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sabato, 28 giugno 2008 

DEL BLOG E DI ALTRE FACCENDE


Di solito i blog sono tematici. Si occupano di letteratura, politica, viaggi, cucina, aziende…Chi studia i blog consiglia sempre di caratterizzarli attraverso la trattazione di argomenti specifici.
All’inizio, con il Mulino, volevo fare lo stesso. Volevo fare un blog che si occupasse di giornalismo e scrittura, che trattasse del mio mestiere che ha a che fare con la parola scritta.
Ma non ci sono riuscita. Perché il blog ha finito per somigliare alla padrona di casa.
Nella sua personalità è inevitabilmente confluita la mia. Ed è diventato un luogo eclettico, certamente vitale ma molto disordinato, come la mia abitazione che sembra piuttosto un suk.
Me ne rendo conto.
Ma non poteva non essere come me, il blog. Sarebbe stato artificiale, “falso”.
So che adesso è un luogo un po’ strano, spiazzante. Si parla di tante cose diverse, dai libri alla società passando attraverso la filosofia, la metafisica, perfino l’astrologia.
Anche lo stile subisce variazioni: a volte è letterario, altre volte più immediato, prosaico. A volte si attarda nei paraggi della malinconia, altre volte vira deciso verso luoghi umoristici.
Ma il blog è come me.
Non riesco, non sono mai riuscita, a seguire sempre e solo una direzione. Sono “una, nessuna e centomila”, come scriveva Pirandello.
Mi piacciono cose diversissime fra loro. Ho un’anima gitana e una stanziale. Una antica e una metropolitana. Una progressista e una tradizionalista. In me convivono la "filosofa" che ama le stelle e l’avventuriera che della terra esplora profumi, suoni, colori. Non a caso, tempo fa, sono inciampata nell’astrologia (intesa come Scienza Sacra e non come “brankologia” a uso e consumo di furbacchioni) mentre, di giorno, insegnavo a giovani aspiranti redattori come lavorare sui testi degli autori contemporanei.
Questa “scissione” è dolorosa, ma è anche foriera di libertà.
Due anni fa scrissi una sorta di manifesto a cui sono molto legata. Si intitola”Anima e cozze” e racconta di come ci siano istanze diverse, nell’uomo, e di come sia difficile viverle e integrarle tutte.
Certo, ci si sente come cani sciolti, alla fine. Non si appartiene definitivamente a nulla e a nessuno.
Ma la libertà è anche solitudine. E’ soprattutto solitudine.
Il non riconoscersi in nessun luogo socio-politico o culturale significa anche avere sempre la possibilità di scegliere, di volta in volta. Di cercare ciò che risuona con noi e ciò che invece vive sull’orlo della distanza.
Quando iniziai l’avventura di Silmarillon, la rivista online che deve molto anche ai preziosi contributi di molti blogger (grazie Pieffe, Kusanagi, Parlardi, Ettorrissimo, Heraclitus e Dreca), non riuscii a evadere da questo modo di essere.
Infatti Silmarillon è una rivista trasversale, non facilmente identificabile.
Sapevo di correre il rischio di incontrare resistenze e difficoltà, immettendo in Rete un progetto culturale non caratterizzato da una decisa inclinazione ma solo ispirato dalla curiosità, senza frontiere politiche e schieramenti di sorta.
Di solito chi si occupa di cultura sta a sinistra, polticaemnte parlando. Lo fa a causa di un processo storico, di un percorso quasi naturale, spontaneo. Lo so perché vengo da una scuola precisa, quella di Storie, la rivista che ospitò i miei primi passi nel mondo del giornalismo letterario romano. Una rivista a cui penso sempre con gratitudine. Ma mi stava stretta, alla fine. Come un maglioncino di cotone lavato in acqua bollente. Troppa l’appartenenza, lo schieramento.
Io, io sono un cane sciolto. E sono migrata.
E sono anche cresciuta. E crescendo mi accadeva qualcosa di strano: i confini si spostavano, gli schemi si sgretolavano, gli opposti si attraevano.
Nel frattempo l’incontro, anzi lo scontro, con la “tradizione” intesa come quel sistema antico che orienta l’uomo rendendolo consapevole delle sue radici spirituali. E fu così che la militante laica, "progressista", incrociò il mondo delle antiche Scienze Sacre. E se ne innamorò. Scoprì le meraviglie dell’alchimia, della spiritualità di diverse latitudini e longitudini, dei simboli primordiali di cui è tessuta ogni cosa. Esplorò le terre dei miti e delle leggende. E si riconobbe.
Questo modificò molti assetti interiori e produsse tante, tante domande.
Meglio avere molte domande che molte risposte, comunque. Quelle, le cerco ancora.
Non mi piacciono mai le ricette, nella vita. Alle cose arrivo per vie diverse, tutte mie. Ma non seguo mai esattamente i passi di altri. Un vizio, questo. Tutt'altro che un pregio.

Per questo non sono mai stata neanche una tradizionalista doc, per quanto quel mondo, il mondo degli Antichi, sia stato e sia tuttora, per molti versi, “casa”. Ma da quella casa parto comunque, per altre incursioni. E mi ribello quando non condivido. Quando il mio anarchico essere trova difficoltà nel coniugare le pulsioni più selvagge con la loro sublimazione. Quando i miei metalli, troppo pesanti, mi precipitano nella materia facendomi passare la voglia di lavorarli. Quando l'istinto voga contro la volontà. E la "pancia" e la "testa" lottano, scambiandosi man mano la guida.

In più c’è un problema. Tradizionalista, progressista, buddista, socialista, comunista, fascista, ista ista ista…
Ogni “ismo” alla fine è anche arresto, censura, impossibilità di confronto.
Quanta finta dialettica, in giro. Quante “democrazie” fasulle che servono solo a farci sentire buoni, falsamente aperti al prossimo. Mentre in realtà misuriamo il pensiero di altri prima ancora che sia formulato, lo parcheggiamo in modo strategico nei confini della nostra aiuola, lo sistemiamo in modo che i fiori delle nostre credenze non siano mai minacciati. Eppure a volte il concime “diverso” aiuterebbe davvero quei fiori che, protetti dai nostri schemi mentali, finiscono arrostiti sotto il sole cocente delle nostre convinzioni.
E si essiccano. E muoiono anche se a noi sembrano così “vivi”.
Quanti musei delle cere, oggi. Soprattutto nei nostri salotti culturali (per questo rimando a un vecchio editoriale pubblicato altrove), che dovrebbero essere invece fucina di creatività, speranza di nuovi orizzonti, apertura della coscienza.
Ma torniamo a Silmarillon (come al solito, sono partita con un itinerario in mente che man mano negli incroci ha abbandonato la strada maestra, incuriosito da vicoli, curve e perfino strade chiuse). Silmarillon, dicevo, ha finito per somigliare al salotto del Mulino, e il salotto del Mulino alla sua padrona di casa.
E’ un mulino che macina idee e cose in ordine sparso.
So che questa “non caratterizzazione” può spiazzare o far sentire qualcuno estraneo, a volte.
Mi è capitato di scrivere alcuni post che scavalcano le appartenenze e sono stata tacciata, a volte, di conservatorismo, anche quando l’intento era molto diverso. Come nel caso della lettera a un bambino nato o quando ho parlato in un certo modo dei fatti di Genova .
Non erano, questi post, abbastanza “schierati”. Mettevano in dubbio alcune certezze.
Ma io, lo ripeto, sono fatta così. Non mi interessa mettere in dubbio questioni di sinistra o di destra. Mi interessa scavare, esplorare, cercare di guardare oltre i limiti della nostra siepe privata che così tanto “dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.
E così a volte di quella siepe sposto i rami le foglie.
Tornando all’origine di questa riflessione mi rendo conto che Il mulino di Amleto trova, di volta in volta, “amici” entusiasti in seguito un poco straniti da concetti e dichiarazioni verso le quali all’improvviso si sentono estranei. E il salotto di casa diventa così un posto scomodo (e nei salotti, si sa, bisogna star comodi), un luogo che tutto d'un tratto non rispecchia più le nostre idee e i nostri bisogni. "Ma come, prima sembrava così di sinistra, così pieno di apprezzamenti culturali verso i miei esponenti, e ora mi apprezza uno scrittore di destra, per di più legato a quella ”sacralità” che minaccia ogni libero fare (vedi il caso di Junger)?. E poi che fa, a volte addirittura attacca le mie icone?" Bel problema.
Viceversa, chi apprezza invece i richiami alle tradizioni e alla metafisica, a volte può smarrirsi nelle inversioni di rotta che sfiorano le geografie dei mondi moderni e delle loro caratterizzazioni.
E poi lo stile. A volte è letterario, ma perché allora altrove diventa così “parlato” e quasi scurrile?
Perché scivola dalla malinconia che spesso lo contraddistingue a un umorismo cattivello e tagliente? Perché la padrona di casa è fatta così. Perché questo non potrà mai essere un salotto ordinato, monocromatico.
Perché anche la mia casa reale, non solo quella virtuale, ospita cromatismi diversi (ogni parete è di un colore), raduna oggetti così diversi fra loro (penso al mio bellissimo quadro seicentesco dell’arcangelo Michele e alla tela africana che presenta un’ Ultima cena particolare in cui tutti i commensali…sono neri, oppure penso ai quadretti alchemici e al poster di Bruce Chatwin che inneggia al viaggio), mescola libri di ogni tipo (da quelli sul Pitagorismo alla storia dell’orsetto Winkie, scritta da un omosessuale che qui racconta l’odio per il “diverso”, dalla collezione dei romanzi francesi a quella dei fumetti di Candy Candy) così come accade ai miei film (da Il settimo sigillo a Grey’s Anatomy, da Non sparate sul pianista a L’ultimo dei Mohicani…).
Insomma, un luogo che mischia suggestioni e appartenenze.
Il blog non poteva non somigliargli.
Ci penso spesso, ultimamente.
Io sono fatta così. Purtroppo non appartengo a una famiglia. E se a volte mi sento orfana, altre, invece, penso che non baratterei mai questo senso di libertà.
E mentre scrivo mi rendo conto che anche questo post, alla fine, è venuto fuori così, come me.
Più un guazzabuglio che un disegno ordinato. Come gli esperimenti pittorici della mia infanzia.







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