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venerdì, 05 dicembre 2008
CUORE DI PLEO, IL REPLICANTE



Vi ricordate lo scandalo del Tamagochi, il pulcinetto virtuale che una decina di anni fa sollevò amori e proteste?
Oggi è solo un pallido ricordo rispetto alla sua forma più evoluta. Si tratta di una novità tutta americana (e ti pareva?). Da tre mesi, infatti, tutti pazzi per Pleo, il dinosauro-robot che spopola approdando, man mano, in tutto il mondo,.
Pleo cresce, si sviluppa e interagisce con il mondo esterno grazie ai suoi sensori sofisticatissimi. Ha occhi e orecchie, insieme a un carattere preciso.
Potete sciropparvelo su you tube, qui >>

Lo ammetto, anche io all’inizio mi sono addolcita vedendo questo cosino che emette versi strani, che sorride o sonnecchia, cammina e si siede come un qualunque animaletto domestico. E poi diciamocelo, un dinosauro è molto più “glamour” di un cane, fa molto vintage, oggi così di moda…
Ma dietro le sue sembianze pacioccone Pleo nasconde qualcosa di mostruoso. Dietro questo apparentemente innocuo robot si cela l’ombra del virtuale che sostituisce il reale perfino laddove non esiste davvero il bisogno, creando un'umanità schiava dei robot che crede invece di controllare.
Pleo è “programmato per avere emozioni”, come descrivono i suoi luciferini e già ricchissimi ideatori dellaUgobe, l’azienda più “in” nel campo delle creazioni meccaniche destinate al grande pubblico.
Programmato per avere emozioni. Già. Esattamente come i replicanti di Blade Runner. Ed è proprio così: il magnifico film che un tempo ci sembrava descrivere una realtà impossibile in realtà fu solo profetico, come molta letteratura di Dick.
Infatti Pleo, perfetto replicante approdato dalla fantascienza alla realtà, chiede attenzioni come un qualunque essere vivente. Ha fame, sete, vuole essere coccolato.
E’ già la mascotte di tutti, grandi e piccoli. George Clooney (al quale forse troppo Martini ha vaporizzato i neuroni), noto amante della zoologia esotica rimasto orfano del suo porcellino nero con cui divideva anche il letto, si è comprato Pleo dichiarando, tutto contento, di essere entrato in bagno una mattina scordandosi di salutare il suo sensibilissimo e permalosetto robotino che si trovava nella stessa stanza (per lavarsi i denti?). Per tutta risposta Pleo ha cominciato a scappare nervosamente per tutta la casa, offeso a morte. E rideva, Clooney, gongolando felicemente per i prodigi del suo pargoletto.
Mah.
Non c’è nulla da ridere. C’è invece da piangere. E molto.
“Ugobe transforms the relationship humans have with technology by giving machines a soul. We are the first company to transform the relationship between humans and robots by blending emotions and personality with logic in machines”, dichiarano i suoi demiurghi.
Trasformare le relazioni umane dando un’anima alle macchine?
Ma stiamo scherzando? La nostra, di anima, è già così in crisi, alle prese con un mondo sempre più finto, posticcio, dove tutti comunicano solo attraverso le nuove tecnologie (Facebook ad esempio è diventato la moda del momento, il luogo deputato alle amicizie e agli eventi sociali…io francamente preferisco ancora le chiacchiere al ristorante) continuando a media-re una realtà sempre più lontana, filtrata, bucherellata dalla pioggia acida di invenzioni meccaniche che invadono il quotidiano.
Hai voglia a fare pubblicità come “La mia banca è differente”. Nel mondo dell’automatizzazione tutto è spaventosamente uguale e…assomiglia a un microchip.
Non mi piace, questo mondo. Non mi piace la direzione che sta prendendo. I video su Pleo mostrano una serie di adulti rincitrulliti che si danno appuntamento per condividere gioie e ansie della loro convivenza con il piccolo dinosauro che sta già rimpiazzando cani e gatti (e poi non perde nemmeno il pelo, vuoi mettere?) nel cuore degli umani. Anche Pleo ha un cuore, certo. Ma di metallo e processori.
Non aspettatevi mica che faccia come Edward mani di Forbice, il protagonista cinematografico ispirato dalla verve visionaria di Tim Burton: a Edward-Frankestein il suo creatore al posto del cuore aveva messo un biscotto…
Pleo è finto. E’ la summa del velo di Maya. Eppure i grandi sembrano dimenticarselo. Non a caso il robot non si vende nei negozi di giocattoli ma nei grandi centri che ospitano elettrodomestici, da Trony a Euronics.
In Italia è appena arrivato. Ma già circolano i sintomi di questa nuova, pericolosa influenza. E non ci sono vaccini, ahimé.
Si può solo ricorrere alla capacità di discriminare, di guardare al significato simbolico e sociale di questo “giocattolo” che ci allontana ancora di un passo dalla vera essenza delle cose. Essenza pulsante, vitale, su cui alita un soffio cosmico che non ha nulla di tecnologico.
Lo stupore davanti alle meraviglie del mondo si fa sempre più piccolo. Eppure io, io ancora inchiodo il motorino per farmi rapire dai cromatismi di un gruppo di nubi traghettate dal vento. E penso che quelle nubi siano più miracolose, più stupefacenti di un robotino che mi fa gli occhi di Bambi.
Seduttivo anche lui, per carità. Ma ancora preferisco i miei gatti, con il loro cuore pulsante. Li preferisco anche se mi riempiono casa di peli, se si fanno le unghie sul divano nuovo e se fanno la cacca che puzza (a proposito, ma quella di Pleo?).
Io, Pleo non me lo compro. Clooney probabilmente direbbe: no Pleo, no party. Pazienza.

Che bisogno c’è di avere un animaletto robot? Perché questa smania di virtuale?
Il problema, come al solito, non sono le tecnologie ma l’uso che ne facciamo.
Quando ho assistito a un incidente chiamando subito l’ambulanza con il cellulare ho pensato al lato luminoso della Forza Tecnologica, ma noi, come i Sith di guerre stellari, preferiamo sempre la via breve, comoda, scegliamo il lato oscuro che rimpiazza la vita laddove non esiste assolutamente la necessità.
Siamo immerso in Matrix, ogni giorno di più. Affoghiamo credendo invece di volare.
Vorrei che tutti i Pleo del mondo facessero come Hal 9000. Ci starebbe bene. Ma succederà anche quello, un giorno. Un giorno forse non così lontano…


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