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Tutti pazzi per l’uomo dei reportage interattivi
 
Dal New York Times ai siti news di Microsoft, i media Usa fanno a gara per ingaggiarlo. Perché questo giovane sta tracciando il cammino ai fotoreporter del futuro: verso le immagini «plurimediali». E dire che il suo successo nasce da un licenziamento improvviso.
 
da “Magazine” del Corriere della Sera del 20 Settembre 2007
 
di Chiara Mariani
 
I suoi clienti adesso sono Msnbc (joint-ven­ture di Microsoft e Nbc news), Aarp, National Geo­graphic, Los Angeles Times, New York Times, The Wa­shington Post, The Council of Foreign Relations, la Fon­dazione Soros, quella di Melinda e Bill Gates, per citar­ne alcuni.
E pensare che tutto era nato da un fallimen­to. Da un licenziamento improvviso, per nulla motivato e sospetto.
Forse la sua di­sinvolta alacrità, la sua eccessiva po­polarità presso i fotografi che gestiva e la sua lungimiranza avevano irritato alcuni superiori.
Risultato: Brian Storm, allora a capo della produzione di una popolare agenzia fotografica, si trova per la strada. Era il 2004.
A po­chi mesi di distanza (marzo 2005), ri­ceve le prime e-mail siglate con un nuovo logo destinato a diventare un brand della comunicazione mondiale e a mantenere fede all'etimologia del cognome: MediaStorm, forse la prima organizzazione concentrata sulla pro­duzione e distribuzione di prodotti/re­portage unicamente multimediali.
Nel giro di un anno (gennaio-dicem­bre 2006) il traffico verso http://mediastorm.org aumenta del 500%. «Non c'è in atto una rivoluzione che riguarda l'essenza del raccontare. Una buona storia è ancora il risultato di un buon soggetto che ha un inizio, uno sviluppo e una fine, con elementi che provocano nel fruitore sorpresa, presa di coscienza, reazione», dice Storm.
Per lui l'etica del mestiere non cam­bia.
La rivoluzione riguarda il modo in cui si raccolgono le informazioni, le si elabora e le si distribuisce.
Gli stru­menti che servono sono sofisticati e alla portata di tutti.
«Una camera HDV oggi costa 5.000 dollari, solo qualche anno fa ne costava 70.000. Per quanto riguarda la distribuzione, il web è un mezzo estremamente demo­cratico: teoricamente ognuno e un editore in possesso di quei mezzi che sto­ricamente appartenevano solo alle grandi aziende.
Sono a New York, nel mio appartamento, con un piccolo gruppo di persone di talento e 5 Ma­cintosh: "editiamo" storie che distri­buiamo in tutto il mondo. Ci scrivono anche perché siamo una voce indipen­dente: questa è la rivoluzione».
Ma cominciamo dall'inizio e dalle necessità che hanno motivato tanta intraprendenza: «La mia intenzione è convincere ottimi fotogiornalisti free­lance a smettere di affrontare le situa­zioni in modo tradizionale, ovvero scattare solo immagini», dice Storm.
«Oggi i giornali pubblicano mediamente un paio di scatti per ogni sto­ria. Questo non li ripaga delle energie spese per realizzare un soggetto che raggiunge un pubblico limitato, privo di sufficienti informazioni per capirlo veramente. Nella stragrande maggio­ranza dei casi queste produzioni si tra­ducono in operazioni economicamen­te fallimentari. Che sono il preludio alla fine del fotogiornalismo. Se i foto­grafi oltre alle foto raccolgono in con­temporanea anche informazioni video e audio che permettono di creare una narrazione di senso compiuto, le loro possibilità di incrementare sia la di­stribuzione che i profitti, aumentano in modo esponenziale: improvvisa­mente i loro clienti diventano il web, la radio, l'iPhone (http://media-storm.org/iphonc), la televisione, Dvd, esposizioni interattive, film indipen­denti disponibili con iTunes e, natural­mente, anche la stampa».
Un modello valga per tutti: il reportage di Gideon Mendel sullo Swazi­land (per la prima volta il fotografo ha raccolto anche le voci dei prota­gonisti dei suoi scatti) e stato ini­zialmente venduto al Guardian, poi a un sito web e in ultimo a una tele­visione britannica.
In pratica in po­chi giorni ha raggiunto tre tipi di­versi di pubblico, utilizzando la tota­lità del materiale da lui prodotto, ha innescato una fitta rete di corrispon­denza tra i fruitori e ha permesso al fotografo di incassare 20.000 dollari nel solo mercato britannico.
L'inte­resse di Storm si concentra esclusi­vamente su progetti a lungo termi­ne, le breaking news non sono con­template.
E i giornali che hanno in­vestito nelle versioni on-line hanno capito il valore delle operazioni di Storm poiché le schermate dove compaiono le icone di un suo pro­dotto aumentano, fino a decuplica­re, il loro valore pubblicitario.
«Da un certo punto di vista aspiriamo a diventare il Life Magazine della no­stra generazione», aggiunge Storm. «Una pubblicazione che sfida i let­tori, li induce a pensare ai grandi quesiti del nostro tempo attraverso storie dall'approccio multimediale di grande qualità. Spero che alcuni dei progetti da noi prodotti come Bloodline di Kristen Ashburn (http://mediastorm.org /0012.htm) o 11 Mercato Nero di Patrick Brown (http: //mediastorm.org /0015.htm) scuotano il pubblico».
Tra coloro che hanno creduto al modello Storm c'è il leggendario Ray Farkas (http: //mediastorm.org /0()03.htm; http://mediastorm. org.0008.htm ), Ed Kashi (http://mediastorm.org/0011.htm), Olivier Jo-bard (http://mediastorm.org/ .0012.htm), Brenda Ann Kenneally (http://mcdiastorm.org/0017.htm). Secondo Storm siamo solo agli inizi: «In soli due anni abbiamo provato che il multimediale ha un valore so­ciale ed economico. Stimo che nel­l' arco di 18 mesi nasceranno 50 compagnie come la nostra e nel giro di 36 mesi saranno 500.
Per quanto mi riguarda auspico questa concor­renza. Perché significherebbe una vittoria del giornalismo».
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