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giovedì, 12 luglio 2007
La semiologia delle cose

Niente come fare un film costringe a guardare le cose. Lo sguardo di un letterato su un paesaggio, caompestre o urbano, può escludere un'infinità di cose, ritagliando dal loro insieme solo quelle che emozionano o servono. Lo sguardo di un regista - su quello stesso paesaggio - non può invece non prendere coscienza - quasi elencandole - di tutte le cose che vi si trovano. Infatti mentre in un letterato le cose sono destinate a divenire parole, cioè simboli, nell'espressione di un regista le cose restano cose: i "segni" del sistema verbale sono dunque simbolici e convenzionali, mentre i "segni" del linguaggio cinematografico sono appunto le cose stesse (...). Dunque se fossi andato nello Yemen in quanto letterato, sarei tornato con un'idea dello Yemen completamente diversa da quella che ho essendoci andato in quanto regista. Non so quale delle due sia la più vera. In quanto letterato sarei tornato con l'idea - esaltante e statica - di un paese cristallizzato in una situazione storica medievale: con alte e strette case rosse, lavorate di fregi bianchi come in una rozza oreficeria, ammassate in mezzo a un deserto fumigante e così limpido da scalfire la cornea: e qua e là vallette con villaggi, che ripetono esattamente la forma architettonica della città, tra sparuti orti a terrazza, di grano, di orzo, di piccole viti.

In quanto regista ho visto invece, in mezzo a tutto questo, la presenza "espressiva", orribile, della modernità: una lebbra di pali della luce piantati caoticamente - casupole di cemento e bandone costruite senza senso là dove un tempo c'erano le mura della città - edifici pubblici in uno stile Novecento arabo spaventoso, eccetera. Ho visto insomma la coesistenza di due mondi semanticamente diversi, uniti in un solo e babelico sistema espressivo.

(Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane)

Rileggendo le Lettere Luterane, non posso non stupirmi in continuazione della lucidità di Pasolini. Sul mondo delle cose, poi, i  nostri sguardi hanno deposto di tutto. Dalle icone scintillanti d'oro alle corna del diavolo, dai bisogni che diventano sogni alla magnifica proiezione terrena del mondo delle nostre "cose interiori".  Non si tratta delle idee platoniche, ahimé.  Si tratta della nostra visione del mondo sul quale il velo di Maya accumula, come in un gigantesco parcheggio, la nostra verità sulle cose. Raccontarsi la parzialità del nostro sguardo è già un passo avanti verso la demolizione dello sguardo "assoluto", con la sua pretesa di granitiche verità sul mondo. Il mondo è e sarà sempre limitato, parziale, corrotto dalla nostra percezione. E allo stesso tempo sarà bello proprio per questo, se solo ne manteniamo coscienza.

Gli sguardi sono tanti, come scrive Pasolini. Quando il suo è venuto a mancare, pochi mesi dopo la scrittura di queste e altre lettere, certamente al mondo è stato sottratto uno sguardo importante.

 

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