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Un grande genio racconta ai piccoli la favola dell’universo.
C’era una volta
È immobilizzato da anni su una sedia a rotelle. Parla grazie a un computer. Ma nonostante questo Stephen Hawking è uno degli scienziati più celebri al mondo.
E’ una fucina di idee. L’ultima: realizzare un libro, insieme con la figlia Lucy, per far amare la scienza ai ragazzi. E per sfidare Harry Potter.
 
da “Il Venerdì” di Repubblica del 14 settembre 2007

di Luca Fraioli
 
 
 
CAMBRIDGE. «La chiave segreta per l'Universo è come Harry Potter, ma con la scienza al posto della magia».
Quando la voce metallica del computer pronuncia quel nome, Harry Potter, perfino la figlia di Stephen Haw­king, Lucy, lì accanto, tradisce un atti­mo di sorpresa. Non si aspettava che il padre, uno dei più grandi scienziati vi­venti, cosmologo e fisico teorico, consi­derato l'erede di Newton e di Einstein, fosse così esplicito nel paragonare la sua ultima fatica di divulgatore alla saga del maghetto creato da Joanne K. Rowling.
Ma quest'uomo ha sempre unito un'in­crollabile fiducia nelle leggi della natura alla capacità di stupire degna di un ma­go, appunto: immobilizzato da quarant'anni su una sedia a rotelle, perché ma­lato di sclerosi laterale amiotrofica, ha avuto un'intensa vita affettiva, con figli, nipoti e divorzi, ha sve­lato alcuni dei misteri dell'uni­verso ha venduto oltre dieci mi­lioni di copie del suo Dal big bang ai buchi neri, ha volato in assenza di gravità e si prepara ad andare in orbita nel 2009. È comparso in una puntata dei Simpson, è stato ricevuto in udienza dal Pa­pa e dalla regina d'Inghilterra.
Perché stupirsi se ora ha decisodi sfidare Harry Potter con un romanzo per ragazzi?
L'appuntamento è nella sua «Hogwarts»: il Centre for mathematical sciences dell'Università di Cambridge. Niente guglie e scaloni, ma moderni edifici in vetro, metallo e mat­toni.
Anche il personale è assai poco formale: «Accomodatevi, ora avvisiamo l'assistente personale di Stephen» ci di­cono alla reception.
In realtà, a venirci incontro è la figlia di «Stephen», Lucy.
È lei l'artefice dell'esordio di Hawking nella narrativa. «Ho un figlio di nove anni» racconta mentre ci guida verso lo studio del professore «e ho pensato che sarebbe stato meraviglioso se io e mio padre avessimo scritto per lui qualcosa che spiegasse in cosa consiste il lavoro del nonno. Ma concentrare tutte le ri­cerche di mio padre in un unico libro avrebbe significato appesantire il rac­conto. Per questo abbiamo deciso di suddividere in tre parti gli argomenti da affrontare: questo libro è il primo ca­pitolo di una trilogia con gli stessi per­sonaggi».
È nata così la storia di George, un ragazzino a cui i genitori ambientali­sti vietano persino di possedere un computer, che però scopre di avere co­me vicino di casa il più grande scienzia­to del mondo, impegnato nella ricerca di un pianeta sui cui far emigrare l'umanità. L'incontro con lo scienziato, con sua figlia Annie e con il loro com­puter Cosmo è per George l'inizio di un'avventura che lo porterà a viaggiare nello spazio e a scoprire quanto sia bella e importante la scienza.
«Il nostro non è un libro di fantascienza, perché la fan­tascienza può essere affascinante, ma non insegna nulla sull'Universo in cui viviamo» continua Lucy. «Io e mio pa­dre abbiamo preferito scrivere un'av­ventura basata su fenomeni scientifici che si verificano davvero».
La stanza di Stephen Hawking occupa un angolo dell'edifìcio, ma è il vero centro di gravità intorno a cui ruotano, in un si­lenzio irreale, decine di persone. Sulla porta azzurra due targhette: «Professor S. Hawking» e «Lucasian professor», ovvero il titolare della cattedra che fu di Isaac Newton nel 1669 e venne isti­tuita grazie a un'iniziativa benefica del reverendo Henry Lucas.
Accanto, una sequenza di foto scattate all'interno dell'aereo in caduta libera che ha per­messo, la scorsa primavera, a Stephen Hawking di sperimentare l'assenza di gravità. Anche all'interno della sua stanza, tra le due lavagne piene di for­mule e la lunga vetrata che dà sul verde di Cambridge, ci sono tante foto.
Ri­tratti di fisici illustri, da Albert Einstein a Richard Feynman, ma soprattutto fo­to di Hawking: con i nipotini, con Ste­ven Spielberg ed Et, con Homer Sim­pson... C'è persino una scultura, quasi a grandezza natu­rale, che lo ritrae su una sedia a ro­telle complessa quasi quanto quella originale.
Sulla scrivania da una grande cio­tola colma di sassi colorati si alzano sbuffi di vapore che rendono l'aria più umida. Accanto c'è un normale computer.
Un giovane esperto di elettronica lavora invece all'apparecchiatura che permette a Hawking di comunicare con il mondo. Ci mostra i pulsanti con i quali fino a qual­che tempo fa il professore azionava il computer muovendo due dita.
Ora, con l'avanzare della malattia, si è cam­biato sistema: un sensore montato sugli occhiali registra la chiusura della palpe­bra destra. Un battito di ciglia, quanto basta a Hawking per scegliere le parole con cui rispondere a un'intervista, scri­vere una lezione o navigare sul web.
Lo scienziato può decidere se comporre le singole parole lettera per lettera, se scegliere i termini da un vocabolario già in memoria o se usare intere frasi fatte, per esempio quelle di benvenuto.
«Molti di questi dispositivi e di questi software, anche grazie al nostro lavoro, sono ormai sul mercato, alla portata di quei malati che non riescono più a par­lare» spiega l'esperto di elettronica.
E quando viaggia per tenere le sue confe­renze?
«Portiamo con noi tutto il ne­cessario: 15 valigie». Di tecnologia? «No, in tutto. In genere mescoliamo abiti e apparecchiature elettroniche che così non si rompono».
Ma negli ae­roporti non avete problemi con la sicu­rezza? «Ci fanno storie solo per i liquidi contenuti nelle batterie».
Intorno a Hawking si muovono le infermiere che lo assistono. Ma anche gli studenti di cosmologia che sono qui per conseguire un PhD sotto la supervisione di «Stephen».
Quarantamila sono invece le email ricevute da Hawking negli ulti­mi due mesi.
«Molti sono mitomani, ma tra chi scrive ci sono anche dei geni» commenta l'assistente personale, che per quei grafomani ha quasi un interes­se professionale, visto che fino a tre an­ni fa si occupava di schizofrenici.
Da molto tempo ormai il numero di telefo­no di casa Hawking non è più sull'elen­co di Cambridge.
«Una volta il telefono squillò alle quattro del mattino» ricorda Lucy «era un tizio che chiamava dal Giappone e voleva parlare con mio pa­dre, diceva di essere Newton. Risposi: se fosse Newton saprebbe che in Inghilterra è notte».
Lui ci aspetta dietro la scrivania, su quella sedia a rotelle ipertecnologica che ormai è diventata un'icona. Acco­glie gli ospiti con un sorriso.
Poi, chiu­dendo l'occhio destro, prepara il com­puter a leggere, con voce artificiale, le risposte all'intervista.
Professor Hawking, ma è più facile spiegare l'Universo ai bambini o agli adulti?
«Per certi versi è più facile con i bambini, che hanno menti fresche e li­bere da nozioni preconcette. Inoltre, non si vergognano di fare domande. Naturalmente, le spiegazioni devono essere semplici».
Perché ha scelto di scrivere un rac­conto e non un saggio?
«È importante per i bambini avere una comprensione di base della scienza e dell'universo che li circonda. Per loro è più facile leggere un'avventura avvin­cente che un libro sulla scienza».
Che cosa vorrebbe imparassero i ra­gazzi da questo romanzo?
«Che la scienza è entusiasmante e che è importante capirla, perché da essa di­penderà il futuro di tutti noi».
Ancora negli anni 80 scienza e tecno­logia esercitavano grande fascino sui giovani. Oggi se ne ha quasi paura. Co­sa è successo?
«Negli anni 80 avevamo delle aspetta­tive poco realistiche sulla scienza: avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi, dalla povertà alle malattie. E quando la fine della Guerra fredda non ha portato alla pace e alla felicità universale c'è stata una grande disillusione, per ra­gioni che però non avevano a che fare con la scienza. Credo però che ora ci sia un rinnovato interesse per la scienza e per l'universo».
Lei pensa che si debba cercare un'altra Terra nel­lo spazio. Perché?
«Dobbiamo espandere i nostri orizzonti se vo­gliamo avere un futuro a lungo termine. Non possiamo continuare a vivere su un piccolo pianeta sempre più inquinato e affollato. Bisogna cercare altrove. Richiederà tempo e sforzi, ma i progressi tecnologici futuri renderanno più facile la ricerca».
Ci sono persone affette da sclerosi laterale amiotrofica che, nella fase ter­minale della malattia, hanno chiesto l'interruzione delle cure. Cosa pensa dell'eutanasia?
«Penso che una persona debba avere il diritto di porre fine alla propria vita, se lo vuole. Ma sarebbe un grande erro­re se lo facesse. Per quanto la vita possa sembrare brutta, c'è sempre qualcosa che si può fare. Finché c'è vita c'è spe­ranza. La mia disabilità non mi ha impedito di avere una vita piena e gratifi­cante, con tre figli. Certo, dal punto di vista professionale sono stato fortunato nell'aver scelto la fisica teorica. In qual­siasi altro campo mi sarebbe stato im­possibile continuare a lavorare».
Stephen Hawking era malato da tem­po quando fece la sua scoperta più im­portante: i buchi neri non sono poi così neri. Oltre a ingoiare tutto ciò che capi­ta a tiro, emettono verso l'esterno getti di particelle elementari. È la cosiddetta radiazione di Hawking.
Mentre ci ac­compagna verso l'uscita, chiediamo a Lucy come è andata la stesura del libro.
«Lui ha letto tutto dando suggerimenti sia sugli aspetti narrativi che, natural­mente, su quelli scientifici. In qualche caso mi ha costretto a modifiche radica­li».
Ad esempio?
«Quando George e Annie viaggiano nel sistema solare a bordo di una cometa e sono improvvi­samente attratti da un pianeta, io avevo descritto le loro sensazioni come quelle di chi si trova sulle montagne russe. Mio padre mi ha fatto notare che nello spazio questo non è possibile. E così ho dovuto rinunciare a un'immagine che mi piaceva molto, ma che era sbagliata dal punto di vista scientifico».
Ma lei la radiazione di Hawking l'ha capita? «Sì, ma solo pochi mesi fa, durante la stesu­ra de La chiave segreta dell'Universo» sorride.
E suo padre lo sa?
«Credo che lo scoprirà leggendo quest'articolo...».
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