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Naipaul: Dickens e Hemingway, cattivi maestri                    
di Paolo Lepri                                                                                                                      


Naipaul quasi non voleva fare il discorso previsto alla cerimonia di consegna del premio Nobel, in un giorno freddo di dicembre 2001, pochi mesi dopo che le sue profezie sul gusto per il sangue dell’islamismo radicale si erano concretizzate tra i corpi, le macerie, la polvere, i fuochi del World Trade Center.

“Può sembrare strano – fu il suo esordio a Stoccolma – che un uomo che lavora con le parole, con  le emozioni e con le idee da quasi cinquant’anni non ne possa dare qualcuna agli altri, per così dire. Ma ciò che conta per me sta nei miei libri. Quel che c’è in più, dentro di me, non ha ancora assunto una forma piena.

Non ne sono del tutto consapevole; è lì che attende il prossimo libro. Con un po’ di fortuna affiorerà mentre scrivo e mi coglierà di sopresa”. Per proseguire l’intervento di fronte agli accademici svedesi, una citazione del Contre Saint Beuve di Marcel Proust: “Le belle cose che scriveremo se abbiamo talento sono dentro di noi, indistinte, come il ricordo di un’aria che ci delizia senza che riusciamo a trovarne i contorni…Il talento è una sorta di ricordo che gli permetterà di avvicinare a sé questa musica confusa, di sentirla chiaramente, di annotarla…”. “Il “talento”, dice Proust. Io direi la fortuna e molta fatica” fu la sua conclusione.

Ecco la triplice chiave del lavoro di Naipaul: il talento, la fortuna, la fatica. Siamo molto distanti dallo slogan (“il silenzio, l’esilio, l’astuzia”) del labirintico e “incomprensibil” Joyce, uno dei tanti grandi da lui non amati, il “tedioso” autore dell’Ulisse.

Sono passati cinque anni da quando Naipaul esibì senza alibi il suo disprezzo per Joyce e, perché no, anche per il “predatore sessuale” E.M. Forster. Oggi Sir Vidia torna all’attacco – e i suoi bersagli sono Henry James, jane Austin, Thomas hardy, Chareles Dickens, Ernest Hemingway – nel nome ancora del talento, della fortuna, della fatica. Il talento, ineguagliabile, di un autore che riesce a capire e a raccontare l’interno più segreto del cuore degli uomini senza averne la minima pietà. La fortuna, come racconta lui stesso in un’intervista a Literay Review, di avere trovato qualcuno che lo ascoltasse per caso, nella Londra egoista ma non ancora multirazziale degli anni Sessanta, dopo il viaggio oscuro “alla ricerca del centro” dai vicoli di Port of Spain.

La fatica di scrivere, scrivere e riscrivere, per mantenere la promessa fatta a sé stesso, per salire i gradini della fama. Scrivere e riscrivere è il solo modo per imprigionare “la belva nella giungla”. Pensiamo anche ad Alberto Moravia, al lavoro nella sua casa verdina sul lungotevere e alle sue innumerevoli stesure della “Vita interiore”: sedersi al tavolino la mattina presto, andare avanti per molte pagine, mettere la parola fine, dettare, rivedere il dattiloscritto, correggere, ricominciare ancora.

Il talento, dicevamo. Per Naipaul uno di quelli che ne ha di più, un talento “soprannaturale”, è Maupassant. Per il resto, il problema è soprattutto quello di sapere “esporsi al mondo” (ciò che James non faceva) o di non apparire ridicoli, come Jane Austen, all’interno di una tradizione letteraria il cui risultato principale è l’allontanamento dalla realtà. “Qualche anno fa – racconta Sir Vidia – venni invitato a una conferenza a Bath. Sono stato un pessimo ospite: non ho mai detto una parola. Ma mi diedero la copia di un romanzo di Jane Austen ambientato in quella città, L’Abbazia di Northanger. Durante la mia recente malattia, ho dato un’occhiata ai libri che non avevo mai letto e così ho deciso di iniziarlo. A metà della lettura ho pensato: eccomi qui, sono un uomo adulto che legge di questa donna terribilmente insulsa e della sua cosiddetta vita amorosa. Lo chiama “amore” avendo visto quel tizio una sola volta. Mi dissi: cosa sto facendo con questa roba? È roba per altri. È per chi passa giù in strada, non per me”.

A Henry James, il grande acrobata di sentimenti spesso fittizi, è mancata la fatica, sembra dire Naipaul accarezzando nel suo cottage il gatto Augustus.

“Guardiamo quel terribile americano: il peggiore scrittore del mondo. Non è mai uscito allo scoperto. È venuto in Europa e ha sempre vissuto come un gentiluomo. Non ha mai rischiato nulla. Non si è mai mischiato alla gente”. Vengono in mente, su un altro versante, le parole di un vecchio illustre, Jorge Luis Borges: “Ho visitato alcune letterature dell’oriente e dell’occidente; ho compilato un’antologia enciclopedica della letteratura fantastica; ho tradotto Kafka, Melville e Bloy; non conosco un’opera più singolare di quella di Henry James”.

Di mancanza di talento sembra soffrire anche Thomas hardy nella impietosa lettura della tradizione anglo-americana fatta da Naipaul: “è uno scrittore insopportabile. Non può scrivere. Non sa come comporre un paragrafo, non ha il dono della narrazione”.

Nessuna indulgenza per Dickens, nonostante che Una casa per Mr Biswas possa tranquillamente apparire un libro “dickensiano”: “Troppe parole, troppa ripetitività”. Mentre Hemingway sembra essere la variante bohémienne di james: “Era così occupato a essere un americano che non sapeva neppure dove stava”. Favorevoli, invece, i giudizi su Mark Twain, H.G.Welles e Harold Pinter.

“Fin dal mio primo libro, Miguel Street, ho voluto sperimentare. Volevo essere semplice, nuovo, pieno di immagini, in ogni frase”.

È un paradosso che una rivisitazione tanto controcorrente della tradizione letteraria venga, oggi, da uno scrittore ritenuto “reazionario” e che uno scrittore tanto individualista abbia tentato di aprire un territorio per il pubblico dei suoi lettori.

L’Inghilterra degli altri, l’Inghilterra di Jane Austen e di Hardy, è il luogo della realizzazione personale e dell’elezione sociale ma non è il luogo della scrittura. Il tentativo è di trovarne altri, in un mondo ormai irrimediabilmente senza centro.

 

 

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