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Liberi di copiare 
di Terry Marocco

Libri, musica, software: nell’epoca di internet ha ancora senso parlare di diritti d’autore?
I fautori del “copyleft” tifano per la circolazione della conoscenza senza intoppi, l’industria culturale alza le barricate: chi ha ragione?
Di Terry Marocco
Specchio della stampa
La rivoluzione non è un pranzo di gala, e questo si sa, ma a volte per scatenarla può bastare anche una stampante bloccata. È il 1984, siamo a Boston, al glorioso Mit, il Massachussets Institute of Technology, culla dell’innovazione tecnologica mondiale. Richard Mattew Stallman, per gli amici RMS, un informatico e hacker newyorkese appassionato di flauto dolce e fantascienza, lavora nel laboratorio di intelligenza artificiale. Fino a quando una stampante inceppata fa scattare in lui lo spirito di rivolta: aveva l’abitudine di modificare il software della macchina per renderla più efficiente e veloce, ma quella mattina si scontra con il codice sorgente protetto da copyright, che gli impedisce di usarla.
Fino a quel momento programmatori come Stallman potevano lavorare ai programmi modificandoli e migliorandoli a piacimento. Ma le cose erano cambiate: le ferree leggi di tutela sui prodotti cominciano a farsi sentire. Stallman decide di lasciare il Mit e con il suo vestito da guru – finta aureola in testa e un sacchetto di plastica come borsa – fonda la Free Software Foundation, il movimento che rivendica il diritto al software libero.
La Foundation, che Stallman guida come una chiesa ortodossa, fa molti proseliti. E uno diverrà leggendario: Linus Torvalds, inventorie di Linux, il sistema operativo “libero” oggi installato su diciotto milioni di computer nel mondo. Non si tratta solo di un dibattito tecnico. La questione, filosofica, si può riassumere così: quando la conoscenza deve circolare liberamente o piuttosto restare proprietà di chi la “produce”?
Alla fine degli anni Novanta la questione assume proprorzioni più rilevanti, poiché si pone un problema ancora non del tutto risolto: come tutelare i contenuti nell’era digitale.
Si parla sempre più di copyleft, un gioco di parole difficile da tradurre (left come participio passato del verbo lasciare o anche come sinistra, l’opposto della destra, right), concetto elaborato proprio da Stallman: “Non siamo contro nessuno, solo a favore della libertà”, dice il guru.
Il copyright è già morto, nel mondo digitale. Oggi ci si pone il problema di cosa fare per proteggere la quantità immensa di contenuti delle pagine web – spiega Juan Carlos De Martin, professore d’ingegneria dell’informazione al politecnico di Torino e dal gennaio del 2005 responsabile del progetto Creative commons in Italia, dove il capoluogo piemontese è l’avamposto.
Che cosa significa Creative Commons? È un particolare tipo di licenza copyleft, flessibile a protezione degli autori ma anche dei fruitori. In regime di copyleft, l’autore può decidere a quali diritti rinunciare, può decidere che la sua opera possa essere copiata, modificata e anche che dall’opera stessa ne venga creata un’altra, purché circoli liberamente e ciò che ne deriva venga rilasciato alle stesse condizioni, in una sorta di catena di Sant’Antonio che gli addetti ai lavori chiamano “virus di libertà sull’opera”.
Con questo sistema oggi più di sessanta milioni di pagine web nel mondo sono in copyleft, a cominciare da tutti le dispense scientifiche del Mit, gratuitamente a disposizione in rete.
Mentre la commissione europea, che elargisce i fondi alle università, ha annunciato che i soldi ci saranno solo a patto che i risultati delle ricerche siano in open access, accesso aperto a tutti.
A tutelare il sapere non sarà più la vecchia “c” iscritta nel cerchio, ma una doppia “c”, che sta appunto per Creative Commons, le nuove licenze copyleft nate dalla mente di un altro guru, Lawrence Lessing, questa volta dall’aspetto più tranquillizzante da professore di Stanford (in uscita a giorni il suo nuovo libro per Feltrinelli, Il futuro delle idee).
“Il copyleft non è affatto il contrario del copyright, è soltanto un modo alternativo e più elastico di usare un proprio diritto – spiega Massimo Travostino, avvocato che ha partecipato all’adattamento degli istituti giuridici anglosassoni ai nostri.
Il lavoro, in collaborazione con Cnr e coordinato dal professor Marco Ricolfi, ordinario di diritto industriale all’università di Torino, è durato un anno e alla fine del 2004 le nuove licenze sono entrate ufficialmente in Italia.
Ma c’era già chi da oltre dieci anni usava il copyleft, anticipando mode e tendenze. Come Wu Ming, collettivo di scrittori dai titoli di successo come 54, edito da Einaudi, ma rilasciato in copyleft e scaricabile gratuitamente su Internet.

Gli scrittori di Wu Ming assicurano che per l’editore non ci sono stati danni, anzi, ha venduto molto di più. “C’è chi ha scaricato un nostro libro e, dopo averlo letto, lo ha regalato almeno sei o sette volte. Se la maggior parte degli editori non si è ancora accorta di questa realtà ed è ancora conservatrice in materia di copyright, è per questioni più ideologiche che mercantili. Crediamo non tarderanno ad accorgersene”.
C’è chi vede le cose molto diversamente. Gian Arturo Ferrari, l’uomo forte dell’editoria italiana, direttore generale della divisione libri Mondatori, ribalta la questione:
“Il diritto d’autore deve essere difeso e noi lo difenderemo con determinazione. È una delle più grandi invenzioni dell’età moderna, un fattore di libertà. Non si è mai creato tanto come da quando è nata la tutela della creazione”.
Ferrai non accetta l’idea circolante secondo cui l’editore sarebbe un losco figuro che s’approfitta dell’autore. “La lobby tecnologica che sta dietro al digitale è molto più potente di noi poveri editori. Vuole un rilassamento del copyright, che al contrario va promosso e rafforzato”

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