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venerdì, 09 marzo 2007
LETTERA A UN BAMBINO NATO

 

Sto male, sai?

Sto male da quando ho saputo.

Ti hanno ammazzato. E adesso stanno lì, a dire che si trattava di “aborto terapeutico”, a sdoganarsi l’anima e salvare il deretano.

Intanto un aborto non è mai “terapeutico”. Terapeutico per chi? Per cosa? Andiamo, ma fatemi il piacere. Al Careggi non hanno di meglio da dire?

Avevi venti settimane. Cinque mesi. C’erano già le manine, i piedini, la testa.

Ti dondolavi felice, cullato da quel mare di vita in cui galleggiava  il tepore del ventre che ti custodiva.

E invece all’improvviso ti hanno strappato via, hanno aperto il tuo nido e come predatori si sono avventati su di te, povero uccellino innocente precipitato dall’albero della vita.

Ma tu non volevi morire. E per sei giorni sei stato in agonia, mentre la tua mamma, distrutta, scopriva che la malformazione che i medici ti avevano diagnosticato non esisteva.

Già. Eri sano. Eri un bambino sano. Ma due ecografie ti avevano condannato a morte. La tua mamma e il tuo papà si erano convinti che non avresti potuto vivere dopo le informazioni terribili che avevano ricevuto. Informazioni sbagliate.

Sei stato per giorni appeso al filo di una vita che hai appena mozzicato, attaccandotici stretto stretto, con quei dentini che ancora non avevi, con quelle braccia ancora troppo fragili, interrotte nella loro crescita da una sentenza sbagliata.

Invece del seno di tua madre hai trovato tante mani estranee che ti hanno frugato, infilato nell’incubatrice, attaccato ai tubi. Se avessi potuto parlare, oh sì, se avessi potuto parlare avresti potuto dire a quegli stronzi cosa pensavi.

Cosa pensavi? Cosa sentivi? Ti immagino lì, nudo, condannato a morire. Come quelle aragoste che si muovono fra il ghiaccio delle vetrine-frigorifero, quelle che stanno all'ingresso dei ristoranti, esposte al viavai dei clienti. C’era tanto traffico, immagino, intorno a te.

Sperano di farcela, le aragoste,  ma sono già morte, andate. E in qualche modo ho sempre pensato che loro lo sanno. Ho sempre pensato che esiste qualcosa, nelle creature viventi (e intendo ogni creatura, anche un animale), che sfugge ai nostri studi e alle nostre supposizioni. Sì, chiamala pure l’anima.

E la tua anima? Deve avere sofferto per la mancanza di quell’amore che tua mamma non ha potuto darti perché i medici le avevano detto che eri “da buttare”.

Sai, è strano, oggi parliamo di progresso, di civiltà.  Lodiamo la nostra evoluzione che ha scongiurato la violenza dei tempi antichi, così grezzi, cruenti.  Ci scandalizziamo perché a Sparta si buttavano giù i bambini da una rupe.

E adesso? Adesso possiamo intervenire prima, grazie alle nostre tecnologie. Se i bimbi sono difettosi lo sappiamo da subito. Non c' è mica bisogno di buttarli giù da una rupe.

Possiamo farli ruzzolare giù dal ventre della madre prima ancora che nascano. Bella civiltà, bella sorte “magnifica e progressiva”.

Sai una cosa? Mi fa schifo. Tutto questo mi fa schifo. Mi annichilisce.

Chissà, forse sei stato fortunato...Perché questo mondo, così, non è bello per niente. Ma quando si ammazza un bambino dicendo che si tratta di “aborto terapeutico” mi viene voglia di urlare, di vomitare. Supero quel limite di tolleranza che mi porto dietro ogni giorno.

Forse sei stato fortunato. Non vedrai un mondo in cui i medici si sono sostituiti a Dio. Non vedrai la società dei perfetti che spinge le ragazze all’anoressia, che si accanisce "terapeuticamente" su vecchietti che devono per forza essere strappati alla morte (perché non si deve invecchiare e morire, nella nostra progredita, bella, amata, moderna civiltà).  Non vedrai, beato te, le mamme e i papà scegliere i loro figli su un catalogo, non li vedrai decidere il colore dei capelli e degli occhi, l’altezza, il quoziente di intelligenza…

Sì, perché fra qualche anno ognuno potrà finalmente avere il suo “bambino perfetto”, confezionato su misura, come una camicia.

Be’, ti racconto una cosa.

Una mia amica, che ha un figlio con la sindrome di Down, una sera d’estate, con le lacrime agli occhi, mi ha detto che il suo bambino era un messaggero del Cielo, che le faceva vedere cose che altrimenti non avrebbe mai visto.

Ecco, mi viene da piangere. Di nuovo. Come ieri sera, quando ho saputo della tua morte, quando i medici invece di vergognarsi si sono giustificati.

Certo che gli hai fatto un bello scherzetto. Bravo. Sei diventato un aborto vivente. Se fossi morto, sarebbe stato tutto più semplice. Magari non si sarebbero neanche accorti che eri sanissimo, ti avrebbero estratto, infilato distrattamente in un barattolino pieno di liquido puzzolente che avrebbe coperto il tuo odore di cielo. E invece il tuo odore di cielo si è sentito per bene, si è diffuso nelle stanze degli ospedali, ha varcato la  porta del Careggi e si è spinto più in là, e poi più in là ancora. È arrivato perfino a me.

Non morivi come previsto. E questo ha complicato le cose. E te ne stavi lì, abbastanza formato per respirare, lottare e soffrire. Ma non abbastanza per farcela.

La tua mamma sta malissimo, lo sai. Non so se la sua ferita si cucirà mai. Lo strappo è troppo forte. Si sente in colpa. Ma, vedi, lei ha scelto in base alle pressioni dei medici, pensando di evitarti una vita di sofferenza. Poteva anche decidere di portare avanti la gravidanza, salvandoti.

E questa scelta mancata sarà la croce che ogni giorno innalzerà sul suo Golgotha. E lì, con le mani e i piedi infilzati dai chiodi,  il costato trafitto dalla lancia della memoria, cercherà di non pensare più per sopravvivere.

In fondo lei ha contribuito al tuo omicidio. Non ha fermato quei sacerdoti in camice bianco che decidevano della tua morte. Ma ti voleva bene, la tua mamma. E avrà bisogno di un pezzettino di cielo, da lassù, per trovare la forza di andare avanti. Ti ha visto passare dalla sua culla al tavolo dell’ospedale. Mezzo vivo. Mezzo morto. Una creatura mostruosa che  ricordava a tutti che non si può decidere con tanta disinvoltura del destino degli innocenti.

Non ce l’ho con lei (si odia già tanto da sola, è stata complice del tuo omicidio) ma forse bisognava insistere di più, sentire altri pareri…Certo, è difficile esprimere giudizi: oggi siamo tutti convinti che i medici siano dei “sapienti” perché ci hanno convinto che sono loro a conoscere il mistero della vita e della morte.

Malgrado gli episodi orrendi che ogni giorno accadono negli ospedali, continuiamo a credere che abbiano in mano “la verità”. La nostra cultura moderna ci ha convinto di questo.

Così la tua mamma, forse, si è fidata troppo. Lo pagherà per tutta la vita.  Sai che se penso a lei mi viene la pelle d’oca?

Ma non riesco a non pensare a te, prima di tutto.

Perché sei un bambino nato. Un bambino che ci ha fatto un grande regalo. Ci ha ricordato la nostra infinita miseria. Ci ha sbattuto in faccia la fallibilità. La presunzione.

Sai, piccolino, quaggiù le cose si mettono sempre peggio. Davvero, non lo dico per consolarti, ma ti è stato risparmiato un futuro che noi purtroppo vedremo. Il mondo va a rotoli e lasciamo fare. Si inseguono sogni stupidi, patinati, luccicanti come una Porsche appena comprata. Ma la sai una cosa? Avevi il diritto di vederlo, questo schifo di mondo.

Perché accanto c’è anche tanta bellezza.

Ci sono i prati e i tramonti e i mari. C’è il vento sui capelli. Il gattino che ti si accuccia accanto.  Una carezza imprevista. La mamma che ti tira su la coperta la sera. La gioia di imparare e cascare, e cascare e imparare. La tazza di caffè con un’amica. Le lacrime per i  perduti amori. E la ricerca di un senso. Vivere è difficile ma è tanto bello. E te lo hanno negato.

Per questo non volevi morire, vero? Perché anche se ci sono le guerre, la fame e  le malattie non volevi rinunciare al colore dell’acqua d’estate, verso le otto, nel momento magico in cui la luna e il sole si salutano per fare il cambio di guardia davanti ai cancelli del cielo.

Quel cielo che ti trafigge perché all’improvviso è uguale al mare, è tessuto di un azzurro così trasparente che non puoi neanche più nominarlo perché è un non colore che trattiene tutte le tavolozze del mondo (deve essere così, il colore del Paradiso). Non lo vedrai, quel meraviglioso passaggio dal giorno alla sera.

Il tuo crepuscolo è stato diverso, pieno di angoscia e dolore. Però, te lo dico ancora una volta, il tuo scherzetto ci ha messo in ginocchio. Spero lo farà anche con quelle persone che pensano di stabilire i confini tra malattia e sanità, tra feto e bambino, tra vita e morte.

Il tuo destino di scricciolo condannato non passerà liscio nelle nostre coscienze.

Mi dispiace solo che a volte abbiamo bisogno di lezioni tremende per imparare.

La tua vita evanescente, sfumata, in realtà pesa come un macigno.

Ciao, scricciolo. Abbi misericordia di noi.

 

Francesca 

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