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sabato, 21 giugno 2008 

CANONI INVERSI




Nello Yoga la posizione invertita, a testa in giù (sirsasana) è la posizione per eccellenza, una delle più importanti e significative.

Ci fu un momento, quando me la spiegarono, in cui rimasi folgorata. "E' la posizione che inverte il rapporto tra cuore e testa - mi disse l'insegnante - Qui il cuore, sopra, assume il governo, mentre la testa, sotto, segue".

Il cuore sopra, la testa sotto. Magnifico. La portata simbolica e filosofica è immensa.

Già, perchè il rapporto "cuore-testa" è quello che ci fa essere in un modo o in un altro.

Io la penso come gli antichi, che sempre mi insegnano cose meravigliose: tante ere fa, nelle aurore del tempo, l'uomo viveva a contatto con il suo cuore.

Poi, però, la testa ha cominciato a prevalere, con le sue funzioni logiche, analitiche, separatorie, dualiste (tipiche dell'Albero della Conoscenza). Si è messa in testa di essere il cuore e di guidarlo.

Lo sa bene chiunque tenti di conoscerlo, quel cuore antico.

Comunque, sirsana è la posizione che inverte il rapporto tra testa e cuore.

Cuore sopra, testa sotto. Cuore sopra, testa sotto. Cuore sopra, testa sotto...

Quando ci ho riflettuto mi sono stupita, meravigliata, innamorata.

Ma quando ho iniziato i miei approcci invertiti subito l'Ego ha gonfiato le piume. Perché stare a testa in giù è anche "fico", non sanno mica farlo tutti.

E qui cascano tutti i praticanti, o quasi. E ci sono cascata anche io, con tutte le zampe.

Poi però, piano piano, ho iniziato a percepire che dietro gli entusiasmi ginnici si celava davvero qualcosa di molto profondo.

Stare a testa in giù è una sfida alle leggi di gravità, agli orientamenti convenzionali, a ogni pensiero acquisito.

Provare a rovesciarli, i pensieri, genera un approccio nuovo. Che ti fa capire subito quanto sei attaccato alle tue credenze, quanto sono diventate comode le pantofole della tua mente.

Cambiare sul serio visione del mondo fa paura. Sperimentarla - invece di raccontarla - atterrisce.

Con il cervello in basso e piedi in alto, appoggiati sull'aria, ogni faccenda comune assume prospettive diverse. Cambiare lo sguardo vuol dire dare nuova linfa alle cose.

Esiste un simbolismo complesso e meraviglioso legato all'Uomo/Albero i cui piedi/radici affondano in cielo ricostruendo sottilissime omologie. Ma questo rischia di essere "mente" se non viene davvero vissuto, davvero esperito.

Invertirsi è complicatissimo. E non è un caso.

All'inizio ti aiuti con un muro, dove poggi il corpo rovesciato quando finalmente, dopo cento e cento cadute, riesci a vincere la gravità che, implacabile, te lo ributta a terra.

Il muro, per me, è metafora dei nostri pensieri radicati, delle consuetudini.

Piano piano, ho imparato, fra mille esitazioni e delusioni, a staccarmi dal mio muro. Poco poco. Solo per alcuni istanti frugali.

Per il corpo e per la mente è una postura così estranea a qualunque abitudine che bisogna affrontare ogni sorta di ribellione. Ma poi ecco che, lentamente, si acquista confidenza con ciò che prima era ignoto, con ciò che faceva paura.

E questo è l'insegnamento prezioso.

Non so stare in sirsasana per più di qualche minuto. Ma non voglio arrivare alla famosa mezz'ora, meta agognata di molti praticanti.

Ho scoperto che a me interessa la qualità di quell'esperienza. Solo quella.

Mi interessa, anche solo per un istante, abbandonarmi con i piedi in cielo e guardare il mondo a rovescio: tutto è nuovo, tutto è possibile.

Mi interessa sentire come mutano i pensieri e si fanno meno pressanti, affollati. Diventano leggeri leggeri, come la neve.

Mi interessa ascoltare ciò che accade dentro quando, per un breve, fragilissimo momento, ci si rilassa nell'inversione di ciò che si crede abitualmente, entrando e camminando in una dimensione diversa in cui non si sa più dove appoggiare...i piedi.

Ecco perché l'acrobazia dell'Ego deve provare a lasciare il posto al mistero dello stupore.

Il mio Ego ha le dimensioni di una montagna e tuttavia, tuttavia ogni giorno provo comunque a rovesciare il mio albero.

E, a testa in giù, con malinconia penso a quanto sono lontana dal cielo.

Finché, per un istante soltanto, quella distanza si accorcia.

E mi sento a casa.

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