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MERCOLEDI 9 AGOSTO 2006
CHE BRUTTA INVENZIONE

 

"Che brutta invenzione il turismo! Una delle industrie più malefiche! Ha ridotto il mondo a un enorme giardino d'infanzia, a una Disneyland senza confini. Presto anche nella vecchia, remota capitale reale del Laos sbarcheranno a migliaia questi nuovi invasori, soldati dell'impero dei consumi e, con le loro macchine fotografiche, le loro implacabili videocamere, gratteranno via quell'ulltima naturale magia che è lì ancora e dovunque.

Perché in Asia, quando un vecchio si vede puntare addosso una macchina fotografica, si volta, resiste, cerca di nascondersi, si copre la faccia? Lo fa perché pensa che quella macchina gli porti via qualcosa di suo, qualcosa di prezioso che non può ritrovare. E non ha forse ragione? Non è anche nell'usura di decine di migliaia di foto, scattate da turisti distratti, che le nostre chiese hanno perso la loro sacralità, che i nostri monumenti hanno perso la loro patina di grandezza?"

Ecco, così scrive Terzani nel suo Un indovino mi disse. E ha ragione, perdio. Le macchine fotografiche "rubano" in continuazione, tolgono la vita palpitante in cambio di una fissità. La macchina fotografica è  uno dei simboli più scintillanti del turismo usa e getta (pensiamo ai giapponesi che fotografano - imbambolati -  la scritta Valentino sul negozio di Via Condotti, o la banca dove hanno cambiato i loro soldi), ora spesso rimpiazzata dal cellulare multiuso che - clic clic  - scatta foto in un battibaleno. Ma noi siamo i civilizzatori civilizzati. Continua altrove Terzani, sempre nello stesso libro, parlando della reticenza del Laos a essere modernizzato e turistizzato, reticenza che a un certo punto è obbligata a piegarsi:

"Non perché i Lao abbiano improvvisamente cambiato idea, ma perché oggi un paese al bivio fra la modernizzazione-distruzione e un isolamento che conservi la sua identità è in realtà senza scelta: gli altri hanno già scelto per lui. Gli uomini d'affari, i banchieri, glie sperti delle organizzazioni internazionali, i funzionari dell'ONU e quelli dei governi di mezzo mondo sono ormai tutti convinti profeti dello "sviluppo" a ogni costo; tutti credono in una sorta di missione, per tanti versi simile a quella del generale americano che in Vietnam, dopo aver raso al suolo un villaggio occupato dai Vietcong, disse, con l'orgoglio di chi è convinto d'aver compiuto un'opera meritoria: "Abbiamo dovuto distruggerlo per salvarlo".

Anche il turismo crea queste flotte itineranti che premono affinché ogni paese apra le sue porte all'invasione di plastica, quella che alla fine ci fa sembrare tutti uguali, tutti fratelli in nome  della Coca Cola e del duty free shop. Ora, Terzani suo malgrado sarà diventato pure un'icona dei no-global (che spesso distruggono, anche loro, le città...per salvarle), un santone del non consumismo da consumare in fretta, come tutto, ma HA RAGIONE. 

 Ieri seduti a un caffé senigalliese un amico romano rimpiangeva la mancanza di wireless. "Pensa, potremmo stare qui seduti davanti al nostro computer!" Ma che schifo, io invece preferisco ancora parlare. E guardarmi intorno. Guardare qualcuno negli occhi invece di  fissare uno schermo. Due turisti accanto a noi lavoravano sul loro portatile sorseggiando distrattamente un succo di frutta. Si viaggia così, oggi? Pare di sì...

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