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lunedì, 13 agosto 2007

Cronache marittime

Diciamolo subito: la vacanza ci vuole. Eppure sulla spiaggia, a volte, ti senti a disagio. C'è tutto...tranne ciò che vorresti. Mercatini che si mangiano ettari di spiaggia, reti da beach volley che si alternano alle cabine, attrezzi da palestra dati in dotazione con trainer in costume e casse che sparano musica a palla.

Sarà che per la sottoscritta il mare è, appunto, mare. Cioè acqua salata per fare i bagni, sabbia su cui distendersi o passeggiare. E magari un pizzico di vento e tanto, tanto silenzio per la quiete dei sensi. Ma non si può. I nostri mari, aggrediti dalle frensie del consumismo, somigliano sempre di più alle estensioni delle città.

Le spiaggie a volte, se ci pensi bene, sono ridicole. Piene di gente spogliata che si spalma cremuzze che si mescolano ai pestilenziali sudori (un mix terrificante per le narici), e che tutta felice si agita in mutande e reggiseno.

Già, perchè di mutande e reggiseni si tratta (possiamo chiamarli "costumi", farli in lycra, colorarli, ma sempre mutande e reggiseni rimangono). Invece in città hanno addirittura vietato, in qualche posto della Versilia, di gironzolare in ciabatte.   

A volte è buffo, vedi questi grappoli di gente intorno a te (sì, tutto intorno a te, come la Vodafone) con le sue belle mutande colorate, tutta contenta. Ma se pensi che sono mutande, ti viene da ridere.

E' divertente, nelle cittadine di mare, osservare la scissione schizofrenica a seconda del clima. Nei giorni di sole, il centro diventa come il deserto della Namibia. Tutti al mare, ingolfati, pigiati in una sabbia sempre più rara, pressata dall'arrembaggio di lettini, ombrelloni, asciugamani.

Se invece piove, ecco allora che le viuzze del centro si popolano mentre il mare ritrova un po' del suo selvaggio splendore. Vuoto, popolato solo dai bagnini ingrugniti che ciondolano le mani pensando agli euro mancati (eh sì, niente lettini aggiuntivi o lattine di Coca tirate fuori dai furbi dispenser che se la giocano con i baretti). 

E si sgomita, in centro, per fare shopping. Tutti dentro i negozi. I turisti con l'aria incazzata di chi sta sprecando il gruzzolo della vacanza, gli abitanti del posto un po' più sereni perchè comunque si fanno un'intera stagione.

I turisti  con i loro sandali allagati zampettano sotto la pioggia cercando di evitare la minaccia delle pozzanghere, i bambini li seguono raggomitolati nei maglioncini troppo leggeri, specie negli ultimi anni in cui le tentazioni monsoniche della terra violata piegano in due le nostre estati alternando stagioni impazzite.

E ti viene voglia di qualche posto selvatico, senza ombrelloni e asciugamani e personal trainer, senza bagnini e turisti, senza invasioni di gente che salta dalla sabbia al cemento districandosi fra i giorni uggiosi e quelli di sole.

Anche la terrazza, a volte, è un toccasana. Ti fa sentire in una cittadella inespugnabile. Peccato, però, che da qualche, sulla strada, qualche bar appicca l'incendio della sua orribile musica, quella dei tormentoni estivi.

E tu bruci di scoraggiamento.

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