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Traduzione selvaggia
 
Di Francesca Pacini
 
E nel cuore un leone. Non è un film di Walt Disney, ma il titolo di un romanzo autobiografico sulla natura selvaggia in Sudafrica. L'autrice, Robie Kruger, è la moglie di un ranger e descrive la sua vita a contatto con la savana. C'è un piccolo particolare, però: il titolo originale dell'opera, pubblicata in due volumi separati, è Mahalengem e All Things Wild and Wonderful.

Come spesso accade, il vizietto ita­liano di cambiare i titoli stranieri ha colpito di nuovo. Il cinema e la letteratura lo sanno bene. Modi­fiche spesso discutibili, comunque. Perché, ad esempio, trasformare l'incisivo e inquietante Message to mutants, di Mario Morgan, in E venne chiamata due cuori? La traduzione letterale sarebbe soprav­vissuta brillantemente nella lingua italiana. O forse tutti questi "cuoricini" di sapore tamaresco dovreb­bero esaltare l'impatto con il mercato italiano?

Pure il cinema non si è sottratto alla caccia dei titolisti nostrani: Cesar et Rosalie, del compianto Sautet, è stato tradotto in È simpatico ma gli romperei il muso. Analoga sorte è toccata a un altro film, di Francois Truffaut questa volta: Domicile coniugal, importa­to come Non drammatizziamo, è solo questione di corna. Ancora, My Own Private Idaho arriva da noi e si trasforma nell’"originalissimo" Belli e dannati. Il recente Men of Honour è diventato L'onore degli uomini. Certo, "l'uomo d'onore" nel nostro paese si associa tristemente alla mafia, ma davvero avrem­mo creduto che un film su una base navale americana – con tanto di cartellone didascalico con le facce incazzate di Cuba Gooding Jr e Robert De Niro infilati in una tuta da palombaro – avrebbe trattato una qualche triglia-connection? Runaway Bride, serenamente traducibile con Sposa in fuga, diventa un più ammiccante Se scappi ti sposo. Insomma, la lista è lunghissima...

Cosa cova sotto queste iniziative totalmente arbitrarie? Ovvio: la strizzatina d'occhio al solito, famigerato mercato. Quindi i titoli sareb­bero studiati per fare colpo sul pubblico italiano. Ma siamo davvero così dementi?
 
Da Il Laboratorio del Segnalibro, n. 5, giugno 2001

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