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Gabriel García Marquez e la carta stampata

di Jordi Valle

le riflessioni del grande autore colombiano su scrittura e giornalismo

da Il Venerdì di Repubblica del 19/01/2007

Un ingegnere petrolchimico, edito­re per caso, scova un titolo inedito in Italia di Gabriel García Marquez, Periodismo militante, e lo pubblica. Questa è la cronaca (au­torizzata) dell'incontro fra il gran­de scrittore e il piccolo editore.

Il Gabo che conosco non ama le interviste, né i giornalisti e io, se non altro, ho il vantaggio di non esserlo. Questo renderà più semplici le co­se e comunque sembra che García Marquez versione anno sabbatico, in decisa e voluta proroga, sia particolarmente rilas­sato. È di buon auspicio anche il sorriso di donna Mercedes, che veleggia fra cucina e sala da pranzo silenziosa, indaffarata e an­cora bellissima: come sarà stato quel taglio di capelli «da rondine Incerta» impresso nel cuore del giovane Gabo innamorato? Rischio l'espulsione immediata chiedendole cosa pensa di Fidel, sarà morto? Silenzio. Meglio parlare delle sue orchidee, dell'India Catalina, la statua imponente che fa bella e nuda mostra di sé all'ingresso della Cartagena moderna, del plato montañero che ci proporranno per pranzo al boliche, l'osteriaccia della città vecchia. Dove si entra in bicicletta o su calessi tirati da cavalli piccoli, docili e avvezzi al rumoroso stupore dei  turisti che scarrozzano in questo gioiello coloniale, patrimonio di un'umanità distratta.

Davanti al registratore acceso Màrquez è diffidente: «Sempre sulla difensiva» borbotta. «Noi giornalisti non abbiamo ancora im­parato ad usarlo, il registratore! Né per ricordarci le interviste né per evitare, quando trascriveremo quello che ricordiamo, di com­mettere errori nel personalizzare le parole».

Una bella foto di qualche anno fa scatta­ta da Richard Avedon ritrae Gabo su di una poltrona di vimini, ben lontano dal mo­dernissimo computer che, por il momento, serve solo alle lunghe incursioni notturne per una puntigliosa rassega stampa, narra­zione di notizie, e opinioni.

Mi offre una colita, versione colombiana della Coca-Cola, dubbioso se non sia il ca­so di proporre qualcosa ili più alcolico. E racconta che, quando si è reso conto che l’ispirazione dello scrittore era eva­porata come whisky dimenticato nel bic­chiere, il suo problema vero era quello di tirar pomeriggio. «Adesso no» sorride. «Passo lunghe ore a letto a leggere, cosa che prima non riuscivo a fare».

Quando s'è deciso a passare al compu­ter, abbandonando la leggendaria mac­china da scrivere elettrica, ho capito di poter «produrre» un libro più velocemen­te, solo che adesso le storie, dalla testa, non nascono. Non per colpa del compu­ter, assicura, anche se il suono ovattato della tastiera e il cantilenare meccanico della stampante non sono paragonabili alla canzone intonata dai tasti della vec­chia macchina. Màrquez è andato in pensione con lei? Difficile crederlo.

«lo sono stato, sono e sarò sempre un giornalista, quando ho scritto novelas l'ho fatto per esubero di tempo. E forse, all'ini­zio, per arrotondare le entrate economiche» afferma. «La mia professione rimane quella del giornalista, alla ricerca di noti­zie da leggere e commentare. E Periodismo militante rappresenta quella che è la mia vera natura. Una raccolta autobio­grafica del mio mestiere».

Memoria delle mie puttane tristi è uffi­cialmente il suo ultimo romanzo. Lo di­ce con un tono che lascia intendere un punto fermo all'incauta domanda se c'è qualcosa nel cassetto. Ma sulla scrivania c'è una pila di appunti: scritti a mano, a macchina, stampati. Autobiografia? In fin dei conti di Vivere per raccontarla era previsto un seguito. Non risponde.

Lui un biografo ufficiale ce l'ha già, bo­fonchia. Ma io sono lì per parlare di Periodismo militante: gliene ho portata una copia in italiano. Gianni Guadalupi ha tradotto la bellissima raccolta di crona­che, interviste e reportage del Màrquez giornalista fino al 1978. L'avevo letta in spagnolo durante uno dei miei primi viaggi colombiani. Un'edizione pirata uscita allora in una Colombia poco pro­pensa a divulgare le idee del suo grande figlio. «Periodismo è un libro che ho ama­to e sofferto molto. An­che se è stato letto, tra­dotto ed apprezzato molto meno degli altri».

Continua lo slalom delle domande in cerca di risposta: Memoria delle mie puttane tristi l'ho trovato bellissimo, Anche se la critica italiana l'ha un po' snobbato. Abbozza: «Doveva essere un reportage sui postriboli sudamericani, poi è diventato una descrizione della vecchiaia attiva. Somos viejos». Sarebbe bello che Periodismo avesse un seguito. «No tengo ganas, non ne ho voglia. Ma non insisto. Il seguito verrà sicuramente se non ne faccio un problema». E, nel frattempo, qualche collaborazione con i giornali? Il no è deciso: «Me inchan los huevos». Qualcosa di meno lieve di ne ho le tasche piene.

«No tengo ganas»: l'affermazione meri­ta di essere spiegata.«Anni di lavoro, di carte da buttare sen­za mai la voglia di farlo» dice. Si alza per andare a chiedere il calesse e raggiunge­re il boliche in centro. Mi alzo curiosando fra le foto, quella del Nobel e tante altre, luoghi, volti, il racconto per appunti vi­sivi di una vita. E sulla scrivania c'è la cartella con gli altri appunti, che contie­ne a fatica un plico di fogli: sul primo, una sola frase scritta a mano e gigante­sca: en las alas del inerito, nelle ali del vento. Vergognandomi un po' per quel gesto da spia dilettante mi risiedo sul sillon, una poltrona di vimini come quella di Emanuelle che, come niente, si ribal­ta all'indietro, e cerco di assumere un'aria più distratta possibile.

Rientra, in mano una bottiglia variopinta di ottimo whisky. «È bellissimo non dover più essere obbligato a scrivere adesso che leggo molto», sorride sornione. Per restare sul generico riporto il discorso sul suo sab­batico. «Non è un periodo di chiusura to­tale. Il computer mi aiuta ad essere sem­pre sulle notizie che mi arrivano dalle agenzie di tutto il mondo. Il mio cervello le filtra, le valuta. Le dimentica, a volte, o, a volte, le registra. Le notizie impor­tanti poi tornano prepotenti di notte. Ed allora che il carattere del periodista di­venta gigantescamente curioso». Curio­so? «Come?» si stupisce. «Non è la curio­sità la forza che ci fa vivere? Non è la prima caratteristica di chi scrive, ovun­que e qualsiasi cosa scriva?».

«Il computer è sempre acceso» sospira, «non mi costerebbe nulla sedermi a scrivere. Mi verrebbe facile, per mestiere. Ma i lettori capirebbero subito che non ci ho messo las tripas». La pancia, più o meno. «Però il pc è sempre acceso, e se un giorno mi sve­gliassi per il verso giusto, partirebbe un nuovo testo. Mi piacerebbe trovare un tema nuovo, ma il fatto che non nasca non mi toglie il sonno». Non è il caso di insistere, sono qui per una visita informa­le. Per respirare l'aria di Cartagena. «E per vivere dell'odore della carta da libro di una volta» aggiunge lui, facendomi an­nusare quella carta che negherà l'immor­talità ai libri, destinati a svanire in polvere ingiallita. «Destinati a una morte precoce per dissipazione» sentenzia. «In fondo, quello che scriviamo oggi, forse fra vent'anni sarà troppo vecchio per essere ri­letto, o forse no. Lasciamo alla durata della carta l'incentivo, a chi ci leggerà, di rinnovarne l'immortalità». «Così è bello» aggiunge, «il nostro libro migliore ci ac­compagnerà nella tomba, come in anti­che storie egizie». Un altro sorriso. Da quando, bambino, «mi svegliavo spaven­tato di notte per le storie della nonna sui morti e sugli spiriti, sono passati tempo e vita, ed ho scritto migliaia di pagine. La morte sta assumendo una forma più gra­devole. Prima o poi, bisogna prendere confidenza con lei... Siempre que se olvide de ti». Sempre che si dimentichi di te.

Il cavallo che ci porta sul selciato delle viuzze di Cartagena è bianco, piccolo ma vivace. Le orecchie «fremono al vento di oceano», rivela Gabo. «Il vento che porta odori di terre lontane, passioni sopite di viaggi per mare». La mattina, invece, il vento va verso l'oceano: «È il vento del becchino, che pulisce la terra dalla notte dei peccati e dei sogni di morte, come raccontava la nonna in Aracataca».

Il piato del montanero è splendidamen­te corredato. Il vino speciale. Il bajativo, digestivo dal sapore di cespuglio, poten­te. Me ne vado fra strette di mano che stritolano e sorrisi che io leggo, chissà perché, pieni di promesse. En las alas del viento... Quien sabe!


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