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Niente emozioni in ufficio. Gli "antipatici fanno carriera.
di Claudia Voltattorni 

Se oggi vi sentite un po’ giù, avete avuto una nottata difficile, un risveglio faticoso, i figli febbricitanti, un parcheggio introvabile, una multa sicura…Bè, evitate di portare tutto ciò in ufficio con voi, non lamentatevi con il collega, non cercate la commiserazione del capo. Soprattutto se volte fare carriera. Peggio. Se un superiore vi ha criticato, la promozione non è arrivata, la vostra fatica non è stata apprezzata, l’ultima cosa da fare è lasciarci scappare la lacrimuccia.

Prima di tutto perché “il luogo di lavoro è un posto di competizione e cercare dal nostro prossimo un “oh povero te” vi mette in una posizione di svantaggio”. In più, “piangere in ufficio è così umiliante che può sconvolgere più del motivo per cui si piange”. E tutto ciò per una semplice ragione: “Compassione e lavoro non si appartengono”. Anzi, solo i più freddi e razionali, quelli che vanno avanti senza occuparsi del loro vicino di scrivania, sarebbero destinati al successo. Può sembrare crudele, inumano, perfino darwiniano. Ma le cose stanno così secondo Lucy Kellaway, editorialista del Financial Times che ogni lunedì detta le (sue) regole per una vita professionale sana e soddisfacente nella rubrica “Business Life”.

In certi casi, è difficile darle torto. Chi non ha mai avuto un collega di lavoro dedito all’autocommiserazione, che passa ore a raccontare le sue disavventure (professionali e soprattutto non professionali) e cerca compassione da chi lo ascolta? “Ma è un mondo disumano! Negli uffici ogni rapporto umano è stato degradato, è un mondo di pazzi!”: il sociologo Domenico De Masi, professore di sociologia del lavoro alla Sapienza di Roma non è d’accordo. Anzi, proprio rifiuta un posto di lavoro iperfreddo, razionale, del tutto privo di emozioni (e di lacrime). Scandisce: “Io sono per l’umanizzazione del lavoro, voglio un mondo misto, senza barriere tra ufficio, casa e svago, siamo esseri umani, perché anche il lavoro non dovrebbe esserlo?”. Lo ha realizzato nella sua azienda di comunicazione, dove ai dipendenti è permesso andare al cinema, fare sport “e anche all’amore” durante l’orario di ufficio: “Perché tutto è lavoro, negli uffici servirebbe di più un mondo al femminile dove non c’è distinzione tra un pianeta e l’altro, ma l’emotività si coniuga con la razionalità”. E infatti delle lacrime dice: “Se non hai avuto la promozione, perché non piangere? E magari perché non farlo proprio davanti a chi te l’ha negata?”

Per la Kellaway invece il pianto d’ufficio è del tutto vietato, perché sottolinea una mancanza di professionalità. E racconta di quella volta in cui nel bagno delle signore incontrò una collega in lacrime: “Mi lavai velocemente le mani e uscii senza dirle nulla: immaginavo che lei in quel momento si sentisse abbastanza non professionale e avermi come testimone del suo pianto non l’avrebbe fatta sentire meglio”. Perché, sostiene la columnist londinese, più si è freddi e razionali, insomma antipatici e spietati, e meglio è. E magari pure i colleghi e i dipendenti sono contenti. Forse.
Ma “ciò che va bene in una cultura non è detto che sia altrettanto positivo in un’altra”. E se in Italia è lecito “mostrare emozioni in ufficio, in certi Paesi è una cosa del tutto censurabile”. Ne sa qualcosa Beatrice Bauer, psicologa e studiosa di comportamenti organizzativi, materia che insegna allo Sda Bocconi di Milano: “Da noi i capi possno urlare in ufficio se si arrabbiano”.
In Svezia, per dire, o negli Stati Uniti “è impossibile, nessuno griderebbe al lavoro e le lamentele sono soppresse”.
Però, nota la psicologa, “è anche vero che negli Stati Uniti chi ha fatto un buon lavoro viene premiato, magari solo con un riconoscimento verbale, ma serve ad aumentare l’autostima e dà un impulso ad andare avanti e fare sempre di meglio”.

Come a dire: sì a freddezza e razionalità ma quando serve un “bravo” non si lesina, anzi. Che poi il complimento sia funzionale alla produttività poco importa. “In Italia invece – riflette la Bauer – si loda molto poco: è raro che chi fa bene venga gratificato, e anzi quasi ci si autocensura come a scusarsi di aver fatto un buon lavoro”. E allora, sorride la studiosa, “cosa ci resta se non un sano lamento alla macchinetta del caffè?





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