mi mancavano tanto. Allora ho tagliato i ponti e ho traslocato, pronto a cambiare città e vita. Ma questo è anche un bene. Mi sento libero, leggero. Pronto a rinunciare a tutti i pesi, i bagagli”.

E ha rinunciato, per stare con i figli, anche agli amici letterati. Un tempo a Roma per i più giovani scrittori c’erano non proprio i salotti ma le pizzerie e le trattorie, le partite a calciotto (calcio a otto tipicamente romano, ndr), le serate domenicali davanti alla tivù, magari discettando di letteratura e dintorni con Edoardo Albinati, Marco Lodoli o anche i “padri” letterari: Enzo Siciliano, con cui ha lavorato a Nuovi argomenti, o Cerami. Questo mondo letterario ha esaurito le sue chances? “Siamo cresciuti tutti. Siamo cambiati. Il primo anno che sono andato via da Roma è stato un gran lutto. Poi mi sono abituato. Non tornerei mai indietro. Il rapporto con gli scrittori coetanei è stato fondamentale”. Rivalità? “Nessuna”. E il mondo del cinema? Suo fratello Giovanni, sceneggiatore e regista, l’ha coinvolto sepsso nel suo lavoro, e poi ci sono i legami di sempre con Verdone, moretti, benigni, virzì. “A Cerami devo molto. Mi ha insegnato come si scrive per il cinema. Ho scritto poi dei film con mio fratello, e la sceneggiatura di Ultimo respiro di Felice Farina. Ma, diciamoci la verità, non sono eccellente. Le mie pellicole non hanno avuto alcun successo”.
Tra i critici chi c’è che non vorrebbe incontrare quotidianamente?
“Angelo Guglielmi. Lui non apprezza il mio modo di scrivere. Trova sempre una frase intelligente per sminuirmi. Ma è un erede di quelle ideologie del gruppo 63 a cui hanno pagato un notevole tributo scrittori di talento come Sebastiano Vassalli, Franco Cordelli o Gianni Celati”


















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