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Un archetipo per i nostri sogni

di Franco Cardini

 

Non c’è forse simbolo più universale, più archetipico – nel duplice senso che jung ed Eliade attribuiscono a tale termine – di quello dell’oro e di quello che ad esso si associa e si riferisce (il sole, la luce che, sarà un caso, si esprime in ebraico con la parola or -, il sangue, il fuoco), che si può dire in tutte le culture riveste significati che rinviano alla purezza, alla potenza, alla divinità, alla perfezione, all’eternità.

 

Metallo puro, splendente, inossidabile, rinvia in primissima istanza al sole, con il quale viene identificato nella tradizione alchemica. L’uso dell’oro per fabbricare strumenti destinati al culto o ad assicurare la salute – dalle suppellettili liturgiche ad alcuni arnesi chirurgici o alle piccole falci con le quali i druidi celtici tagliavano le piante sacre come il vischio – rinvia alla convinzione che in esso siano racchiusi i principii della purezza e della potenza. L’oro profuso nell’Arca dell’Alleanza, nel Tabernacolo e nel Tempio di Salomone, secondo la Bibbia, richiama appunto le virtù divine e si riflette nell’uso che ne fa il sovrano in quanto figura e vicario di Dio, secondo una tradizione che gli ebrei avevano assunto dai faraoni d’Egitto e che del resto si ritrova praticamente in tutte le espressioni di regalità del mondo. Anche al Cristo, Sol Iustitiae che nasce nella mezzanotte del solsitizio d’inverno a qualificar l’intatta purezza della sua forza solare, dunque divina, i magi recano secondo la tradizione inaugurata dall’Evangelista Matteo come primo dono l’oro che – segno di divinità e di regalità insieme – precede l’incenso sacerdotale e la mirra incorruttibile.

 

Dalla simbolica della divinità-incorruttibilità dipendono, nella tradizione cristiana – che trova riscontri multipli, dall’Egitto alla Persia all’India – il color d’oro dell’”aura” dei santi, la tradizione di rivestire d’oro i vasi liturgici che entrano in contatto con le specie eucaristiche, i fondi d’oro dei mosaici e delle pale d’altare.

Anche nell’antica Cina l’oro era considerato metallo solare e per questo associato al principio maschile yang, mentre l’argento, metallo lunare, era riferito al principio femminile yin. La complementarietà oro-argento, nella scienza alchemica riferibile alla coppia sole-luna, fuoco-acqua, giorno-notte, si riscontra altresì in molte tradizioni, così come una lega metallica d’oro e argento viene considerata il perfetto equilibrio, la ricostruzione dell’androgino orginale.

 

Nella tradizione azteca, l’oro era detto teo cuitabl, cioè “escremento” (o “sangue”, o “sudore”) del dio del Sole, e in quanto tale sacro al pari del sangue e considerato una delle sostanze che assicuravano il perpetuarsi del mondo e dovevano come tale esser presenti nel sacrificio.

Questo elemento escrementizio è, simbolicamente parlando, prezioso. Gli alchimisti, per i quali l’aurum nostrum, l’”oro dei filosofi” era essenzialmente il simbolo dell’acquisito sapere e della purificazione spirituale cuyi tendeva tutto il magnum opus che rivestiva le forme della fabbricazione del nobile metallo, era simboleggiato dall’Ouroboros, il serpente che si dispone circolarmente mordendosi la coda, in quanto simbolo della materia prima che dev’esser “digerita” nell’athanor come nel ventre della terra per maturare e depurarsi: l’oro è in tal modo all’inizio e alla fine dell’opera alchemica, e l’alchimista che consegue lo “stato dell’oro” raggiunge la perfezione spirituale.

 

Il motto popolare ricordato da Victor Hugo ne I miserabili , “Se il nostro oro è letame, il nostro letame è oro”, d’altrond eusato per sottolineare la preziosità del letame appunto in quanto materia concimante, appartiene a una cultura che ben è stata studiata da Michail Bachtin e da Pietro Camporesi come riferibile al “basso-materiale-corporeo” di rabelesiana memoria: e qui il rapporto oro-escremento, simbolicamente usato in senso positivo, si rovescia nel suo opposto. L’oro è splendido e divino, ma l’auri sacra fames è quanto più di materialistico, miserabile, corruttore e infamante si possa immaginare: l’oro è appunto “escremento del diavolo”, e in  un celebre fioretto Francesco D’Assisi obbliga un fraticello, che pieno di gioia e d’orgoglio gli aveva mostrato una moneta d’oro ricevuta in elemosina, a prenderla tra le labbra e in quella scomoda postura depositarla su un fumante escremento di mulo, animale che appunto in questo contesto rappresenta a sua volta un simbolo demoniaco. Oro come tentazione, come corruzione, come infamia.

 

L’episodio – forse simbolico – di Francesco e della moneta d’oro introduce pertanto al capitolo ch’è in fondo (ed è il caso di dirlo) il “rovescio della medaglia” del nostro discorso. L’oro come pericolo e come tabù. All’episodio biblico di Mosè che obbliga gli ebrei adoratori del Vitello D’Oro a trangugiar mestolate di tale metallo fuso, fa riscontro la leggenda – ricordata anche da Dante, il quale l’aveva letta in Floro – dell’avido triumviro Crasso, battuto e ucciso dai parti nel 55.a.C, nella cui bocca i vincitori versarono oro fuso per punirlo della sua avidità.

Il tema dell’oro come pericolo e come maledizione si riscontra anche nei miti – come in quello germanico dell’Oro del Reno, simbolo dei tesori ma anche dei pericoli del ventre della terra- : ne Il Signore degli Anelli del Tolkien, l’Anello Unico è in oro purissimo e indistruttibile. Da qui le molte leggende sui “tesori maledetti”. All’idea della corruzione associata all’oro si riferivano i romani proibendone o limitandone l’uso alle matrone, il che si ritrova nelle leggi suntuarie medievali (e non è solo misura economica “contro il lusso”). In quanto simbolo della ricchezza con tutte le sue potenzialità di corruzione, l’oro è antitetico alle virtù guerriere non meno che a quelle civili: il “cittadino”, a differenza del “borghese”, disprezza l’oro. Come sentenzia Furio Camillo rivolto al barbaro Brenno, “Non con l’oro, ma col ferro si conquistano i romani”. Da qui la retorica giacobina, che si ritrova puntualmente in quella fascista. Il Duce, al quale una Università fa omaggio d’insegne accademiche fuse in oro, le rifiuta e intima teatralmente al rettore di restituirgliele in acciao, “il metallo del fascismo”.

Nell’ultima fase del regime, l’oro - sacro solo se “donato alla Patria” – diverrà l’esecrato simbolo del capitalismo (già in Wagner era il drago che pigro e feroce custodisce l’Oro del Reno)  e quindi dell’usura giudaica. “Contro l’Oro, c’è il Sangue a far la Storia”, canta l’Inno ei “Battaglioni M”.

 

Vicenda contraddittoria del più nobile, affascinanate dei metalli. Il culmine di essa, nel bene e nel male, potrebbe essere visto nelle due autentiche “febbri dell’oro” che hanno sconvolto l’occidente.

La ricerca febbrile e feroce dell’oro da parte dei Conquistadores nel Messico e nel perù del Cinquecento, culminato nei miti dell’Eldorado e delle “Sette Città D’Oro”, accompagnata da infiniti episodi di raccapricciante violenza e che sfociò nella crisi economica di metà secolo (la “rivoluzione dei prezzi”) determinata dall’eccesso di metallo prezioso affluito in Europa e dalla consegna della svalutazione. E infine la Corsa all’Oro che dalla California al Klondike sconvolse l’America dell’Ottocento, che alimentò sogni e tragedie e che ancor oggi rivive, indimenticabile, nelle pagine di Jack London e nel fascino evergreen dei vecchi, cari western

 

 

 

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