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 Silenzio, parla la morte               
di Giorgio Ieranò                                               

L’argomento è di quelli che si tende a evitare. E allora diciamolo subito: qui si parla di morte. Il grande tabù, l’evento che la società postmoderna sembra avere rimosso dall’orizzonte, lo scandalo imbarazzante che tutti cercano di eludere. L’uomo di oggi, almeno nell’Occidente progredito, sembra credere di non dover morire mai. Si rifiuta di fare i conti con la finitudine della sua esistenza, e costruendosi, magari a colpi di lifting e di chirurgia estetica, una finzione di immortalità. Che le cose stiano così lo dicono sociologi, storici e psicologi.

Ma forse qualcosa sta cambiando. Forse non è solo una provocazione culturale, per esempio, l’evento promosso a Bologna dal latinista Ivano Dionigi: una serie di incontri che raduneranno filosofi, psicoanalisti, uomini di scienza e di religione, ma anche attori e gente di spettacolo.

Così come non  è forse del tutto casuale che la rivista francese Nouvel Observateur dedichi proprio alla morte un dossier appena uscito nelle edicole, dove dell’uomo contemporaneo si stigmatizza “quel senso di onnipotenza euforica che gli dà l’illusione di sfuggire alla sua condizione di mortale”. È il segno che stiamo diventando meno fanciulleschi? Che il grande tabù inizia a incrinarsi? Una volta, non c’è dubbio, la meditazione sulla morte era centrale nell’esperienza di tutti. Le comunità si organizzavano e si coagulavano intorno ai riti funebri e non consideravano le cerimonie del commiato una fastidiosa incombenza da sbrigare al più presto.

Da Platone a Seneca, da Marco Aurelio ai Padri della Chiesa, scendendo giù fino ai grandi moralisti dell’età moderna, i filosofi si ponevano tutti le stesse domande: come affrontare la morte? Come superarne la paura? E cosa significa morire? Per i greci l’uomo era semplicemente “il mortale”, la “creatura di un giorno”. Già Omero raccontava che siamo “come le foglie”, inventando così una similitudine che da allora ha percorso tutta la storia della cultura europea. E se Socrate andava insegnando che la vita non è altro che un continuo allenamento alla morte, Epicuro proponeva la sua terapia laica e materialista (a tutt’oggi, in fondo, una delle più efficaci mai escogitate): “Abituati a pensare che nulla è per noi la morte, poiché ogni bene e ogni male risiede nella sensazione; la morte invece è privazione della sensazione. Il più terribile, dunque, dei mali, la morte, non è nulla per noi, dal momento che, quando noi siamo, la morte non c’è, e quando c’è la morte noi non siamo più”.

È fatale che oggi ogni riflessione  sull’argomento debba riprendere il filo già dipanato dagli antichi. Così, a Bologna, gli incontri organizzati dal Centro studi La permanenza del classico (www2.classics.unibo.it/permanenza) ripartono dalla domanda di Seneca: “Cos’è la morte?” “Mors quid est?” seguendone le due alternative: “Aut finis aut transitus” (o fine o passaggio). Si inizia giovedì 4 maggio con un dialogo tra Massimo Cacciari e Ivano Dionigi. E si prosegue per altri giovedì con interventi della psicoanalista Silvia Vegetti Finzi, del medico Alberto Malliani, di monsignor Gianfranco Ravasi.

Ultimo appuntamento, il 25 maggio, con l’attore Alessandro Bergonzoni: perché da sempre comici e giullari si sono distinti nello smascherare finzioni e ipocrisie, anche riguardo alla morte. Il tutto accompagnato da recitazioni di testi classici e da esecuzioni di brani musicali, nell’Aula Magna dell’Università di Bologna. Quasi  un festival, insomma, intorno al più imbarazzante degli argomenti. E i prenotati sono già centinaia.

L’evento bolognese è quasi un’involontaria risposta all’appello lanciato dal “Nouvel Observateur” nel suo editoriale: “La nostra epoca, così palesemente dominata dal rifiuto e dall’elusione della morte, ha molto da guadagnare nel rimettersi in ascolto del messaggio dei filosofi”.

Sarà forse perché la nostra società si sente sempre meno sicura delle sue magnifiche sorti e progressive, ma sembra che riusciamo ad affrontare il tema con meno imbarazzo. Lo testimonia anche il successo di film difficili, come “Le invasioni barbariche” o “Il mare dentro”, che vertono intorno all’esperienza di malati terminali e che prendono la morte di petto, senza pietismi e infingimenti, e magari pure con ironia.

Forse non è un caso neppure che un libro come quello di Tiziano terzani, “La mia fine è il mio  inizio”, estrema e lucida confessione di un morente, sia diventato quasi un fenomeno di massa. Il tabù è stato infranto anche nella letteratura per l’infanzia. Con libri come Mi sentite? di Sebastiano Ruiz Mignone, appena pubblicato dall’editore Salani, che racconta la morte dal punto di vista dei bambini. Il progresso della medicina, poi, ha riproposto l’antico dilemma morale dell’eutanasia in termini nuovi e terribilmente urgenti: il dibattito sul caso di Terry Schiavo, su quella spina del respiratore artificiale da staccare o non staccare. Ci ha messo di fronte, con brutalità, al problema di quando e come si muore davvero.

E, al netto di una certa enfasi mediatica e di qualche stucchevole retorica, anche il declino di Giovanni Paolo II ha allestito un impressionante teatro della morte che si è sicuramente fissato nella memoria collettiva.

E dunque non resta che tornare agli antichi, magari riaprire le pagine di Seneca. Un brano dal De brevitate vitae, uno di quelli che verranno recitati a Bologna: “Vivete come destinati a vivere sempre, mai vi viene in mente la vostra precarietà, non fate caso di quanto tempo è trascorso. Sentirai i più dire: “A partire dai cinquant’anni mi metterò a riposo, a sessant’anni andrò in pensione”. E chi ti garantisce una vita così lunga? Chi farà andare le cose secondo il tuo programma?” No, non vi sbagliate. L’unica differenza è che oggi nessuno va più a riposo a cinquant’anni. Ma per il resto Seneca ce l’ha proprio con noi.

 

 

 

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