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Il sapere smarrito nell'era digitale
Una dura battaglia per salvare la memoria nel mondo online

di Katie Hafner

dal New York Times del 19/03/2007

SALINAS, California — Il Centro nazionale Steinbeck espone una vasta gamma di oggetti che testimoniano la vita e le opere di John Stein­beck: ricordi della sua famiglia, un passaporto degli anni Sessanta, inquadrature del film tratto dal suo romanzo  “Furore”. Al piano inferiore, in un caveau a temperatura controllata, c'è il ma­noscritto originale di “La perla”, la sua novella pubblicata nel 1947. Gli appassionati di Steinbeck che desiderano vedere il manoscritto devono re­carsi presso questo centro, previo appuntamento con un archivista. Il centro preserva con grande attenzione le reliquie del premio Nobel Steinbeck, ma non intende far fare alla collezione un salto, adattandola all'era digitale. Gli oggetti appar­tenuti a Steinbeck non sono le uniche importanti reliquie del passato che corrono il rischio di scomparire o di essere ignorate in piena era digitale. Quanto più i musei egli archivi diventano domini digitali, e quanto più le fonti elettroniche diventa­no il principale strumento al quale si ricorre per raccogliere informazioni, tanto più secondo gli studiosi e gli archivisti tutto ciò che non è trasferi­to in modalità digitale corre il rischio di scompa­rire dalla memoria culturale collettiva, lasciando in teoria il nostro passato pieno di lacune.

“Si sta creando una sorta di illusione, sembra che tutto il sapere del pianeta sia reperibile sul Web, ma non abbiano nemmeno iniziato a esplo­rare ciò che è custodito nelle librerie e negli archi­vi locali”, dice Edward L. Ayers, storico e rettore del college e della scuola superiore di arti e scien­ze dell'Università della Virginia. “Tutto il mate­riale che non è accessibile in forma digitale corre il rischio di essere ignorato, come non sarebbe mai accaduto in passato. Così facendo, potrebbe andare letteralmente perduto per la grande mag­gioranza di potenziali utenti”.

Gli sforzi per digitalizzare i documenti negli ultimi dieci anni sono stati molto ambiziosi: per molti centri culturali e istituti mettere online le loro raccolte è una priorità. Ma i capitali, la tecno­logia e le complicazioni legate ai diritti d'autore sono ostacoli non indifferenti da superare.

Alla Biblioteca del Congresso, per esempio, malgrado il continuo e ambizioso impegno a trasferire in forma digitale il materiale, forse soltanto il 10 per cento dei 132 milioni di oggetti conservati sarà effettivamente digitalizzato nell'immediato futuro, perché i costi dell'operazione sono proibitivi. Così come è verosimile che all'Ar­chivio Nazionale, dove sono custoditi circa nove miliardi di documenti vari, soltanto una minima parte sarà digitalizzata. In migliaia di altri centri più piccoli e sparsi sul territorio degli Stati Uniti il grosso del materiale conservato resta tutt’ora sui supporti di ieri, carta, dischi Lp, nastri magnetici e pellicola.

Alla ricerca di finanziamenti, gli archivisti del Paese stanno cercando aiuto e collaborazione presso i privati: Google ha donato tre milioni di dollari per dare il via a un'iniziativa guidata dal­la Biblioteca del Congresso per mettere online e condividere materiale in tutto il mondo, e ha forni­to le risorse tecniche per digitalizzare materiale cartaceo della Biblioteca. Google sta anche digi­talizzando i libri della Biblioteca. Altre società e fondazioni, tra le quali Reuters, IBM e l'Andrew W. Mellon Foundation, hanno finanziato progetti di digitalizzazione in tutto il mondo.

Ma secondo gli esperti, intere aree di storia politica e culturale corrono il ri­schio di essere tralasciate e dimenticate dalle nuove generazioni di ricercatori e studiosi. Si consideri per esempio l'ar­chivio della Biblioteca del Congresso che contiene oltre cinque milioni di immagini tratte dalla rivista Look, dal 1937 al 1971. Jeremy E. Adamson, direttore delle col­lezioni e dei servizi della biblioteca, defi­nisce questa raccolta “un affascinante ritratto dell'America tramite storie illu­strate su argomenti sociali e politici, per­sonaggi famosi, cucina, moda e sport”. Ma di tutte quelle fotografie soltanto 313 sono state digitalizzate. “Non ci sono ab­bastanza fondi” dice Adamson.

La decisione di rinviare la digitalizza­zione di una raccolta importante di rado è facile, dicono gli archivisti della Bibliote­ca del Congresso. Per esempio, la decisio­ne di digitalizzare il National Intelligencer, un giornale pubblicato a Washington nel XIX secolo e pieno di colonial script (caratteri coloniali, ndt) non facilmente riconoscibili dalle apparecchiature di digitalizzaizone, alla fine ha dovuto essere rinviata per gli alti costi dell'operazione.

“Se i ricercatori arriveranno alla con­clusione che gli unici documenti di valore di cui hanno bisogno sono quelli online, perderanno una grossa parte di storia”, dice James J. Hastings, direttore dei programmi dell'accesso degli Archivi Nazio­nali. “In certi casi la ignoreranno tutta”.



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