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Addio Leucò, il "fuoco grande" di Pavese
di Lorenzo Mondo

Addio Leucò. Apprezzata psicoterapeuta di scuola junghiana, e scrittrice in proprio, Bianca garufi era nota ai più per l'intenso legame con Cesare Pavese. Che grecizzò il suo nome e lo accolse nel titolo del libro che gli fu più caro, Dialoghi con Leucò. Si conobbero a Roma nell'autunno del 1945 alla filiale della casa editrice Einaudi, dove al donna svolgeva la funzione di segretaria. Questa ventisettenne di origine siciliana aveva cospirato nelle file del Pci e, finita la guerra, fuori dal lavoro editoriale aveva maturato altri interessi, entrandi in analisi con il famoso Ernst Bernhard. Fu proprio la comune attrazione per i temi mitologici a rafforzare la bruiciante passione tra Cesare e Bianca. Lei ricorderà di avergli suggerito indirettamente il dialogo centrale sulla figura di Circe. Amava molto la maga omerica e ne discorreva con pavese, che " un giorno entrò con il braccio teso sventolando trionfante alcuni fogli e dicendo, con voce anch'essa trionfante, un po' fra rimprovero e dispetto: "Eccoti qua! Ti ho fatto Circe".
Era il primo dialogo della futura raccolta, intitolato Le Streghe. Ma prima Pavese aveva scritto per lei le nuovissime poesie di La terra e la morte: "Terra rossa terra nera / tu vieni dal mare / dal verde riarso, / dove sono parole / antiche e fatica sanguigna / e gerani tra i sassi...".
Il loro amore tuttavia si consumò in pochi mesi, l'atteggiamento adorante di Pavese che le chiese di sposarlo non valse a scongiurare il fisico distacco. Bianca si sottrasse al suo assedio rifugiandois in una beauty farm, presso Genova.
Non venne meno il sodalizio intellettuale, che si espresse nell'avventura del romanzo Fuoco grande, scritto a quattro mani, a capitoli alterni, sentendosi per lettera e per telefono. Ma cesare continuava anche a sottoporle i dialoghi mitologici che stava scrivendo e che dunque possono definirsi, a giusto titolo, intrattenuti "con Leucò".
Paradossalmente, Bianca si mosterà tiepida, se non fredda, all'uscita del libro, suscitando le amare rimostranze di Pavese. 
E neanche dopo si ricrederà.
L'ho conosciuta nell'aprile del 2002 a Brancaleone, dove si teneva un convegno persiano. Vicnendo l'innata ritrosia, aveva accettao di scendere in Calabria, forse ubbidendo, lei siciliana, al segreto richiamo di quest'altro sud. Pallidissima, i nerissimi capelli a caschetto, dava l'aria di una stilizzata figura egizia. Con la vista ormia debolissima, camminava tenuta a braccetto, aspirando l'odore del mare. Diede da leggere la sua relazione, in cui raccontava tra l'altro che Cesare non amava la psicoanalisi, ne aveva paura. Bianca non aveva l'aria di rammaricarsene, dicendosi persuasa che il genio di un artista, il suo demone interno, è irriducibile alla sola analisi psicoanalitica. Per il resto ne tracciò un ritratto amichevole ma distaccato. C'entrava naturalmente il velo dei molti anni trascorsi ma anche l'affioramento di un non sopito spirito competitivo. Rivendicava infatti per sé, al tempo di quell'incontro, la forza di una personalità già formata e autonoma. Quanto ai maestri, si dichiarava sensibile semmai all'influsso di Vittorini, a suo parere dotato di maggiori qualità stilistiche rispetto a Pavese. Cesrae avrebbe contato soprattutto, in posizione sussidiaria, per averla spronata a un lavoro severo e continuativo. La donna che aveva contatio di più nel processo creativo di pavese sembrava disconoscerne i risultati, attenuando per sé, non per noi, il merito di avere ispirato le pagine mirabili di Leucò.
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