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A  lezione da Borges

di  Jorge Luis Borges

 

 

Per tutto il Medioevo circolò l’idea che Dio avesse scritto due libri, euno di quei libri era prevedibilmente la Sacra Scrittura, la Bibbia, dettata a diverse persone di diverse epoche dallo Spirito Santo, cioè tutte le creature. E si ripeteva che il dovere di ogni cristiano era studiare entrambi i libri, il libro sacro e quello enigmatico, l’Universo. Ebbene, nel secolo XVII Bacon, Francesco Bacone, torna a quest’idea ma ci torna in maniera scientifica. L’idea è che abbiamo la sacra Scrittura da un lato, e dall’altro l’Universo, che dobbiamo decifrare. Invece nel Medioevo troviamo l’idea secondo cui i due libri, il libro per eccellenza, la Bibbia, e l’altro libro, l’Universo – naturalmente noi facciamo parte del secondo libro -, dovevano essere studiati dal punto di vista etico. Cioè, non si trattava di studiare la natura alla maniera di Bacone, che è la maniera della scienza moderna, facendo esperimenti, indagando sulle cose fisiche, ma cercando in essa esempi morali. E ciò persiste ancora in favole sull’ape o sulla formica, che ci insegnano a lavorare, sulla cicala, che è oziosa eccetera.

 

Capote

In questi ultimi anni abbaimo avuto il caso di un romanziere americano, Trumam Capote, che è venuto a conoscenza di un orribile crimine commesso in uno Stato dell’Ovest degli Stati Uniti. Due ladri erano entrati nella casa dell’uomo più ricco del paese e avevano ucciso lui, sua moglie e la figlia. Il più giovane dei due assassini avrebbe voluto violentare la figlia del padrone di casa, ma l’altro gli aveva ricordato che non potevano lasciare testimoni vivi, e che inoltre era immorale oltraggiare una donna; dovevano quindi attenersi al piano originale, che prevedeva di eliminare tutti i possibili testimoni. Poi li avevano uccisi tutti e tre e in seguito erano stati arrestati. Truman Capote, che fino a quel momento aveva scritto pagine di prosa molto curate – alla maniera di Virginia Woolf, diciamo – si recò in quel paese sperduto, e ottenne il permesso di far visita più volte ai detenuti, e per farseli amici raccontò loro episodi piccanti della propria vita. Il processo, grazie all’abilità degli avvocati, durò un paio d’anni. Lo scrittore visitava spessissimo gli assassini, regalava loro sigarette, e ne divenne amico.

Era con loro quando vennero giustiziati, poi tornò subito in albergo e passò l’intera notte a piangere. Prima aveva esercitato la memoria nel prendere appunti, perché lui sapeva che una persona, quando le si domanda qualcosa, tende a rispondere in modo brillante, ma lui non voleva sapere questo, voleva la verità.

Pubblicò così un libro, In Cold Blood, A sangue freddo, che è stato tradotto in molte lingue.

Ebbene tutto ciò sarebbe parso assurdo a Coleridge, e allo Shakespeare di Coleridge.

Coleridge immaginava Shakespeare come una sostanza infinita simile al Dio di Spinoza.

Ovvro, Coleridge pensava che Shakespeare non avesse osservato gli uomini, che non si fosse svilito facendo quel basso lavoro di spionaggio, o di giornalismo.

Shakespeare aveva pensato a che cosa è un assassino, a come un uomo può arrivare a essere un assassino, e così aveva immaginato Macbeth.  E così come aveva immaginato Macbeth immaginò Lady Macbeth, Duncan, le tre streghe, le tre parche. Così immaginò Romeo, Giulietta, Giulio cesare, Re Lear, Desdemona, lo spettro di Banquo, Amleto, lo spettro del padre di Amleto, Ofelia, Polonio, Rosencrantz, Guilderstern, tutti. Ovvero, Shakespeare è stato ognuno dei personaggi della sua opera, anche i minori. E fra tante persone, è stato anche l’attore, l’impresario e l’usuraio William Shakespeare.

 

Dickens

Dickens soffre di un eccessivo sentimentalismo. Non scrive a margine della sua opera. Si identifica con ognuno dei suoi personaggi. Il primo dei suoi libri che ottenne un grande successo di pubblico fu Il circolo Pickwick, pubblicato a episodi. Gli avevano suggerito all’inzio di usare certe illustrazioni, e a esse Dickens adattò il testo. A mano a mano che scriveva il libro immaginava i caratteri, si faceva intimo dei personaggi, e questi poco a poco acquistavano vita propria. Così accadde con Mr. Pickwick, che assume un’importanza rilevante ed è un signore dal carattere forte. La stessa cosa accade con gli altri personaggi. Il domestico considera ridicoli i suoi amori, ma arriva a volergli molto bene.

Dickens aveva letto poco, ma tra le sue prime letture c’è la traduzione delle Mille e una notte e i romanzieri inglesi influenzati da Cervantes, romanzi di viaggio, nei quali il fatto che il personaggio si sposta crea l’azione, perché le avventure vanno incontro ai personaggi. Pickwick perde una causa, lo ritiene ingiusto ma decide di non fare ricordso e subire la condanna. Il suo servitore, Sam Weller, non paga dei debiti che ha contratto e o segue in carcere. Curiosa la mania di Dickens per i nomi strani: Picwick, Twist, Chuzzlewitz, Copperfield, e potremmo menzionarne molto altri. Dickens fece fortuna con la letteratura, e ottenne una grande fama. Il suo unico rivale era Thackeray, ma si racconta che un giorno la figlia di questi raccontò al padre: “Papà, perché non scrivi dei libri come quelli del signor Dickens?” Thackeray era un cinico, sebbene non manchino nelle sue opere dei momenti sentimentali. Dickens era incapace di ritrarre un aristocratico, benché ce ne siano nei suoi romanzi. Conosceva intimamente l’alta e la bassa borghesia, che appare di rado nelle sue oepre. Thackeray invece non ne parla, perché la conosceva bene. Dickens ne parla perché si sentiva un plebeo. Questo dislivello sociale li differenzia (…).

La Struttura dei suoi romanzi fa sì che i caratteri si dividano in buoni e cattivi, assurdi e amabili. Voleva fare una specie di giudizio universale nelle sue opere, per questo molti dei suoi finali sono artificiali, perché i malvagi vengono puniti e i buoni trombati.

 

Stevenson

Stevenson non era un uomo religioso, ma aveva un grande senso etico. Credeva, per sempio, che uno dei doveri della letteratura fosse non pubblicare nulla che potesse deprimere i lettori. Questo rappresentava un sacrificio da parte sua, perché egli possedeva una forza tragica. Ma ciò che gli interessava più di tutto era il problema etico. C’è un suo articolo intitolato Polvere e ombra nel quale dice che non sappiamo se Dio esiste, ma sappiamo che vi è una sola legge morale nell’Universo.

Inizia con la descrizione di quanto gli uomini siano straordinari: “Che strano - dice – che la superficie del pianeta sia popolata da esseri bipedi, deambulanti, capaci di riprodursi, e che questi esseri posseggano un senso morale!”

Stevenson crede che questa legge morale governi tutto l’Universo. Dice, per esempio, che non sappiamo nulla delle api o delle formiche, Tuttavia, api e formiche formano repubbliche, e possiamo ipotizzare che anche per un’ape o una formica ci sia qualcosa di proibito, qualcosa da non fare. Poi passa agli uomini e dice: “Pensiamo alla vita di un marinaio – quella vita della quale il dottor Johnson ha detto che possiede la digintià del pericolo -, pensiamo alla durezza della sua vita, pensiamo che egli vive esposto alle intemperie, sofdando la morte, e che poi passa qualche giorno al porto, a ubriacarsi con donne di malaffare. Nonostante ciò – dice – quel marinaio è pronto a rischiare la vita per un compagno”.

Poi aggiunge di non credere né al castigo né alla ricompensa. Crede che l’uomo

muoia col corpo, che la morte corporale è la morte dell’anima. E anticipa il pensiero che dice: “Da una qualsiasi lezione non c’è nulla di buono da aspettarsi. Se ci danno un colpo in testa non miglioriamo, e se moriamo non possiamo supporre che qualcosa sorga dalla nostra corruzione”. Stevenson dice la stessa cosa, ma aggiunge che malgrado tutto non c’è un solo uomo che non sappia intimamente quando ha agito bene e quando ha agito male.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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