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Prometeo ora lavora all'Ikea

di Lelio Demichelis

Un libro indaga l'evoluzione nella società moderna del rapporto tra scienza e profitto

da Tuttolibri del 06 Gennaio 2007


Proviamo a ragionare per assurdo (ma solo in apparenza) e a fare un po' di storia con i «se»: se ad esempio Giulio Natta — premio Nobel nel 1963 per le sue ricerche sui polimeri — fosse stato chiamato a risarcire le generazioni a venire, dei danni causati dalle sue plastiche (inquinamento e costi di riciclaggio), la storia della nostra società e della scienza sarebbe stata diversa?


La scienza. Sì, è ancora libera e disinteressata. No, è ormai del tutto asservita alla logica del capitale, per cui si crea, si innova, si fa ricerca solo per produrre cose che a loro volta producano profitto. Sì, la scienza è premessa della tecnica (l'applicazione pratica delle innovazioni della scienza). No, scienza e tecnica ormai sono una cosa sola e gli scienziati sono imprenditori preoccupati soprattutto di tradurre in profitto le loro ricerche.

Ma se la scienza è legata al potere del denaro e se il sistema chiede e produce una conoscenza oggi diventata anch'essa «merce» (non più «bene comune»), è ancora scienza? Possiamo «fermare » la scienza e la tecnica, se pensiamo che i danni siano superiori ai vantaggi? Oppure (diceva Anders) ormai «si deve fare tutto ciò che si può fare», la tecnica procedendo in automatico, indipendentemente dalla nostra volontà? Qualcuno si pone queste domande. E le risposte?

Marcello Cini è uno scienziato particolare. Fisico teorico, oggi è professore emerito alla Sapienza di Roma. Scienziato ma non solo: ha sempre accompagnato la ricerca con la riflessione critica sulla scienza e sul suo ruolo nella società. Ultimo esempio di queste sue riflessioni — virtuose, accattivanti, da non perdere — Il supermarket di Prometeo. Un viaggio problematico, scritto con un linguaggio piano e comprensibile, tra scienza, tecnica (o tecnologia) e società, tra storia e futuro della scienza, tra tempo e spazio, tra bit e proprietà intellettuale, tra corporation e open source, «cercando di cogliere la relazione che lega le diverse forme del dominio dell'uomo sulla natura (pensiero scientifico e prassi tecnologica) con i mutamenti intervenuti nei diversi aspetti — economici, culturali, politici — del tessuto sociale».

Una scienza passata dallo studio del mondo naturale alla creazione di una realtà sempre più artificiale. Nella logica dell'illimitato nella produzione di beni materiali (oggi, immateriali), della fede in un progresso scientifico e tecnico che certo ha migliorato le condizioni di vita, ma ha anche comportato l'erosione «della molteplicità delle conoscenze e delle pratiche empiriche, delle tradizioni culturali e dei valori etici»; e soprattutto, dell'immensa diversità biologica della terra.

Dalla società industriale di ieri alla società delle reti di oggi: il nuovo secolo, scrive Cini, «vedrà realizzarsi il nostro dominio sulla materia vivente e il controllo sulla nostra stessa mente». Una svolta resa possibile soprattutto dalle nuove discipline informatiche e «dalla formalizzazione del concetto di informazione». Verso una «biosfera artificiale fatta di organismi transgenici, chimere, cloni e altre forme viventi, regolata da una rete di menti artificiali di complessità crescente».

Economia della conoscenza, reti, capitalismo cognitivo. Ovvero: è la riduzione «a merce di tutta la conoscenza del mondo, prodotta ad un ritmo sempre più vorticoso secondo le regole del capitale globale, che si gioca la partita del futuro della nostra civiltà». In nome, però, di una contraddizione di fondo, forse volutamente non risolta: quella tra la complessità dell'ecosistema terrestre da un lato e la meccanica linearità del sistema economico dall'altro, appiattito su un unico livello, l'ottimizzazione del profitto. Dimenticando che proprio la diversità e la diversificazione sono la materia prima dell'evoluzione. Umana e naturale.

Prometeo, dunque: che aveva rubato il fuoco (la tecnica) agli dèi per donarlo agli uomini. E che oggi è finito a lavorare in un supermercato. Per sempre?
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