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LUNEDÌ, 03 NOVEMBRE 2008 

OCCHI DI CONIGLIO

Ci sono sempre stati conigli, nella mia infanzia. Un po’ come in quella di Alice, con il suo Bianconiglio sempre in corsa dietro il fuggevole tempo. Anche io avevo i miei paesi delle meraviglie, quei paesi che, come tutti, ho smarrito da adulta, malgrado qualche piccola avventura libera e scavezzacolla che ancora riesco a regalarmi guardando dentro il mio albero (ognuno ha il suo, di albero).
Ci sono sempre stati conigli, dicevo. Sì. Avevo quasi otto anni quando zio Roberto – un omone grandissimo e larghissimo, la cui circumnavigazione della vita richieda un certo impegno – mi regalò il coniglio delle mie meraviglie. E’ strano perché è uno dei ricordi più nitidi che conservo della mia infanzia, quasi sempre occupata a giocare a nascondino con la memoria. Ricordo il negozio di giocattoli a Roma, dove andavamo a trovare i parenti, nonno nonna e zii, due volte all’anno (durante le feste comandate, ovviamente). Di zio Roberto in particolare non ricordo quasi nulla. Anzi, di tutto quel periodo ho solo immagini che stanno in punta di dita: i tramezzini morbidi morbidi del bar di piazza Vescovio, vicino casa dei nonni, io seduta su un gradino nell’immensa piazza da dove le statue del Vaticano osservavano l’ardire dei miei collant fucsia che rompeva il bianco della gonnina (mi vergognavo un po’, conciata da bambina “buona” con tanto di scarpe alla bebè, di vernice), la bustina magica che riempiva l’acqua di bollicine quando a tavola la nonna agitava la bottiglia, la concentrazione di uomini sulle colline romane dopo il rapimento di Aldo Moro, io mamma e mia sorella che facciamo le facce buffe agli animali dello zoo, oggi “civilissimo” bioparco.
Ricordi in ordine sparso. Ma su tutti scintilla quel pomeriggio quando zio Roberto mi invitò a scegliere un peluche. Gli scaffali erano pieni di animaletti ammassati, una vera galleria zoologica. Io a un certo punto lo vidi. Era là, vicino a un delizioso cerbiatto che però ignorai, forse perché Bambi mi aveva fatto versare tutte le lacrime quando gli avevano ammazzato la mamma. Era lì, splendido nel suo pelo bianco e nero. E i suoi meravigliosi occhi blu, liquidi e profondi come il mare in un giorno di sole, mi innamorarono all’istante. “Lui, lui!”. E lui fu mio. Era enorme, e io me lo misi in braccio tutta orgogliosa per quel regalo inaspettato (non faceva mai regali, lo zio Roberto). Da allora diventammo inseparabili. Dormivano insieme la notte. Lui era il coniglietto dei miei sonni d’oro, il totem che mi proteggeva dalla forze oscure che minacciano la notte dei bimbi, era il confidente delle mie malinconie quando litigavo con la mia sorellina. Sì, un membro della famiglia a tutti gli effetti. Della mia famiglia. Ognuno di noi ha avuto il suo “animale guida” speciale, il suo compagno d’arme e di giochi. Il mio era lui.
Accadde però che a furia di strofinarmelo addosso e per tutta la casa, con il passare del tempo il bel pelo di Fuff (questo il suo nome) si annerì, divenne opaco. Così mia madre mi consigliò di farlo lavare dalla signora Silvana, che sotto casa nostra aveva la sua lavanderia. Fece fatica a convincermi, ma chi meglio di una signora lavandaia avrebbe saputo restituirmelo tutto pulito e brillante?
Ma accadde l’irreparabile. Quando Fuff tornò a casa, aveva perso i suoi bellissimi occhi blu. Nulla, al loro posto non c’era nulla. Si erano sciolti durante il lavaggio ad alta temperatura, mi disse quell’assassina della signora Silvana. I suoi bellissimi occhi, dal taglio a mandorla e la pupilla nerissima, erano persi per sempre. Ero inconsolabile. Fu una di quelle tragedie che ti ricordi per sempre, da adulto. Il mio coniglio senza occhi. Il mio coniglio cieco. La mamma ci mise una toppa e fece fare due grandi occhi di panno celeste. Ma erano occhi privi di vita, senza espressione. Non erano più come il mare in un giorno di sole. Erano occhi "piatti", occhi qualunque.
Continuai a prendermi cura di Fuff malgrado l’orrenda mutilazione, ma dentro di me ho sempre ricordato quel paio di occhi magnifici su cui si posavano i sogni della mia infanzia.
Ci fu un altro coniglio importante, un coniglio letterario stavolta.
A dieci anni ero già ero una lettrice famelica. Un giorno mi regalarono un libro che ho stampato nel cuore: Quando Hitler rubò il coniglio rosa, di Judith Kerr. Racconta delle avventure di Anna, una ragazzina ebrea che, insieme alla sua famiglia, deve lasciare la Germania per vivere in Svizzera dopo l’insediamento di Hitler. Anna può portare via solo un peluche dalla sua casa e lei sceglie quello nuovo, un cane, lasciando per sempre il suo vecchio coniglietto. Ma si rende conto di avere sbagliato: il cane è nuovo, senza “storia” né condivisione di affetti. Anna rimpiange il suo coniglietto convinta che adesso sia finito nelle grinfie di quel signore antipatico coi baffetti, che magari ci gioca tutti i giorni nella sua stanza.
E’ un libro bellissimo, uno di quelli che hanno segnato la mia vita di lettrice. La storia di Anna e della sua famiglia in giro per l’Europa narra di difficoltà e nostalgie con delicatezza e umorismo. Ho un’immagine, dopo tanti anni, davanti. La pagina che descrive la faccia di Anna appiccicata su una vetrina di dolci, gli occhi fissi su una magnifica pasta al cioccolato. Quando in pasticceria mi compravo il tartufo, fatto di biscotto e cioccolata, pensavo sempre alla povera Anna gustandomi ogni briciola della mia fortuna.
In quel periodo ci fu un altro coniglio ancora. Un coniglio che mi impedì di mangiare questo animale per tutta la vita.
Io e mia sorella passavamo spesso il weekend in campagna, a casa di Maria e Alfredo, una coppia di contadini che ci ospitava volentieri. Così vivevamo libere, correvamo sui prati e facevamo merenda con pane, olio, aceto e sale (buonissimo), la sera guardavamo le fiamme del camino ma soprattutto giocavamo con tutti gli animali. Galline, pecore, maiali, cani e conigli.
Un giorno stavo davanti alla casa, incerta sul da farsi, quando voltandomi all’improvviso vedo Maria (una donnona brusca ma buona, molto affettuosa) che tiene nella sua mano ruvida un coniglio bianco, afferrandolo per le orecchie. Lui zampetta disperato, quasi avesse capito cosa sta succedendo. Nell’altra mano Maria ha un’accetta. I due, donna e coniglio, si trovano accanto a un albero tagliato quasi alla radice, trasformato – ora all’improvviso capisco – in un altare sacrificale. Caccio fuori un urlo terribile, comincio a piangere implorando Maria di smettere i panni del boia, all’improvviso il cielo azzurro è pieno delle nubi della mia disperazione, ma lei mi guarda e alza l’accetta scansando i miei urli. In fondo è naturale, uccidere gli animali e mangiarli. Una contadina non può comprendere il cuore di una bambina che vede un’anima ovunque, ed è giusto, una contadina rispetta il ciclo di vita e morte che onora ogni giorno. Ricordo quel momento come fosse adesso. Giro il collo, strizzo gli occhi e mi tappo le orecchie ma non riesco a non sentire il rumore secco del metallo che scende veloce sul tronco. In mezzo, in quello spazio trafitto, le zampette non si agitano più.
Mi viene da vomitare. La cruda realtà di quel momento spezza gli incantesimi della campagna, irrompe nel mio rapporto affettuoso con tutti quegli animali che, non posso far più finta, finiranno un giorno sul piatto. Anche sul mio.
E’ una scena che non mi ha più lasciato.
Non sono mai stata capace di mangiare un coniglio. Me lo hanno proposto in tutte le salse, ma nulla.
In quegli ossicini minuti rivedo ancora le zampette che si agitano al vento. E, chissà, in quei piatti rifiutati cerco ancora gli occhi di Fuff. Quei bellissimi occhi blu, perduti per sempre.

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