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I Giornali in bilico tra lettori e padroni

di Alberto Papuzzi

Strumenti di informazione o prodotti industriali? La doppia natura della stampa in una ricostruzione della sua storia

da Tuttolibri del 06 gennaio 2007

Quando nel 1955 apparve L'Espresso, finanziato da un gruppo liberal-democratico che faceva capo a Adriano Olivetti e Carlo Caracciolo, nell'editoriale del primo numero si leggeva: «I promotori di questo giornale ritengono che l'assoluta indipendenza della stampa sia il fondamento più solido del regime democratico ». Si metteva così sul tavolo la questione della stampa come strumento di democrazia.


D'altra parte, quando dissero a Abe Rosenthal, grande direttore del New York Times , che il francese Le Monde era il miglior giornale del mondo, si racconta che la sua risposta fu: «Sarà anche il miglior "qualcosa" del mondo, ma certamente non un giornale». In questo caso si metteva in luce la capacità (o incapacità) del giornale di attrarre lettori e di coinvolgerli nell'informazione.

Citati nel volume La democrazia della stampa di Oliviero Bergamini (giornalista alla Rai e storico del Nord America), i due episodi rispecchiano, come molti altri, la doppia natura dei giornali, a qualunque genere appartengano - quotidiani, settimanali, radiogiornali, telegiornali, online o free press - che devono essere al tempo stesso due cose diverse se non contrapposte: le fonti di cui i cittadini si avvalgono per formarsi la consapevolezza che gli permette di esercitare doveri e diritti, di scegliere i rappresentanti per il governo del paese e di orientarsi nella competizione fra pubbliche opinioni.

Però i giornali sono anche prodotti industriali, che devono adeguarsi alle regole del mercato, che operano in un regime di accanita concorrenza, che adottano tecniche grafiche e comunicative per garantirsi un pubblico. Tutte le questioni che riguardano il ruolo civile della stampa e tutti i sottesi problemi di marketing, di diffusione, di fidelizzazione si possono riportare a questa contraddizione originaria e fondamentale: la doppia natura di qualsiasi giornale, democratica e mercantile.

Il saggio di Bergamini è una storia del giornalismo, dalle origini remote negli «avvisi» e nelle «gazzette» all'organizzazione industriale della stampa americana, dall'avvento di radio, tivù e Internet fino alle vicende dei nostri giorni, letta nelle sue varie dimensioni - la tecnologia, il mercato, l'organizzazione del lavoro, e così via - ma soprattutto nella chiave della libertà di stampa, dell'autonomia dei giornali, e del controllo esercitato sul potere politico, economico, finanziario.

Un fil rouge passa così, di pagina in pagina, dalle invettive di Jean-Paul Marat direttore dell'Ami du Peuple, il più importante giornale della rivoluzione francese («Io combatterò i nemici dello stato, smaschererò gli ipocriti, denuncerò i traditori»), alle battaglie ottocentesche di Giuseppe Mazzini: «Le nazioni hanno sete di verità. L'Italia non ha una voce che si levi a bandirla», dalla tradizione americana del muckraking e dell'advocay alla copertura critica della guerra in Vietnam da parte di riviste come Life o di televisioni come la Cbs. Per arrivare in Italia al problema etico su come fare informazione sul terrorismo.

Ma quale immagine di un paese danno i suoi giornali? Quanto fedelmente una società si rispecchia nelle pagine di giornale? Interrogativi sollevati da un altro volume, L'Italia in prima pagina, curato da Aurelio Magistà (giornalista di Repubblica). Dedicato soltanto alla stampa cartacea (quotidiani e settimanali), suddiviso in una sessantina di brevi capitoli, ricco di oltre quattrocento illustrazioni, con un' appendice di Eva Grippa sui newsmagazine, il libro è una storia del nostro paese attraverso i giornali, più o meno dall'Unità a Tangentopoli. La tesi di fondo è che il rapporto fra stampa e paese sia stato scandito da due grandi spartiacque: la nascita del Corriere della Sera nella seconda metà dell'Ottocento e quella della Repubblica di Scalfari circa un secolo dopo. Due testate che sono lo specchio di due Italie.


Grazie a un preciso scandaglio negli aspetti amministrativi e organizzativi, il libro ha il merito di tagliar corto con la tradizionale immagine letteraria della stampa italiana e mettere in evidenza le basi industriali attorno cui si costruisce il sistema italiano dell'informazione. L'immagine che ne viene fuori è quella d'un paese caratterizzato da due diversi processi. In primo luogo una capacità di espansione in fasi cruciali, vedi il cosiddetto periodo giolittiano, dove la forza di innovazione e cambiamento a livello europeo si rispecchia nella concorrenza fra due testate liberali, che diventano simbolo di modernità: il Corriere di Albertini (vicino a Sonnino) e La Stampa di Frassati (schierata con Giolitti).

Allo stesso modo, nel 1956 la nascita del Giorno rappresenta l'Italia della Ricostruzione, dei piani di programmazione, dei progetti di centrosinistra, dell'impulso dato dal capitale pubblico. In secondo luogo, si tocca con mano, come il nostro sia un paese con una società civile tendenzialmente debole ma in cui la vita e la polemica politiche mantengono un ruolo centrale. Anche in fasi in cui non te l'aspetti, vedi il titolo a nove colonne sulla Stampa del 9 luglio 1924: «La soppressione della libertà di stampa». Oppure il capitolo su Ottone, Montanelli e il Giornale Nuovo, o la molteplicità e pluralità di trattamento delle notizie all'epoca dell'inchiesta «Mani Pulite». Rispetto al quadro storico definito dai due libri, il nuovo secolo ha cambiato un po' le carte in tavola, accentuando l'aspetto mercantile dei giornali, costretti a sgomitare in una concorrenza sempre più spietata e propensi a ricorrere a concentrazioni e sinergie che tendono all'omologazione.

Una svolta che mette da parte vecchi problemi come la contrapposizione fra editori «puri» e «impuri», per portarne in primo piano altri, come i rapporti con le proprietà, su cui discute Il baco del Corriere, di Massimo Mucchetti (vicedirettore del giornale), toccando punti nodali e ancora in parte inediti dell'autonomia giornalistica, di fatto mettendo in luce debolezze delle regole deontologiche. La questione è che le tradizioni non s'inventano a freddo: il punto fragile del giornalismo italiano è di non avere una storia di contrapposizione al potere. Se mai di contiguità.


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