torna alla home


formazione link editoriale iscriviti alla newsletter Concorsi eventi le novità contattaci! I servizi offerti da Studio Stylos chi siamo interviste recensioni letterature
Il miracolo delle nozze di Cana torna a Venezia ma è un facsimile
Le false nozze di Cana belle come l’originale
Ricostruito al computer il capolavoro del Veronese 

da La Repubblica del 14 Settembre 2007

di Natalia Aspesi
 
Se la copia di un’opera d’arte è indistinguibile dall’originale in tutto, anche al tatto se non addirittura all’odore, nello spessore delle pennellate e nei tagli della tela, se per portarla a termine c’è voluto quasi un anno come per l’originale, e ci hanno lavorato più o meno lo stesso numero di persone oggi come allora, nel 1562-63, bisogna arricciare il naso oppure, accoglierla festosamente, come l’amato figliol prodigo tornato a casa, anche se, data la sua origine digitale, in forma virtuale?
Il telero delle "Nozze di Ca­na" che il giovane, già celebre e molto costoso Paolo Veronese dipinse per il refettorio degli opulenti frati benedettini, non è più sull'Isola di San Giorgio Mag­giore da 210 anni, da quando cioè se ne sta, con i suoi 70 metri qua­dri abbondanti, in una sala del Louvre a Parigi; e forse i suoi cen­to e più personaggi riccamente addobbati non saranno contenti del muro di folla (9 milioni di vi­sitatori l'anno) che per la mag­gior parte non si accorgono delle loro libagioni, del cagnolino sul­la tovaglia e di Gesù e Maria un po' imbambolati, essendo co­stretta ad adorare un piccolo quadro sulla parete opposta, che è la Gioconda di Leonardo.
Adesso, miracolo dell'ubiquità consentita dalla tecnologia, "Le Nozze di Cana" risplendono di nuovo nel luogo per il quale il te­lero era stato dipinto; e quelle aeree architettu­re classiche sullo sfondo di un cielo azzur­ro veneziano, e quegli sposi malinconici abbigliati in se­te preziose, e i suonatori con i loro strumenti panciuti, e i servi­tori scalzi intenti a versare il vino dagli otri, e i gioielli, i turbanti, le coppe, i ricami, le barbe, le ac­conciature, invadono di nuovo con una sorta di allegria disordi­nata e profana, il monumentale refettorio del Palladio, dove i potenti Benedettini consumavano i loro pasti assieme a invitati di rango.
Operazione azzardata o riuscita?
«Impressionante — di­ce lo storico dell'arte Salvatore Settis — L'impatto è straordinario, sin dalla soglia monumenta­le di accesso alla sala. È stato fat­to un lavoro complesso con una tecnica mista digitale ma anche manuale, e il facsimile restituisce al luogo la sua completezza, ri­creando un'unità che in qualche modo ricorda il suo stato origina­le. È una approssimazione molto interessante, an­che se bisogna ri­cordarsi che non è l'originale».
L'immenso pre­zioso telerò dipinto da Paolo   Caliari detto il Veronese divenne bottino di guer­ra quando la pace di Campoformio tra Austria e Francia conclusela campagna di Napoleone in Italia, ponendo fine alla repubblica veneta: e gli emissari francesi saccheggiando ovunque, I'11 settembre 1797 si presero anche la più celebre e la più copiata del­le tante Cene del Veronese, ta­gliandola in grandi strisce oriz­zontali e spedendola in Francia con un viaggio durato dieci mesi.
Giovanni Bazoli, presidente del­la Fondazione Giorgio Cini, in apertura del catalogo della mo­stra dedicata al ritorno del telero, "Il miracolo di Cana. L'origina­lità della ri-produzione" ricorda che «il sentimento di perdita cau­sato dalla rimozione del celebre dipinto è qualcosa che può pienamente com­prendere solo chi si è trovato a so­stare di fronte alla parete del Cena­colo palladiano orfana del suo ca­polavoro». Inutili furono tutti i ten­tativi di farselo restituire, a cominciare da quello di Antonio Canova nel 1815, quan­do per rabbonire i veneziani, fu dato in cambio "Il convito in ca­sa di Simone" del pittore di corte di Luigi XIV, Charles Le Brun, che, secondo il critico inglese John Ruskin «era buono al massi­mo per fare da cassa da imballag­gio» all'opera del Veronese.
An­che lo scrittore André Malraux, in veste di ministro della cultura gollista, negli anni '60 del secolo scorso promise e non mantenne. La Francia con varie scuse non volle mai mollare il frutto più splendido delle razzie napoleo­niche ed è stata ben contenta adesso di collaborare attraverso il Louvre alla sua "restituzione" simbolica”.
È stato Pasquale Gagliardi, se­gretario generale della Fonda­zione Cini, a commissionare a Adam Lowe, artista inglese spe­cializzato nel rifacimento di ope­re d'arte con tecnologie digitali (e arrivato ormai al punto di inverare la profezia di Walter Benjamin sull'arte nell'era della sua riproducibilità tecnica), il "raddoppio" della Cena.
La sua équipe ha lavorato per mesi, al Louvre e poi a Madrid nel labora­torio Factum Arte, dedicandosi a una serie di operazioni comples­se e innovative illustrate nella mostra, che esperti informatici pur digiuni d'arte troveranno su­blimi. Per gli analfabeti del ramo tecnologico si indica brevemen­te e confusamente un percorso di registrazione digitale delle infor­mazioni di scansione del dipinto, di registrazione con fotocamera digitale, di trian­golazione con luce bianca ecc.
Il supporto del facsimile è una tela di lino irlan­dese, con stesu­ra di colla animale e strati di miscela gessosa di materiali disponibili ai tempi del Veronese, il tutto fissato su allu­minio. Dopo un'altra serie di ge­niali e oscure operazioni si è arri­vati alla stampa e alla fine ai ri­tocchi manuali.
Paolo Veronese e i suoi, più spensierati, avevano fatto certo meno fatica. «Per sua mercede ebbe ducati tresento vintiquattro da lire 6 soldi 4 per ducato», mentre Lowe pare sia costato, in confronto, meno, at­torno ai 100 mila euro.
servizi editoriali agenzia letteraria