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L’autore torinese inaugura con Dario Voltolini una collana di giovani alla prima prova pubblicando i manoscritti così come arrivano alla Fandango. Ma è possibile non fare l’editing dei romanzi? Lui ne è convinto. Gli editor dicono di no
Il «barbaro» Baricco inventa lo scrittore fai-da-te

di Brunella Schisa

da "Il Venerdì di Repubblica" del 6 luglio 2007
 
La nascita di una nuova collana editoriale di giovani esordienti non è uno scoop. 
Forse per questo Alessandro Baricco e Dario Voltolini per lanciare «Quindicilibri», dell’editore Fandango, hanno avuto un’idea che giudicheranno i lettori se buona o cattiva. Sulla prima pagina di Les Adieux della giovane friulana Arianna Giorgia Bonazzi, che la inaugura, è stampato un decalogo con le regole della collana. 
Eccone alcune: si pubblicheranno soltanto inediti; il prezzo di copertina non dovrà superare quello di due biglietti di cinema di prima visione; dopo quindici romanzi la collana chiuderà. Ma è la regola numero nove a lasciare un po’ perplessi : «I testi si pubblicano così come sono. Quando è proprio necessario si permette un editing leggerissimo che non prevede interventi strutturali né profonde modificazioni».
L’idea sembra un azzardo. I curatori Baricco e Voltolini, l’editor Rosaria Carpinelli, sono tutti usciti di senno? Come si può mandare alle stampe un testo nudo e crudo di un’esordiente di 25 anni?
Alessandro Baricco, serafico e sorridente, conferma : «Sì, nessuna editing, nessuna correzione, al massimo possiamo aggiungere la i a ciliege, ma niente di più. Da anni pensavo a una collana così ed è stata l’esperienza della Scuola Holden a convincermi. In questi dodici anni ho visto passare diversa gente che ha scritto libri imperfetti e per questo motivo non ha trovato un editore; i più fortunati invece sono entrati nel frullatore degli editor, che hanno il compito di restituire una forma al testo, dargli un certo galateo, annullando le imperfezioni. Io sono contrario e penso che così facendo si rischia di mozzare di netto un talento. Smussando gli angoli, normalizzando il libro, rialli­neandolo al gusto del pubblico, lo si priva delle asprezze e delle imperfezio­ni, si perde qualcosa di unico».
Se un autore debba permettere op­pure no a un esterno di mettere mano sul suo testo è questione che solleva pareri discordi e da decenni si continua a discutere sull'utilità del mestiere di editor. 
C'è stata un'epoca in cui gli edi­tor erano Elio Vittorini, Italo Calvino, Valentino Bompiani. Calvino non guardava in faccia a nessuno. Nel 1962 scrisse a Leonardo Sciascia che aveva riscontrato «una gravissima stonatura  nel Consiglio di Egitto: l'uso di alcuni ri­ferimenti all'attualità», per cui raccomandava: «Togli perciò queste immagini moderne che abbassano i livelli dellatua prosa, sempre sorvegliata».
Lo stesso Baricco, quando scrisse il pri­mo romanzo, Castelli di rabbia, decise di affidarsi alla severissima Grazia Cherchi, ; l'editor più temuto e famoso. «Per lei non ero uno sconosciuto perché allora scrive­vo di musica su Mucchio selvaggio, e ap­pena scrissi quaranta cartelle gliele con­segnai. Alla fine fece a tutto il libro un editing massiccio, del quale io accettai il quaranta per cento, e siccome era una gran donna andò dal direttore editoriale della Rizzoli e gli disse: "Pubblica subito questo libro". Ancora adesso incontro lettori che mi dicono quanto Castelli di rabbia sia imperfetto, e i suoi difetti so­no diversi da quelli dei miei libri succes­sivi. Perché io sono cambiato. E l'editing da allora me lo sono fatto sempre io. Al primo libro, come tutti gli esordienti, ero molto generoso, esuberante, ma la generosità altera l'equilibrio. L'armonia è impudica anche se per il lettore può essere un piacere. Così come è un piace­re leggere opere imperfette».
L'elogio dell'imperfezione non con­vince Laura Lepri, editor tra i più stima­ti del nostro panorama letterario: «Sono perplessa» ammette. «Baricco ha detto che desidera conservare i "talenti anima­li", ma così facendo rischia di fare passa­re l'idea che la scrittura sia istintiva e naturale, mentre chiunque scriva  sa che non è così. Le pulsioni e gli istinti animali vengono tradotti dalla scrittura. Baricco con questa provocazione crea il passaporto per una mistificazione. 
D'altronde l'editing è nato con la stampa. 
L'editore Manuzio, prima di pubblicare nel 1527 il Libro del Cortigiano di Baldassarre Castiglio­ne, lo affidò a Giovan Francesco Falier, il quale diede al testo una certezza grammaticale e una patina di toscanità che ne decretò il successo».
Insomma, la scrittura è artificio e la spontaneità andrebbe bandita. Se non un editor, almeno un amico dell'autore dovrebbe fare il lavoro ingrato di segna­lare gli inciampi del testo, le ripetizioni, e suggerire i tagli. «Sarebbe come cam­biare il naso all'attrice di Almodóvar, Rossy de Palma, snaturandola: un terri­bile errore» conclude Baricco.
Non è il solo a pensarla così. Seba­stiano Vassalli da tempo sostiene di non sopportare interventi esterni, e di­versi anni fa il critico Filippo La Porta propose l'abolizione dell'editing. Molti scrittori, per evitare interventi incon­grui, hanno optato per l'autoediting, in alcuni casi addirittura bulimico. Gior­gio Bassani, a partire dal 1971, quando si affacciarono i primi sintomi della malattia, smise di scrivere e cominciò a correggere i libri già scritti. 
E cosa dire di Alberto Arbasino, che ha riscritto tre volte Fratelli d'Italia?
D'altronde l'editing come si intende nella tradizione americana da noi non si pratica. Al massimo si dà qualche suggerimento, ma l'ultima parola spetta sempre all'autore. 
Qual­che esempio? 
Romanzo crimina­le di Giancarlo De Cataldo. «A libro finito» ricorda Severino Cesari, «dopo l'ultima lettura, mi resi conto che mancava
qualcosa nell'attacco. Ci voleva un'idea che portasse il lettore immediatamente dentro la storia, e a Giancarlo venne in mente di aprire con una rapina fatta da un sopravvissuto della banda della Magliana, anni dopo i fatti raccontati nel romanzo. Fu lui a risolvere l'impasse. L'editor deve adottare il punto di vista dell'autore, diventare un idiota, annul­larsi per essere come uno specchio». 
An­che Alessandro Piperno fu «convinto» dai suoi editor Antonio Franchini e Re­nata Colorni a tagliare l'ultimo capitolo di Con le peggiori intenzioni. «Cinquanta pagine a cui tenevo moltissimo e dalle quali il romanzo era partito. Mi dispiac­que parecchio vederle sparire».
«Sì, gli editor suggeriscono, ma è l'au­tore, alla fine, a decidere», conferma Al­berto Rollo, direttore editoriale della Fel­trinelli.«Quando lessi Tre metri sopra il cielo chiesi a Federico Moccia se aveva voglia di spostare la vicenda dagli anni Ottanta al 2000 e renderla più svelta. Lui accettò. Per fare questo lavoro bi­sogna mettersi a fianco dell'autore, en­trare nel suo clima, avvertire le disto­nie, farle sentire all'altro. A quel punto lo scrittore lavora quasi meccanica­mente. Con Simonetta Agnello Hornby sulla Mennulara abbiamo lavorato così». 
Ma non bisogna mai vergognarsi di chiedere aiuto. 
Laura Lepri cita il passaggio di una lettera del 1838 indi­rizzata a Emilia Luti in cui si legge: «Si può dire: "Il Paese formicolava di po­veri" o bisogna dire: "I poveri formico­lavano in quel Paese"?». 
Firmato Ales­sandro Manzoni.
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