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Niente politica, meglio il gruppo ecco i ragazzi delle mille tribù
Né di destra né di sinistra, vince il partito del "non voto"
 
Di Maria Novella De Luca
 
CATANIA — Politica? No grazie, meglio salvare le balene. Provate a chiedere ad un teenager, «ma tu, a quale tribù appartieni», come ri­sposta, ironica e forse irriverente, vi darà il suo numero di cellulare, l'in­dirizzo di casa, il titolo di un Cd, o se va bene, il nome del suo ultimo amore.
E' forse finito «Il tempo del­le tribù» giovanili, secondo la tesi del sociologo francese Michel Maffesoli, e il mondo adulto non se ne è accorto? Tutt'altro.
I 14-18enni di oggi vivono in gruppo e crescono in­sieme, hanno pochi fratelli e dun­que molti amici, «il gruppo per loro è famiglia, società, ambiente, per stare con il gruppo sono capaci di entrare in rotta di collisione con i ge­nitori, i coetanei dettano leggi e im­pongono regole» spiega Gustavo Pietropolli Charmet, docente di Psi­cologia Dinamica all'università di Milano e fondatore del "Gruppo Mi­notauro".
Educati alla scuola a tem­po pieno, abituati fin da piccoli a spartire la propria giornata con amici e compagni, "questi adole­scenti nati negli anni Novanta— di­ce Charmet— hanno un bisogno estremo di relazioni sociali, una ve­ra e propria fame, ma ciò che di vol­ta in volta li fa aggregare non sono né la politica né le ideologie, né le mo­de né i sentimenti, ma un 'insieme di spinte e di motivazioni spesso inde­cifrabili».
Infatti. Trasgressivi o neo-mode­rati, individualisti o politici, redskin o blackskin, no global o teo-con, rap o punk, elfi o urban, moccisti o anti-moccisti, zecche o neri, consumisti o eco-warrior, i giovanissimi sfug­gono come anguille ad ogni mappa, creano etichette e le distruggono, cambiando pelle ad ogni luna nuo­va.
Può succedere però che ad unir­li sia un evento scatenante, tragico e luttuoso, come è successo a Francesco, Emanuela e Michele, studen­ti dell'ultimo anno al liceo «Spedalieri» di Catania, diventati famosi tre mesi fa, dopo la morte allo stadio dell 'ispettore Raciti, per aver scritto una lettera aperta in cui chiedeva­no, non senza clamori, che il mondo adulto tornasse ad occuparsi di loro. «Abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a trovare il senso del vivere e del morire... qualcuno che non cen­suri la nostra domanda di felicità e verità...».
Un atto di accusa contro la scuola, le istituzioni, i professori, giudicati ormai «privi di passione» e senza più voglia di trasmettere ai giovani né valori né strade tracciate,nessun vademecum insomma peraiutarli a diventare grandi. Seduti nel giardino di Villa Cera­mi, facoltà di Giurisprudenza, tra fontane e aiuole fiorite nel cuore ba­rocco della città, Francesco, Ema­nuela e Michele che qui studieranno l'anno prossimo, giudicano oggi quella lettera un po' troppo irruenta. Ma è da lì che partono per rac­contare chi sono e come vivono, quanto si sentono lontani dalla po­litica e ancor peggio dai partiti, dal­le sigle e anche dai movimenti, e quanto conti invece la tribù degli amici, il club di coetanei, la web community eletta per confrontarsi e disvelarsi.
Francesco ad esempio si ispira alla destra, Michele è di area no-global, Emanuela, nata e cresciuta negli anni delle stragi di mafia, degli omicidi di Falcone e Borsellino, dice di riconoscersi sol­tanto nella «cultura della legalità», e questa aggiunge, «non è né di De­stra né di Sinistra». Ed è infatti in queste parole che si ritrova il collan­te sociale di una generazione già de­finita «del disincanto», ed è il no ad ogni forma di identità preconfezionata, ad ogni slogan, teenager che preferiscono aderire a Greenpeace piuttosto che fare un volantinaggio, sostenere Emergency invece che andare in sezione, e se proprio si de­vono massimizzare le categorie è meglio affidarsi ad un giovanissimo dj romano, Giulio Paoletti, secondo il quale nel carsico mondo degli adolescenti la grande divisione og­gi è tra «individualisti, trasgressivi e politici», dove i politici sono una minoranza, mentre lui, Giulio, non ha certo dubbi sulla sua appartenenza ai «trasgressivi».
Renato Pocaterra, responsabile scientifico della Fondazione Iard, è il curatore insieme a Marco Bontempi di un saggio appena pubbli­cato, dal titolo emblematico: «I figli del disincanto», tre anni di studi su un campione di 8mila ragazzi dai 15 ai 25 anni di 8 paesi europei, il cui ri­sultato è che il 64,7% dei teenager e dei post teenager «non partecipa ad alcuna attività politica o sociale». «Oggi più che mai gli adolescenti si dividono in gruppi e sottogruppi, formano e sciolgono tribù, ma si mimetizzano con una velocità incre­dibile, sono di destra ma anche di sinistra, si possono definire no global e poi appoggiare la pena di morte, essere «conservatori» ma poi anda­re insieme alle manifestazioni per la pace.
Catalogare il loro universo — dice Pocaterra— è davvero difficile, così individuare le parole d'ordine, ogni piccolo gruppo infatti deter­mina il proprio collante. Noi abbia­mo definito i giovani dai 15 ai 24 an­ni i "figli del disincanto", perché so­no ragazzi nati da una generazione che aveva già elaborato il distacco dalla politica, e questo sentimento è uguale in tutta Europa.
E' molto più facile che un adolescente si senta di appoggiare Amnesty International che un partito, o che decida di boi­cottare un prodotto piuttosto che partecipare ad una manifestazio­ne». E quanto sia forte «l'antipoliti­ca» tra le tribù giovanili lo mostrano con chiarezza le cifre: il 50% degli euro-teenager afferma di non esse­re «né di destra né di sinistra», se­guito da quasi il 20% di giovanissimi che dichiara di non aver alcuna idea in proposito. «Noi ricercatori socia­li ormai parliamo di identità multi­pla, all'interno di un continuum dove le cose più importanti sono i pro­getti a breve termine, il lavoro, l'au­torealizzazione, la sicurezza. I ra­gazzi migrano, non hanno voglia di scoprirsi, anzi si mimetizzano. Fino ad affermazioni grottesche — con­clude Pocaterra — come quella di uno studente, che rispondendo alla domanda su quali fossero i suoi modelli, ha buttato lì: Omar Simpson, ossia il meno politically correct di tutta la famiglia Simpson...».
Michele ha 18 anni, orecchino e mini-piercing, alle ultime elezioni avrebbe potuto votare, ma ha scelto l'astensione perché, dice, «avevo perso di mira lo scopo del mio voto, insomma mi sembrava inutile, tan­to non sarebbe cambiato niente, e sì, io mi sento disincantato, anche se mi riconosco nell'area della sinistra, dei disobbedienti, credo che, sia giusto liberalizzare le droghe leggere, chiudere i Cpt, però questo non vuol dire che io mi senta rap­presentato da chi è in Parlamento, no, non appartengo a nessun grup­po specifico, la mia tribù sono i miei amici».
E cioè pomeriggi insieme, pub, discoteca, musica. Francesco dice invece di avere un cuore che batte a destra, per eredità di fami­glia, e forse anche per convinzione. Ad ottobre si iscriverà a Giurisprudenza, ma il resto è vago come un pensiero che non riesce a formarsi.«In quella lettera noi chiedevamo ai prof e agli adulti di trasmetterci dei valori, oggi ho riflettuto e credo che i valori li devi cercare dentro di te, la scuola magari sarebbe utile che ti preparasse al futuro, e purtroppo così non è, per me le cose più im­portanti sono la famiglia, lo studio, la realizzazione, e certo, perché no, il benessere, tutti valori che ritrovo nella Destra. Amo leggere, ho vissu­to e superato il periodo dello sballo, oggi sono «moderato», diserto di­scoteche e comitive troppo allarga­te, per questo— ammette— i miei amici mi hanno soprannominato tristizia, è uno scherzo, lo so, ci rido anch'io».
Tra tutti però è Emanuela ad avere le idee più chiare, nonostante l'aspetto gentile, quasi fragile.
«Studierò legge per fare il magistrato. Sembra  un sogno, ma sono convinta di farcela. Del resto sono la quinta di sette figli, ogni mattina faccio un'ora di pullman pervenire a scuola e un'o­ra per tornare a casa. Oltre a studia­re ho sempre lavorato, la mia è una famiglia modesta, non manca nulla ma bisogna contribuire...La fatica non mi spaventa, e non mi sento di­sincantata: certo oggi non saprei che cosa votare, e non mi sento di far parte di nessuna tribù. Appartengo a me stessa, guardo avanti e cerco di rispettare gli altri. Sono convinta che avere dei sogni sia un diritto dei giovani...».
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