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Migliaia di appassionati, oggetti da scoprire attraverso le indicazioni in rete e una regola: rispettare l’ambiente
Geocaching, dal polo alla savana adesso la caccia al tesoro è globale
 
di Jaime D’Alessandro
 
da La Repubblica del 15 luglio 2007
 
 
ROMA — Li chiamano travel bug e ormai sono centinaia di migliaia in tutto il mondo. 
Delle piastrine me­talliche con incisa una sequenza di numeri assieme alla frase: «Io vado da un posto all'altro, raccogliendo storie lungo la strada».
Viaggiano infatti passando di mano in mano, essendo parte di uno strano gioco chiamato Geocaching che coin­volge moltissime persone su tutti e cinque i continenti.
Inventato nel 2000 da Dave Ulmer di Jacksonville, Florida, il Geo­caching è la caccia al tesoro del nuovo millennio.
Le regole sono semplici: si mettono una serie di oggetti in un contenitore stagno che poi nasconde in un posto a scelta. 
In seguito si pubblicano le coordinate esatte su Internet nei vari siti dedicati a questo gioco, co­me
www.geocaching.com, in mo­do che altre persone possano arri­varci usando un navigatore satelli­tare.
Il tesoro da cercare, detto ca­che, in genere è composto da mo­nete, giocattoli di piccole dimen­sioni, libri, altri oggetti vari e immancabilmente dal log-book, con le annotazioni di chi lo ha messo assieme.
Poi c'è il travel bug, che passa da un tesoro al­l'altro, e che ogni volta viene segnalato online così che sia sempre possi­bile seguire le sue peregrina­zioni.
Una cache quindi può avere dimensioni molto diverse che vanno dalla valigia al con­tenitore tascabile.
In ogni caso chiunque ne venga in possesso è tenuto a prendere qualcosa e aggiungere a sua volta altri oggetti per poi nascondere nuova­mente il tutto in un luogo che vale la pena esser visto.
Alcuni sostengono che nel mon­do di tesori del genere oggi ce ne siano mezzo milione circa. 
Altri in­vece propendono per un più cauto quattrocentomila.
Tanti comun­que, perché vuol dire che l'intero pianeta è cosparso di piccoli o grandi contenitori pieni di oggetti personali che attendono di essere scovati nel Circolo Polare Artico come in Africa o nella Foresta Amazzonica, o ancora nelle mag­giori città europee, americane, asiatiche.
Non a caso in Arizona sono corsi ai ripari e il Bureau of Land Management ha reso note alcune regole alle quali tutti i geocacher si devono attenere da quelle parti per evitare che qualcuno si faccia ma­le o che involontariamente infran­ga le leggi sulla protezione del­l'ambiente o invada una proprietà privata.
C'è chi pensa, a ragione forse, che il Geocaching non sia altro che una variabile del Letterboxing, la caccia al tesoro all'aperto inventa­ta in Inghilterra a metà dell'Ottocento.
Anche in quel caso si na­scondeva una scatola in qualche luogo isolato della campagna e poi si rendevano note alcune informa­zioni per consentire agli altri a ri­trovarla. 
Sport britannico quindi, imparentato alla lontana con l'Hash, la caccia al tesoro collettiva ap­parsa in Malesia all'inizio dello scorso secolo.
Merito di alcuni gaudenti funzionari dell'Impero che per fare un po' di moto nei weekend si mettevano in cerca di birra e alcolici nascosti nella giun­gla.
Ma la sua componente tecno­logica e l'uso massiccio di Internet fa assomigliare il Geocaching anche agli Alternate Reality Game (arg), nuovo divertimento colletti­vo che negli ultimi anni sta diven­tando sempre più popolare.
Qui però non si cercano oggetti ma si risolvono casi, spesso dei gialli o dei noir.
I giocatori devono ricostruire una storia partendo da un primo fatto iniziale come un omicidio o la scomparsa di un personaggio di fantasia, frugando in rete, nei gior­nali e riviste e perfino nella realtà telefonando a determinati numeri di telefono, ispezionando luoghi, parlando con altri giocatori per ri­solvere assieme i rompicapi più ar­dui.
L'autore in pratica dissemina tracce in giro che bisogna trovare muovendosi su diversi piani.
In­somma, anche in questo caso una sorta di caccia al tesoro.
 
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