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venerdì, 31 ottobre 2008
DELL'AMORE E DELL'ODIO

Il mio unico amore nasce dal mio unico odio
(Romeo e Giulietta, Shakespeare)

Quando Romeo, disperato, realizza che la fanciulla di cui si è innamorato nel breve spazio di un respiro è figlia del suo nemico peggiore, paralizza solo per un istante la sua intenzione, inscrivendola nello stupore.
Questa frase mi ha sempre affascinato, colpito.
Raduna i misteri di un’ambivalenza sempre presente, che unisce – in vari modi – l’amore all’odio malgrado i nostri tentativi di liberarci dalle ambiguità mettendo l’amore da una parte, incorniciato alla parete dipinta di roselline pastello, e l’odio da un’altra parte, meglio ancora se si tratta di uno sgabuzzino, un anfratto poco visibile, poco pericoloso per la nostra “bella immagine” con cui ci riproduciamo a noi stessi e agli altri.
Già nel tempo del mito questa umana tendenza viene corrosa attraverso dèi dalla doppia valenza e amori che si trasformano in odio, come nel caso di Medea.
Fu Freud con la psicanalisi a consolidare le verità dell’ambivalenza attraverso un inconscio bizzarro, birichino, capace di eludere i nostri manicheismi per riproporci la scomodità di sentimenti e sensazioni.
Fu lui a dire che la madre adora e odia il suo piccino (prevale una parte, ma questo non significa che l’altra non resti in vita) scandalizzando tutti quelli che in questa immagine vedono solo l’emblema dell’amore assoluto. Vero. Ma per ogni “luce”, per ogni amore, c’è sempre un contraltare che, nel mondo degli opposti, lo definisce e gli dà corpo e sostanza.
Oggi la scienza sembra soccorrere i “vaneggiamenti” di quelli che indagano filosoficamente e psicologicamente i tessuti della psiche. Infatti un gruppo di ricercatori britannici dell’University College of London ha scoperto che quell’”odi et amo” di Catullo è scientificamente vero. Amore e odio sono le due facce di una stessa medaglia. Infatti sono attivati dalle stesse aree del cervello e dagli stessi meccanismi biochimici.
Dunque è inutile scansarel’uno dall’altro con tanto sudore cercando a tutti i costi una separazione cesarea. Bisogna discriminare, sì. Imparare a dirigere le nostre emozioni.
Ma pretendere di esaltarne una credendoci immuni dall’altra è un errore molto pericoloso.
I nostri mondi interiori vivono di luci e di ombre, mescolano le cose, viaggiano sull’irrazionale. Governare il nostro “cavallo” vuol dire anche sapere che questo cavallo è sia bianco che nero.
Amore e odio sono così vicini. Solo una cosa li separa davvero: la razionalità dell’odio.
Chi odia infatti lo fa metodicamente, agli impulsi seguono sempre pianificazioni, strategie. L’odio è serpentino, come un demone.
L’amore, soprattutto quello passionale, è più farloccone. Segue la pancia e non la testa, si nutre di sogni e di nuvole, di proiezioni ideali.
Colui che odia invece vuole vedere la realtà per non sbagliare la mira quando affonda il coltello.
Non a caso quando ci innamoriamo gran parte della corteccia cerebrale associata alla capacità di giudizio “va in panne”, mentre nel circuito dell’odio la parte raziocinante del nostro cervello rimane bene attiva.
L’odio cerca vendette, vendette servite fredde per essere gustate meglio. L’amore no, lui vede intorno a sé solo il puttino che lo ferisce.
Ci sono poi molte gradazioni, sia nell’odio che nell’amore. Ma entrambi, comunque, sono necessari a farci prendere coscienza di noi, che ci piaccia o no.
Non è bello odiare. E’ terribile. Ma a volte è necessario. E, guarda un po’, se trasformato, il carburante dell’odio, energia libidica di Thanatos, arriva a trasformarsi in amore che cura, guarisce.
Eros e Thanatos non possono essere separati.
“Il mio unico amore nasce dal mio unico odio”, dice Romeo.

E quando Thanatos lo colpirà con la spada del fato, avrà comunque conosciuto il miele ambrato di Eros.








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