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Soffia il vento
di Marco Belpoliti

 

Il 21 novembre 1783 Pilatre de Rozier e il marchese d’Arlandes si staccano da terra a bordo di un pallone aerostatico allestito dai fratelli Montgolfier.

Sono i primi esemplari della nostra specie a volare. Decollano – racconta William Langewiesche nel recente La virata (Adelphi) – dal Bois de Boulogne sotto gli occhi di una folla strabocchevole, attraversano il cielo di Parigi per una ventina di minuti e doipo sette otto chilometri atterrano sulla riva della Senna.

Nel resoconto che scrisse in seguito, d’Arlandes fa cenno alla reazione della folla mentre la il pallone si libra in aria: “Tutto mi aspettavo, tranne che la nostra partenza costringesse gli spettatori al silenzio e all’immobilità”.

La sua impressione è probabilmente causata dallo stacco improvviso e dal senso di pace subentrato all’interno dell’abitacolo, “l’irreale fluidità del volo in pallone, la calma di vento in mezzo al vento, come se non fossero i due aeronauti a salire in alto bensì gli altri a sprofondare in basso, chissà dove.

Viviamo sul fondo di un oceano d’aria, ma quasi non ce ne accorgiamo. Fred Hoyle, l’astrofisico e cosmologo inglese, uno dei padri del radar, autore del romanzo fantascientifico La nuvola nera, ha osservato che la distanza verticale fino allo spazio, proprio sopra le nostre teste, non è più lunga di un’ora di tragitto in automobile.

Sulla Terra c’è una quantità sosprendente di aria; siamo avvolti da crica 5600 milioni di tonnellate d’aria di cui il vento costituisce il movimento invisibile. Esistono movimenti d’aria verticali, fondamentali per creare il clima e per muovere le cose, tuttavia la gran parte dei movimenti d’aria, scrive il biologo e documentarista Lyall Watson in un volume enciclopedico e curioso riedito da poco, Il libro del vento (Sperling & Kupfer) sono laterali e hanno luogo entro stati distinti dell’atmosfera. La sua struttura è determinata prima di tutto dalla temperatura e dunque dai movimenti d’aria, i venti, che vi si manifestano.

Fino a 15 km sopra di noi c’è la troposfera, segue la stratosfera, fino a 50 km, quindi, dai 90 km a oltre 500 km, la mesosfera, la termosfera e infine l’esosfera, zone che la maggior parte di noi non frequenatrà mai, a meno che non si dedichi ai viaggi spaziali.

Senza il vento al Terra sarebbe inabitabile; i venti ne costituiscono il sistema nervoso e circolatorio, distribuiscono energia, informazioni, elargiscono calore e consapevolezza, “formando qualcosa a partire dal niente”.

Tutte le proprietà del vento, dice Watson, sono prese a prestito e la conoscenza che ne abbiamo è sempre di seconda mano, anche se ci arriva con forza, una forza che non si può afferrare, e che tuttavia ha un’esistenza innegabile.

Anzi, è proprio il vento a modellare la prima esperienza spirituale dell’umanità: “Siamo frutto del vento – e fummo seminati, irrigati e coltivati dalla sua forza”.

Appena nato il bambino, con la bocca spalancata, cerca di placare la sua fame d’aria.

Espulso dal ventre materno, con gli occhi chiusi, le braccia che si agitano, si trova all’improvviso in mezzo a qualcosa di estraneo: deve iniziare a respirare ma non sa come. Rah in ebraico, ma anche in arabo, significa sia respiro che spirito.

Una delle prime brezze della Bibbia è quella serale in cui Javeh passeggia nel paradiso terrestre subito dopo il peccato di Adamo ed Eva.

L’Antico Testamento è pieno di aria, vento, respiro, spiega padre Thomas ad Alexander in uno dei capitoli centrali di Le meteore (1975) di Michel Tournier, capolavoro dimenticato della narrativa francese degli ultimi quarant’anni, libro dedicato a due temi opposti e complementari: il vento e il pattume – oltre che alla gemellarità. Il racconto inizia con un colpo di vento, calco della prima pagina dell’Uomo senza qualità di Musil, e iscrive la storia nella “meteorologia” così come la intendeva Aristotele: “le cose che accadono nel cielo”.

Alexander, dandy del pattume, omosessuale, ha ritrovato il suo antico compagno di collegio diventato sacerdote, il quale gli parla ampiamente dello Spirito paraclito: “Lo Spirito Santo è vento, tempesta, fiato, ha un corpo meteorologico. Le meteore sono sacre. La scienza che pretende di esaurirne l’analisi e rinchiuderla in leggi non è che bestemmia e derisione”.

Il vento spira dove vuole, ribadisce Thomas,ecco perché la meteorologia è votata allo scacco.

Tournier, romanziere che ha intrecciato filosofia e scienza, religione e arte, letteratura e antropologia, ha scritto un libro sulla presenza del vento, dando continuità a un filone letterario ispirato dall’aria, che rimonta ai classici, e che Shakespeare ha potentemente interpretato. I suoi drammi sono abitati dal vento, dalla Tempesta a Trilo e Clessidra, da Re Lear a Enrico IV. Il vento tormenta Amleto e impegna Prospero, avvince Titania e colpisce Lear.

Il tempo atmosferico domina incontrastato le pagine della letteratura come testimoniano anche le poesie di Rilke. Un tempo, ci ricorda Watson, vento e tempo atmosferico erano sinonimi.

Il vento è disordine, caos, modella la psicologia e i caratteri; ha a che fare con la follia e il delirio, con la folla e la violenza. Sinonimo di rivoluzione, il vento trionfa con il Romanticismo.- Lo Sturm und Drang, “tempesta e assalto”, suo antesignano, prende nome da un’opera di Klinger, e segna il debutto di un movimento artistico e letterario che, come recitano anche i manuali, contrappone sentimento e passione alla ragione.

La tempesta, il colpo di vento, il nubifragio, le turbine, sono presenti nelle tele, negli acquerelli e nelle guazze di Frieerich, Fussli, Turner, Constable; le forme dell’atmosfera ossessionano gli artisti visivi: nuvole e nubi, un tempo troni per dèi e angeli, diventano specchi dell’animo umano, del suo furore come della sua malinconia, del desiderio come dell’angoscia. Il caos irrompe nel mondo delle immagini attraverso la porta del Romanticismo, rendendo visbile, grazie al vento, ciò che in precedenza era occultato o rimosso.

Oggetto di difficile addomesticamento da parte della scienza, il turbine d’aria scorrazza nel Novecento distribuendo, invisibile, immagini e suoni. Come ricorda Giuseppe Furghieri in un saggio (“Su un certo modo di ascoltare i suoni e i rumori di questo secolo”, in J.Cage, “Riga” n.15) il giovane La Monte, futuro artista, tra una lezione di sax col padre e una con lo zio, ascoltava il vento che soffiava tra le fessure della loro baracca nel Missouri degli anni Trenta. L’aria che transita i fili elettrici tesi nell’aria è per lui una grande arpa eolica che ricorda gli accordi divini di Fludd e Kirchner.

In questo modo entra nel campo dell’arte l’ascolto come semplice fatto in sé, in modo oggettivo, non più con l’orecchio filtrato dal temperamento.

L’arte contemporanea di Cage e Calder, Munari e Dunn, apre l’orecchio al veno con un atteggiamento diverso, quasi orientale: disposizione al suono trovato.

Al “vento alto”, in bilico tra natura e cultura, tra ragione e sentimento, doveva titolarsi uno dei libri memorabili della letteratura italiana del secondo Novecento, la tregua di Primo Levi, scrittore delle due culture, scienza e letteratura, conteso dalle due anime dell’aria: disordine o ordine.

Poco dopo essere uscito dal Campo grande di Auschwitz, avviato sulla tortuosa strada del ritorno, Levi, cultore della pandemia del vento, scrive che in quei giorni del febbraio 1945 “un vento alto spirava sulla faccia della terra: il mondo intorno a noi sembrava ritornato al caos primigenio, brulicava di esemplari umani scaleni, difettivi, abnormi; e ciascuno di essi si agitava in moti ciechi o deliberati, in ricerca affannosa della propria sfera, come poeticamente si narra delle particelle dei quattro elementi nelle cosmogonie degli antichi.

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