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Il giardino degli scacchi
di Paolo Maurensig


Non gioco più da anni, ma ricordo sempre con una certa emozione il tempo in cui gli scachi mi rivelarono tutto il loro fascino. Credo che ogni rapporto umano attraversi un primo stadio che potrei definire “magico” proprio perché del tutto ignoto: una zona d’ombra dai contorni sfuggenti, dalle suggestioni latenti e ingannevoli.
Magico come può apparire un comune apparecchio elettrico ancora funzionante grazie a un residuo di energia, o un meccanismo con un ultimo guizzo di carica che si arresta nel preciso momento in cui viene raccolto da terra dalla mano di un selvaggio. E per quanto questi tenti di smontarlo per vederne il contenuto, non riuscirà mai a scoprirne il segreto del movimento. A meno che uno più esperto di lui non glielo insegni. Dico questo pensando proprio agli scacchi, a quel guazzabuglio di figure scolpite nel legno che si affollano su una scacchiera muovendosi nelle direzioni più strane, dico questo pensando a me stesso quando, bambino, non conoscevo le regole del gioco, eppure ne restavo affascinato. Io ero quel selvaggio che vedeva muoversi un complicato meccanismo, ma solo nelle mani altrui. E mi piace pensare a quel momento in cui qualcuno mi insegnò le prime mosse. Poi, per il resto, la storia del mio innamoramento per gli scacchi assomiglia a una qualsiasi storia d’amore fallimentare raccontata a un amico che, se solo avesse sospettato della mia dabbenaggine, mi avrebbe messo in guardia per tempo. Eppure, come farti capire, amico mio, che con gli scacchi ho passato i momenti più belli della mia vita? E forse i più belli furono quelli dell’iniziazione al gioco,.il tempo in cui gli scacchi erano pervasi ancora da un’aura magica.
Lo dico brutalmente, quasi fosse un’ammissione di colpa, un modo per scaricarmi la coscienza: a insegnarmi a giocare a scacchi fu un barone austriaco che abitava a Gorizia e che aveva sposato una mia cugina. Viveva in una vecchia villa sulla strada principale che dal centro della città portava alla stazione ferroviaria. Io ci andavo a giocare con i suoi due figli che avevano presso a poco la mia età. Avevamo due modi di giocare: uno era il gioco alle “cose grandi” che consisteva in giochi in cui era presente la persona fisica, come il giocare agli indiani e ai cow boy, alle corse, alla lotta, a nascondino, tutti giochi che si facevano all’aperto, in giardino, con il bel tempo. L’alternativa erano i giochi alle “cose piccole” che si facevano al chiuso, in casa, quando pioveva: potevano essere le battaglie navali, il gioco dell’oca, o i soldatini. Al primo piano della villa c’era un grande soggiorno con le finestre che davano su un giardino lasciato al proprio rigoglio. Le spesse foglie di magnolia sembravano affacciarsi alle finestre e nei giorni di pioggia, quando non si poteva giocare in giardino, noi bambini ci rifugiavamo in questo spazio a trastullarci con le “cose piccole”, tra le quali i vari giochi da tavolo che erano riposti in un grande armadio.
E lì c’erano anche gli scacchi. I miei cugini, però, osavano giocarci solo quando il papà non era in casa. Usavamo quelle figure senza alcuna regola, come fossero soldatini di piombo, a volte facevamo a meno della scacchiera. Poi, un giorno un acquazzone improvviso ci aveva fatto rientrare, salimmo al primo piano e trovammo il barone che stava giocando a scacchi con un amico. Con un gesto imperioso il barone ci zittì, e io mi avvicinai in silenzio per osservare il gioco da vicino. Seduto a fianco dei due giocatori stava il cane del barone, uno Schnautzer gigante, di colore grigio, che dimostrava per il gioco un insolito interesse (e solo in seguito avrei scoperto perché).
Il barone mi voltava le spalle, era piegato in avanti, con la camicia tesa sulla schiena massiccia, la nuca rasata, sudaticcia, con la pelle quadrettata come una tavoletta di cioccolato. Con la mano si accarezzava la barbetta a punta in un atteggiamento di profonda riflessione. Rodin non avrebbe saputo fare di meglio.
Le sorti di quella partita mi restarono oscure perché i due giocatori a un certo punto cominciarono a rimestare i pezzi sulla scacchiera con incredibile velocità, come fossero due prestigiatori, commentando di volta in volta delle posizioni e delle mosse che solo a loro potevano risultare comprensibili. Non riuscii a capire chi dei due avesse vinto, né osai chiederlo, ma mi sembrò che il barone fosse di pessimo umore. Fu quello, sicuramente, il momento della mia iniziazione, in quel giorno in cui la pioggia picchiettava sulle lucide foglie di magnolia, mentre i mie cuginetti giocavano sotto il pianoforte a coda e il barone si lisciava la barba grigiastra meditando la prossima mossa.
Fu lui a insegnarmi con molta pazienza le regole del gioco. Non fu facile convincerlo, ma un giorno cedette alle mie richieste. Dapprima mi fece giocare con gli schieramenti dei soli pedoni, i quali molto spesso, scontrandosi come falangi, si arrestavano a vicenda provocando la fine del gioco; e solo in seguito aggiunse gli altri pezzi spiegandomi i vari movimenti di difesa e di attacco. Per ultimo, naturalmente, il re, che non si poteva eliminare, ma solo costringere alla resa. Devo dire che quest’ultimo particolare non mi fu molto chiaro, ma a quel tempo avevo solo otto anni.
Avrei ripreso in mano gli scacchi solo una decina d’anni più tardi per non lasciarli mai più.
Non partecipo più a tornei, e anche se le partite amichevoli sono diventate sempre più rare, m ancora oggi, quando acquisto una rivista, scorro le pagine per trovare nella rubrica dei giochi il problema scacchistico da risolvere. Spesso, però, il mio ricordo torna al tempo lontano della mia infanzia, alla villa del barone, alle magnolie, a quei gironi piovosi in cui osavo sfidarlo sulla scacchiera senza mai riuscire a scalfire la sua difesa. E mi viene in mente un particolare curioso: il barone possedeva una bellissima scacchiera di cuoio antico e anche i pezzi degli scacchi erano torniti finemente in un materiale simile all’avorio. Mancava però un pezzo, una torre bianca che veniva sostituita con un rocchetto di legno, un pezzo che non si vedeva l’ora di eliminare dalla scacchiera come fosse un mendicante capitato a corte. Ebbene, non avevo mai detto al barone che un giorno avevo visto il suo cane seppellire un osso completamente rosicchiato, del tutto simile a quella torre mancante.

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