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martedì, 12 febbraio 2008 

CONDIVISIONI


La felicità è fatta per essere condivisa.

(dal film Into the wild)


Torno su una frase del film di cui ho scritto in precedenza che qualcuno ha opportunamente segnalato e che, dopo aver ronzato nella mia testa per un breve periodo, è stata casualmente (mai nulla è casuale, però) ripresa, questa mattina, da una persona a me carissima.

Una frase che si presta a interpretazioni polimorfe, ambigue, poste su più piani intepretativi.


Non voglio soffermarmi, qui, sul difficilissimo senso della parola "felicità", che merita speculazioni nelle quali la filosofia avvolge e penetra il senso del quotidiano riportandoci indietro, a millenni fa, alle antiche e mai risolte interrogazioni dell'uomo sul senso del suo destino nella molteplicità del divenire, immerso in un mondo di mutamenti continui fino alla trasformazione estrema, la morte. Quella che ci toglie ossa e sangue e confini.
La felicità, dicevo, è una faccenda assai complessa che per ognuno ha una destinazione diversa.

Ciò che rende felice me rende indiffirente te, e viceversa.
Eppure, eppure ci sono "fratellanze" che accomunano uomini e fati tanto diversi fra loro. La più sublime, la più misteriosa di queste "fratellanze" è proprio la condivisione.
Già, perché ognuno, a suo modo, conosce l'importanza di dividere con qualcun altro un momento felice. Mentre l'infelicità può avere un moto centripeto (nei momenti di sofferenza molti uomini preferiscono isolarsi, come fanno i gatti ammalati), la felicità è, per sua natura, centrifuga. Vuole espandersi, dilagare. Chiede uno specchio e un rimbalzo.
Esplode scoppiettando nel cuore, e le sue scintille tendono verso gli altri, verso coloro che amiamo, o con i quali dividiamo comunque un pezzo del nostro tragitto.
Non a caso all'uomo malinconico è più congeniale la solitudine (mi viene in mente la meravigliosa raffigurazione del Dűrer), non a caso certe suggestioni umbratili hanno i colori di un paesaggio nordico mentre ogni Sud del mondo decanta con i suoi cromatismi la gioia di vivere malgrado le assenze.
Ogni momento lieto vorrebbe poter essere condiviso.
Il protagonista del film ha ragione. Ma in cosa consiste la condivisione?
Se la definizione della felicità invita a inerpicarsi su un sentiero assai ripido, attraversato da radure boschive e foreste vergini, quella di condivisione è altrettanto complessa.
Cosa condividiamo? Con chi?
Esistono infinite possibilità, e all’interno di queste oceani di varianti.
La condivisione può essere superficie, onda piacevole verso il tramonto, oppure può diventare abisso, stupore di profondità e di stelle notturne in fondo a ogni mare.
Dipende da ciò che vogliamo, da ciò che cerchiamo. Dipende anche dai momenti della nostra vita attraversati da passaggi e virate, dalla necessità o (cosa più difficile) dalla volontà.
Ma è vero, la felicità, comunque sia, ha bisogno di essere condivisa.
L’attimo tremante di gioia cerca mani e visi su cui appoggiarsi, orecchie su cui allungarsi.
Cerchiamo sempre, per tutta la vita, i luoghi sublimi in cui dare senso ai nostri momenti. E se la natura sembra sostenerci dilatando l’anima oltre ogni cielo, solo un altro essere umano riesce a specchiare fino in fondo la dimensione profonda della nostra gioia.

C’è solo un tipo di solitudine che è scambio continuo. Si tratta una solitudine rara, introvabile. Appartiene ai santi e ai folli (che spesso coincidono). Chi ha trovato davvero il Tutto nel cuore vive dei suoi fiori perenni in ogni istante.
Ma noi, noi comuni mortali con i nostri affanni e i nostri rovelli, pieni di desideri intrecciati e di sogni dispersi, abbiamo bisogno innanzitutto di trovare l’Uomo nella condivisione.
Non c’è vita senza scambio e relazione.
E per quanto anche una montagna o un deserto possano affinare l’anima donandoci “momenti di essere”, per quanto un gatto o un cane ci pongano in contatto diretto con i nostri più riposti semini interiori, facendoli fruttificare, per quanto tutto questo sia bello e necessario e importante, non c’è nulla come la mano tesa di un’altra persona verso di noi, con lo sguardo complice fatto di occhi affiatati, per renderci consapevoli della nostra esistenza. Che, come rugiada mattutina, scompare nei flutti del giorno mentre ogni volta ci rendiamo conto che è troppo presto. È sempre troppo presto.






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