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mercoledì, 25 aprile 2007
TERRA MADRE





In questo periodo assolato, in cui la primavera sembra già torrida estate, difficile non fare il punto sulla situazione.

Abitiamo una Terra che sta morendo.

L’abbiamo violentata, sfruttata, devastata. Ne abbiamo scavato e percorso ogni solco, trasformando la sua carne, la sua umida terra, in catrame. Delle foreste abbiamo fatto carta per le nostre grafìe e legno per le nostre eco-abitazioni. I mari, i mari belli e avventurosi, ospitano oggi le scorie di fiumi sfiancati dalle immissioni di pesticidi e altre schifezze.

Quegli stessi mari in cui l’uomo si è più volte perduto, cantando lo sguardo annegato nella vastità dei suoi specchi d’acqua.

E in quegli stessi mari i ghiacciai, oggi, si stanno sciogliendo.

Orsi polari, foche e balene non avranno più i loro banchi ghiacciati. La superficie solida si scioglierà costringendoli a stare a galla o a contendersi a morsi le superfici superstiti. Su quelle zattere improvvisate vedranno la deriva delle loro abitazioni inghiottite dal mare.


Sulla terra le cose non saranno migliori.

Alluvioni si alterneranno alla siccità, i tornadi saranno sempre più potenti, il Sole malato incendierà la Terra con i suoi bagliori di fuoco, non più protetti dalla coperta di ozono.

Apocalisse?

Purtroppo no.

Realtà.

Perché il futuro è qui. E’ adesso.


Ma le notizie sull’agonia del nostro pianeta non bastano, con la loro evidenza, a far virare la coscienza dell’uomo.

L’ultima riunione scientifica mondiale, pochi mesi fa, ha sfornato dati allarmanti, per due giorni televisioni e giornali hanno diffuso le notizie sui disastri imminenti (non ultimo quello relativo all’oro blu, alla carenza di acqua la cui minaccia avanza irrimediabilmente).

Ma il giornale si butta via, la televisione si spegne, l’inerzia del quotidiano fatto di allegri consumi ci riporta al nostro beato menefreghismo.

In più, questi giorni ho visto persone aggirarsi contente e abbronzate. Tutte scosciate, con l’ombelichino di fuori, esibivano i loro infradito nuovi di zecca.


Ah, finalmente, non sopportavo il freddo (ma quale?)

Che bello, è già estate!

Magari domani vado al mare.

Ma che giornata stupenda!



Giornata stupenda?

Sarò una Cassandra fuori dal coro, ma ho paura.

Sono inquieta, come i miei gatti che di notte si lamentano senza trovare riposo, fiutando incerti questa strana atmosfera.

Sento che la Terra sta morendo.

Ne avverto gli spasmi, le ultime richieste febbrili.

Le margherite sbocciate a febbraio mi stringevano il cuore. Stavano lì, poveri fiorellini in cerca dell’abbraccio del sole, ignari della loro temeraria presenza, del loro fragile aprirsi a un inverno capace, con una gelata improvvisa, di spezzarne il profumo.

Soffro per ogni uccello che perde il senso della sua migrazione.

Per ogni rondine scomparsa.
Per ogni pianta ingannata dagli scherzi di una stagione impazzita.

Assisto alle mutazioni di un tempo senza più bussola e direzione.

Non basta un protocollo a Kyoto.

Non bastano le buone intenzioni.

La boa è stata doppiata, il punto di non ritorno raggiunto.

Possiamo solo attenuare i danni, se ne siamo ancora capaci.

Il futuro è già qui. Adesso.

Sta nelle nostre mani.

Gli indiani d’America non aravano la terra che doveva rimanere vergine, inviolata.

Solo noi ne abbiamo fatto un luogo di abusi.

C’è un libro uscito una decina d’anni fa, Ishmael, di Daniel Quinn, che nella sua struttura fiabesca racconta di un gorilla-guru che istruisce un allievo sul destino di un’umanità destinata a precipitare. Perché Caino non smette di uccidere Abele, perché l’uomo pensa che la Terra sia stata creata da lui. Il libro ha ispirato Instinct, film bellissimo, dolente, in cui si narra dei “lascia” – le antiche civiltà agricole e dei “prendi” – gli uomini moderni che tutto saccheggiano, procedendo come cavallette.

Ecco, il “prendi” che è i noi non ha ancora imparato a mollare. Mollare la presa su una terra agonizzante, assetata, derubata dei suoi frutti.

È nostra madre, la Terra. Lo è non solo simbolicamente.

Se non iniziamo ora, non sarà più possibile cucire le sue ferite.

Dobbiamo imparare a difenderla.

Meglio pensarci sopra, piuttosto che correre spensierati verso una precoce giornata di mare.





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